sabato 19 agosto 2017

ORRENDINO IL PRINCIPINO


ORRENDINO Il PRINCIPINO


Il giorno in cui nacque il quinto figlio di sua maestà orco Orrido e orchessa Bruttesca, il sole splendeva alto nel cielo, segno di un cattivo presagio. Quando poi il piccolo orco si rivelò un bambinello roseo e paffutello con i riccioli biondi, la madre urlò disperata: «Ma sembra un angelo!».
Quell’urlo di dolore fu sentito anche dai servitori, che soprannominarono il nuovo nato Angelino, anche se in realtà le fu imposto il nome di Orrendino.  Il soprannome affibbiato al piccolo orchetto, arrivò anche alle orecchie dei suoi quattro fratellorchi, degni discendenti della stirpe di Orchi Orchessevoli, dal carattere truce e dalla lingua pungente. I fratelli orchessini lo deridevano: “Angelinuccio, bamboccio sciocco, allocco e papocchio”, con sommo dispiacere della madre, che faticava ad accettare quella triste sventura. “Ma perché proprio a me!", si ripeteva sconsolata l’orchessa. Gli antenati di Bruttesca erano noti per la loro spettacolare mostruosità e ne facevano bella mostra, nei ritratti appesi nell’orrida fortezza. 
Le notizie circolano veloci, soprattutto quelle che non si vogliono far sapere. Quella di Angelino o Orrendino, a secondo di come si vuole chiamare, uscì dalla fortezza montandosi e gonfiandosi a dismisura.  
Il popolo sogghignava di nascosto sulle rime dei fratelli. Badate bene, sogghignava e non rideva, perché era pur vero che il regale pargolo era esageratamente bello, ma era anche un principino orco e nessuno voleva incorrere nelle terribili ire di re Orrido.
Mamma Bruttesca si augurava che crescendo, Orrendino, peggiorasse il suo aspetto, altrimenti sarebbe stato davvero un problema presentarlo a corte.
Più il piccolo cresceva, più si accentuava la sua diversità. Orrendi, non russava, non ruttava, non scoreggiava e per giunta aveva un disgustoso buon profumo di rose e un alito di spregevole menta. I fratellorchi lo tiranneggiavano con allegri e schifosi scherzi: bisce e scorpioni nel letto, aceto nell’acqua del suo bicchiere, cacche di coniglio nel piatto, tra le polpette. Lo rincorrevano come segugi che fiutavano un coniglio, costringendolo a nascondersi nei posti più impensati. Schiamazzavano facendo un gran fracasso con urla gracchianti: “Coniglietto pauroso, salta fuori!” ma lui era diventato veloce come una lepre. Conosceva bugigattoli, ripostigli, nicchie, anfratti nei meandri della fortezza che i fratellorchi, un po’ tontoloni, non avevano mai notato. Loro rincorrevano, mica scappavano.
Il rifugio che Orrendino amava di più era fuori dall’orrida e buia fortezza, fra due rami frondosi in cima a un grosso albero. Lì, disegnava, leggeva e sognava di essere un Super eroe, ammirato da tutti. Leggeva moltissimo, soprattutto libri di avventura, che raccattava nella legnaia. Gli orchi saccheggiavano i libri che usavano come carta straccia per accendere i camini.
Bruttesca era esasperata, non riusciva a comprendere quell'insana passione del figlio e, nonostante lo amasse, si rendeva conto, con grande dispiacere, che non era un orrendo bel mostriciattolo come i suoi fratelli e tentava di educarlo alle buone cattive maniere. "Orrendino mio, se continui così, diventerai un pigro perdigiorno, a cosa serve tutto quel leggere. Guarda i tuoi fratelli come sono orrendamente bravi e abili nell’azzuffarsi. Orrendino mio, devi smettere di leggere quelle stupide storie, perché non giochi con i tuoi fratellorchi!". Orrendino, ci provava, per accontentare la madre, ma i loro giochi finivano sempre in baraonde micidiali. Un giorno, che i fratelli andavano a scorazzare nel bosco, Bruttesca lo pregò: “Va orcuccio mio, va anche tu!” E rassegnato li seguì. I fratellorchi erano attratti dal fogliame putrefacente. Lì s'ingargarozzavano, con stuzzichevoli delizie. Vere e proprie prelibatezze da orchessini, che raccoglievano nei più luridi e spregevoli posti. Per Orrendino erano vere e proprie vomitevoli schifezze. Non c’era nulla da fare, lui e i suoi fratelli, avevano gusti opposti. A lui piacevano more, lamponi, fragole, mentre loro impazzivano per larve, bruchi pelosi e bacherozzoli che buttavano giù in un sol boccone, ruttando e leccandosi i bluastri labbroni. Quel giorno il fratello maggiore, Orcotestone, con parole da orco educato, tentò di essere rudemente gentile con lui: “Orrenduccio, spregevole e caro fratellino, vieni ad assaggiare questo succulento bacherozzolino.”  
Orrendino tentò di addolcire il diniego, cominciando con un grazie, seguito dal no. Solo che la parola grazie non è mai usata da un orco come si deve, così partì con il piede sbagliato. Ringhiosorco, nel sentire quello sdolcinato “Grazie no, caro fratello, io mangio fragole” sbottò: “Che c’è, schizzinosetto? Non vuoi mangiare con i tuoi fratellorchi?” Orcotestone cantilenò: “Angelinuccio, che mangia la schifosa fragoluccia e non vuole la buona larvuccia!”. Ingordorco, golosone, proseguì: “Buon per me! Fratelluccio caro!”, strappò la prelibatezza dalle mani del fratellorco maggiore e, Gnam, se la mangiò. Orcotestone, famoso per la sua testa dura, la usò per assestare una bella zuccata a chi gli aveva sottratto quel prelibato bacherozzolo. Con un terrificante “Aaaaahi” Ingordorco, barcollò e cadde col suo brutto bel faccione flaccido, vicino a uno scarafaggio che prontamente catturò. Gli scarafaggi, per gli orchetti, sono una vera prelibatezza, come i pop corn. Ingordorco, soddisfatto, si rialzò con quel delizioso e croccante insetto tra le dita. I fratelli che si azzuffavano sempre con piacere, si lanciarono tutti, sul povero Ingordorco, per accaparrarsi quella schifosa delizia. Orrendino, non amava quel genere di gioco, così se ne stava da parte, indietreggiando cautamente per svignarsela inosservato, quando Lancillorco lo acchiappò, facendolo volare tra la mischia. Fu così, che per uno scarafaggio, la scampagnata finì in una rissa con i fiocchi, con colpi bassi, testate, ringhi, strepiti, pugni e terribili morsi da orchetti, dai denti aguzzi e marroncini. In mezzo a quella bolgia di corpi, lo scarafaggio, lesto lesto, sgusciava fuori svignandosela indisturbato.
Quando tornarono alla fortezza, erano tutti conciati maluccio, con bozzi, lividi, morsi e occhi pesti. Bruttesca, tuonò: “Chi ha cominciatooo?” Tutti indicarono Orrendino. Inutile, Orrendino era proprio diverso, non aveva nulla che appartenesse alla degna stirpe degli orchi ma Bruttesca era pur sempre la mamma e gli voleva bene, così sospirò: “Pazienza, non tutti possono essere magnificamente orribili.” E si rassegnò a lasciarlo in pace.
Orrendino tornò nei suoi nascondigli a leggere avventure interessanti o divertenti, in santa pace e i personaggi delle storie diventarono i suoi amici immaginari.
Un giorno Lancillorco trovò, vicino a un grande albero, un libro abbandonato, capì che doveva essere di Orrendino e per dispetto lo lanciò nel fuoco di un camino. Fu la goccia che fece traboccare il vaso, era uno dei suoi libri preferiti –Roby Hood- caduto dai rami. Con il permesso dei genitori, Orrendino prese le sue cose e si trasferì nel capanno da caccia, al confine del regno degli orchi, lontano dalla fortezza.
I genitori furono ben lieti di lasciarlo andare. In definitiva aveva già diciotto anni e sua maestà Orrendo era stanco di ripetergli: “Orrendino, guarda i tuoi fratelli come sono meravigliosamente abominevoli. Non vuoi imparare l’arte del bravo e terrificante orco?”. Il dover risolvere le liti dei figli, a suon di ceffoni e mostruosi calci nel sedere, stressano anche un orco. Un figlio in meno era già qualcosa.
Orrendino cominciò una nuova vita, finalmente non si doveva più nascondere.  Pescava, cacciava con le frecce come Robin Hood, disegnava e leggeva. Non sentiva la necessità di frequentare le stamberghe orche, ma andava nei villaggi degli uomini, scoprendo con piacere che tutti parlavano volentieri con lui. Ovviamente, si guardò bene di presentarsi come il principe Orrendino della dinastia degli orchi. Usò da subito il nome Angelino, in definitiva, quel soprannome appioppatogli fin dall’infanzia per deriderlo, non gli dispiaceva, faceva parte della sua vita, perciò era come non mentire.   
Un giorno stava leggendo al ruscello, quando una graziosa e dolce voce chiese: “Che cosa stai leggendo?” Angelino rimase a bocca aperta a guardare quella bellissima ragazza che i suoi avrebbero giudicato bruttissima. Si chiamava Letizia, aveva lunghi capelli biondi, occhi azzurri e denti bianchissimi, come i suoi. Lui le offrì una fragola e ne mangiò una. Poi tentò di conquistarla con un rumoroso e roboante rutto molto virile, come i suoi fratellorchi. Lei sconcertata chiese preoccupata: “Non hai digerito?”, “Digerisco benissimo.” rispose Angelino, ma lei non capiva: “E allora perché rutti?” “Perché è virile.” rispose lui gonfiando il petto. Letizia cominciò a ridere, rideva tanto che gli occhi le lacrimavano. Lui era molto, ma molto imbarazzato. Letizia con grazia disse: “Sai che sei simpatico, a casa mia non si rutta, si pensa che sia maleducato.” Angelino provò un immediato sollievo: “No, no, io non rutto, ma i miei fratelli…” Parlarono, parlarono e parlarono. Letizia gli raccontò che anche lei amava leggere. Lui ne fu conquistato. “Mi sposeresti, anche se sono un principe orco figlio di Re Orrido?” “E che sarà mai!”, rispose lei, “Io non devo sposare tuo padre, ma te.” Le famiglie di sua maestà orco Orrido e dell'umana Letizia s'incontrarono per festeggiare il lieto evento. Le due madri non sapevano che dirsi, si sprecavano in sorrisi da una parte e in smorfie dall’altra, sorseggiando l’intruglio deliziosamente disgustoso o terribilmente delizioso, secondo i punti di vista. C’era poco da fare, erano diverse. La mamma di Orrendino, con un figlio così strano, nel guardare la mamma di Letizia pensò: Certo non è colpa sua se è una signora così spregevolmente disgustosamente bella, che cosa ci possiamo fare noi se i nostri figli si amano. Anche la madre di Letizia pensò: Non è colpa sua se è brutta, ma deliziosamente buffa. Ma tant’è se i nostri figli si amano. Toccava accettare la situazione. Le due famiglie tentarono di adeguarsi ai costumi degli uni e degli altri. Da una parte si tentava di fare qualche delicato rutto, dall’altra si tentava di farli meno rumorosi. Ma la cosa non funzionava un granché bene. Così smisero, e cercarono di accettarsi per quello che erano.

martedì 15 agosto 2017

Buon compleanno mio caro piccolo Blog.


Caro piccolo blog, pensavi mi fossi dimenticata di te?

Invece no!

Per il tuo compleanno ti regalo una favola suggeritami da un episodio successo in questi giorni. 

DENTINA


Snif era stanco ma molto soddisfatto, sentiva il suo prezioso carico dentro la borsa di cuoio, sbatterle sul fianco. Il peso le segava la spalla, ma continuava a camminare veloce pensando a Minet. Aveva appena passato Passo Stretto quando gli apparve Dentina, il suo ridente paesino con le sue bianche e luccicanti case, sulla riva del lago Piro. Un sospiro gli fece distendere la fronte corrugata, i suoi baffi fremettero nel respirare l’aria di casa. Il suo era un lavoro pericoloso e duro. Destrezza, furbizia ma soprattutto silenziosità, erano doti indispensabili. Anche questa volta tutto era filato liscio, per di più portava a casa una pietra preziosissima e unica. Era l’ultimo mattone per la sua nuova casa.
Dentina era famosa per le sue case di un bianco brillante e candido.  Le facciate erano rivestite di pietre bianche e pregiate. Molti abitanti di Dentina lavoravano per raccogliere quel meraviglioso e resistente materiale, che rendeva le case del paese così belle e uniche. Questa particolarità richiamava i turisti da ogni luogo. Giravano per le vie ammirando la bellezza di Dentina, facendosi selfie, comprando souvenir fatti dello stesso materiale delle case, mangiando nei ristoranti i tipici piatti a base di formaggio e comprando prelibatezze da sgranocchiare.
Minet lavorava in uno dei ristoranti sulle sponde del lago, che era famoso e frequentato per il bel panorama. Lei vide Snif in fondo al viale e felice le cose incontro, lui la sollevò facendola roteare. Emozionato, le comunicò la notizia: «C’è l’ho. È bellissima!» Gli occhietti tondi e nerissimi di Minet brillavano di felicità: «L’ultima pietra per finire l’arco della porta?».
«Sì! E pensa è dello stesso purissimo materiale delle altre tre. Sono tutte dello stesso bambino».
«E non si è svegliato mentre la sottraevi da sotto il cuscino?».
«No! Sono molto bravo in questo e l’ho pagato molto bene: una moneta dorata e tintinnante e un pezzo di carta verde, che gli umani trovano più prezioso del metallo. Valli a capire quelli! Comunque domani finirò la facciata della nostra casetta, poi potremo sposarci».     
Minet lanciò un gridolino di felicità e lo baciò.

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Mio nipote ha perso il quarto dentino e ci siamo domandati: «Ma i topini o le fatine che raccolgono i denti di tutti i bambini, dove li portano e cosa ne fanno?». Da questa domanda è nata questa storia: DENTINA.
Il ragazzo però è già un po' scafato e comincia a essere dubbioso e alla domanda diretta: «Li hai messi tu i soldi?»
La risposta è stata decisa e immediata: «Noo... non ne so nulla! Anzi ti dirò che sei un bimbo fortunato».
«Perché?»
«Io quando ero piccola non sapevo dell'esistenza di un topino o di una fatina, così non ho mai messo i dentini sotto il cuscino. Mannaggia! Se lo sapevo, ci avrei guadagnato un sacco di soldi, e invece così non ne ho mai ricevuti.».
Lui ascoltandomi e si è distratto chiedendomi dove li mettevo e se li ho ancora.
Si è distratto o gli fa ancora piacere crederci?
Penso entrambe le cose e va bene così, a sette anni si può ancora sognare, giocare e credere nella magia delle favole. In definitiva anche noi adulti quando leggiamo un libro che ci piace cosa facciamo? Non siamo dispiaciuti di lasciare quella storia quando finiamo di leggerla?
A me succede. Non per nulla il mio blog ha la parola “Sogni” nel suo titolo.
Il titolo del blog è una frase che ho trovato in una vignetta di Snoopy, la sua ironia mi piace. Io comunque sogno tranquillamente anche a occhi aperti, anzi quelli notturni svaniscono appena mi sveglio, mentre quelli diurni mi fanno sorridere come una deficiente anche da sola. Così rincorrendo i miei pensieri bislacchi, ogni tanto li scrivo qui, sono le mie care Panzane.
La favola Dentina è una di queste.
Buon compleanno mio caro e piccolo blog.
Eh già! Non c’è il due senza il tre, è il 15 agosto, come scorre in fretta il tempo, mi sembra ieri che titubante mi sono lanciata in questo immenso mare, la biosfera di internet, nuotando e fermandomi spesso per respirare. Caro blog non mi dimentico di te e delle persone che mi hai dato l’opportunità di conoscere e che continuo a leggere e seguire. Mi avete dato tutti molto, è un bellissimo modo per allargare gli orizzonti, il pensare, il riflettere, il giocare, il conoscere cose nuove mantenendo la mente attiva nonostante gli anni che passano sempre più velocemente. 

venerdì 23 giugno 2017

INSIEME RACCONTIAMO 22- Px







#Insieme raccontiamo#Patricia Moll

INSIEME RACCONTIAMO 22

Questa volta al gioco, Insieme raccontiamo, di Patricia Moll del Blog Myrtilla'Shouse ci sono anch'io. Le regole le trovate: 


INSIEME RACCONTIAMO 22

Il suo Incipit è scritto in verde a seguire il mio racconto, dopo l'immagine suggerita da Patricia Moll.

Si sedette sul divano col personal sulle ginocchia. Finalmente un po' di pace. Nessuno tra i piedi, silenzio, la coca fresca accanto e... pace, appunto!
Però qualcosa non andava. Lo schermo del pc pareva vivere di vita propria. Prima di uno strano colore rossastro, ora era pieno di stringhe di codici che continuavano a scorrerle davanti agli occhi senza fermarsi. E non lo aveva ancora acceso.
Improvvisamente, parole di senso compiuti comparvero in mezzo alle stringhe ad un borbottio strano che pareva uscire dallo schermo. Parole incomprensibili... come se fosse un'altra lingua.
Si avvicinò al monitor per leggere ed ascoltare meglio e...



Px

Un fruscio fastidioso: ssccknftdlpzfrstcgsssssccccccbtlprssss
"Ma che cavolo succede?"
Le stringhe mutarono, apparvero vocali: ssscccceeeeeiiiissssccccoooouuuuaaaa. Poi apparve una scritta seguita da una voce metallica e monocorde:
"Chi sei? Sai comunicare?"
Fece un salto sulla sedia. Sbalordita e con le mani titubanti si avvicinò alla tastiera e digitò:
"Sono Alice, tu chi sei?"
"Sono Px del pianeta Puntix, descriviti, come sei fatto?"
"Sono fatta di carne, ho un corpo, una testa, due gambe con piedi, due braccia con gambe. E tu come sei fatto?"
ssssssccccccc:"Non comprendo. Cosa sono: carne, gambe, piedi, braccia, mani? IO sono pensante."
"Anch'io! Non so come spiegarti la composizione di carne, ma la testa serve per pensare, le gambe con i piedi per muoversi, le braccia con mani per: abbracciare, toccare, accarezzare, pizzicare, manipolare, prendere..." tralasciò picchiare, non le sembrava un bel modo di presentarsi.
sssssccccccc:"???"
"Non puoi mostrati?"
sssssccccccc: "Che cosa è: mostrarti?"
"Vederci, guardarci."
ssssscccccc: "???" sssscccc "Non comprendo:vederci, guardarci."
"Osservarci, registrarci, con una telecamera, un obiettivo, vederci con gli occhi."
sssssccccccc:"??? telecamera? obiettivo? occhi?" la voce metallica, stava diventando perplessa, pensosa e meno monocorde. 
"Tu che mi hai trovato, non puoi mandarmi una tua immagine?"
"sssscccccc ???"
"Descrivi il tuo pianeta, dove si trova?"
"sssssssccccccc secon ssssssscccccc setl ssssssccccc..."
Un crepitio più veloce poi un botto, seguito sul monitor da un'esplosione di stelle. Poi più nulla. Solo la solita immagine sul Desktop.
Possibile fosse successo davvero? Che fosse un sogno? 
Alla radio cantava Edoardo Bennato -L'isola che non c'è. 

Ma lo avete letto? Fatelo.

#Liberi i miei versi#Patricia Moll


Chi conosce e legge il blog di Patricia Moll Myrtilla'shouse sa' che le sue poesie meritano. Dalla sua penna escono versi che colpiscono e meravigliano. Chi la conosce sa' che ha dispensato e regalato a moltissime persone che bazzicano nel web i suoi azzeccatissimi acronimi.
Come non nominarla per le sue bellissime poesie?   


Liberi i miei versi

Eccovi la prima poesia che è nel suo libro:

LIBERI I MIE VERSI

Liberi sono i miei versi
Nessun confine
di metrica
li trattiene,
li incatena
in cadenze regolari
convenzionali.
Liberi di andare
si perdono sulla carta
seguendo percorsi
perfino a me sconosciuti
Senza un riferimento preciso
paiono non conoscere la direzione.
Ma sono io
che
non la conosco.
I miei versi
sempre si dirigono
verso la meta
già decisa.

Buona lettura, come lo è stata per me, a chi vorrà acquistarlo.
Eccovi QUI il link di acquisto.

lunedì 19 giugno 2017

Premiazione del concorso letterario RuleDesigner

#Premiazione concorso letterario RuleDesingner. #Historica

CHE EMOZIONE


No no, è proprio vero, è capitato proprio a me, un mio racconto è finito qui:


RACCONTI EMILIANI
 Volume I
(61 racconti, 259 pagine. 
Euro 19
ordinabile in libreria o alla casa editrice 


Avevo scritto e annunciato venerdì 16 giugno (se volete leggre cliccate QUI), che qualcosa di speciale mi stava capitando.
La mia storia è stata selezionato tra 300 racconti prevenuti al concorso letterario RuleDesinger.
164 sono stati i racconti pubblicati in tre antologie:
due antologie emiliane, una romagnola.

Nessun testo alternativo automatico disponibile.
foto di Agnese Andrini

Questo è l'evento a cui ho partecipato sabato 17 giugno nella Sala della musica della Basilica di San Petronio.

L'immagine può contenere: 8 persone, persone sedute e spazio al chiuso
foto di Agnese Andrini

Seduta, nascosta in mezzo a questa moltitudine di persone e da un ventaglio rosso, ci sono anch'io. 

incipit del mio racconto:

FATA TURCHINA
Giovedì 11 luglio 2015 ore 18,30
Arrivo all’indirizzo, che mi è stato dato dall’agenzia, di via Belle Arti 11.  Mi vedo riflessa nella vetrina, il barista è di lato appoggiato al bancone e guarda il televisore appeso alla parete. Entro e sparo la prima cavolata che mi salta in mente «Ciao sono Beyoncé».
 Il barista si gira verso di me appoggiando entrambe le mani al bancone «Prego?!!».
 Io «Scusi scherzavo. Piacere sono Laura Basili, mi manda l’agenzia interinale, ma vorrei essere come Beyoncé».
 «Già! E io vorrei essere Indiana Jones ma come vedi mi mancano i capelli e il ghigno.» La sua pelata luccica sotto la luce impietosa e malevola del locale. Mi allunga la mano. «Ricominciamo. Ciao sono Carlo. Il grembiule lo trovi appeso dietro a quella porta, puoi lasciare lì la giacca e la borsa.» Sbigottita  annaspo un «Mi mi assuume!».
 «Senti non ho tempo da perdere, tra un po’ qui ci sarà l’inferno. Prima ti metti il grembiule prima ti potrò spiegare cosa devi fare.» Mi dirigo verso la porta. Ho trovato un lavoro, temporaneo ma pur sempre un lavoro. Quando torno, lui mi allunga un menù rettangolare.
 «Mi piacciono le persone veloci e di poche parole. Prendere l’ordinazione e portare i piatti sempre con il sorriso stampato in faccia, anche quando il cliente è un marone» indica il menu che ho in mano «quelle sono le prelibatezze per studenti squattrinati di mia moglie Anna. Se superi indenne la serata senza fare casini con le comande, ti assumo anche se non sei Beyoncé. Maa… mi spieghi perché Beyoncé?» ora però sorride.
 Sbuffo «Emm… stavo ascoltando una canzone dei Coldplay con Byoncé, quando mi sono vista riflessa nella vetrina e ho pensato, così come sono, questo non mi assumerà mai, non sono certo una Beyoncé!».
 Carlo ride, «Ma se vuoi essere come Beyoncé, mi spieghi perché ti sei mezza rasata e quel po’ di capelli che ti restano sono  blu?».

Il mio racconto è ambientato in una strada nella zona universitaria del centro di Bologna, via Belle Arti. Una storia ironica, per teenager. Il mio è un racconto leggero e frivolo, ma il tenore degli altri è ben diverso. Ne ho avuto sentore e stupore arrivata a casa nel cominciare a leggerli. Mi meraviglia sempre la bravura di chi sa scrivere e ti attanaglia nella sua storia con sensazioni, emozioni, sentimenti. Ha ragione il curatore del concorso Stefano Andrini che nel presentare l'antologia ha sottolineato:"Una grande orchestra sinfonica... Gli strumenti narrativi che la compongono ci sono tutti e danno vita ad una sorta di romancero padano suggestivo e coinvolgente come un Bolero di Ravel. La memoria, prima di tutto. Con le sue sonorità a volte sbiadite, a volte pacificanti e in altri casi struggenti o addirittura disperate...Questi racconti sono di un popolo a cui piace, ancora, contare storie...".  E io aggiungo che sono storie che meritano di essere lette e che in queste sere estive mi faranno compagnia prima di addormentarmi. Io che amo leggere romanzi sono rimasta, per la seconda volta dopo, Storie di Gatti, piacevolmente colpita dai racconti che ti danno la possibilità di concludere la trama in una lettura veloce.

Nella foto Stefano Andini curatore del concorso è in mezzo, alla sua destra Francesco Giubilei, con il microfono, direttore della casa editrice Historica, alla sua sinistra Gianluigi Pagani di Associazione Amici di San Petronio.

L'immagine può contenere: 3 persone, persone in piedi, telefono e spazio al chiuso
foto di Agnese Andrini

A tutti gli autori dei racconti selezionati è stato dato un attestato, di un lucido color oro che appena sono tornata a sedere con il mio premio tra le mani, ha fatto esclamare mio nipote: "Ma nonna è d'oro!", Come contraddirlo? Per me è il cartoncino dorato più prezioso che abbia mai ricevuto. Pensavo di veder sorridere la famiglia al completo sulla battuta, ma invece nessuno ha reagito con ilarità, anzi mio marito era anche un po' commosso.

Nessun testo alternativo automatico disponibile.

Eccomi! Ingobbita dall'emozione mentre lo ricevo da Gianluigi Pagani.

L'immagine può contenere: 3 persone, persone che sorridono

Ecco il cartoncino d'oro e d'argento che vale un firmamento.

L'immagine può contenere: 3 persone, persone che sorridono, occhiali

Con Stefano Andrini

Ora se vedete il curatore così accaldato un motivo c'è. Il luogo scelto per la premiazione degli autori, è un suggestivo sotto tetto della Basilica di San Petronio. Siamo vicini al campanile, e dalle finestre si dominano i tetti di Bologna. E' un monumento storico che non può essere contaminato da corbellerie come i condizionatori. 

campanile


Ma la vera chicca di questa sala è stata per tutti, la finestrella con griglia in legno che si apre sull'interno della Basilica. In questo sotto tetto c'erano gli alloggi dei servi, pare qui abbia dormito anche il servo di Michelangelo, mentre lavorava ad una statua a Bologna. La servitù, da quella finestrella, controllava che non avvenissero furti nella Basilica.  
Ecco la veduta dell'interno chiesa da lassù:

L'immagine può contenere: tabella e spazio al chiuso
foto di Agnese Andrini

Che dire, ho passato un bellissimo pomeriggio carico di emozioni con la mia famiglia.

L'immagine può contenere: 2 persone, persone che sorridono
Quelli che si sentono giovani ma non lo sono più da un pezzo.


Le mie bambine e la Birba di nipote,
. Mio genero è girato di spalle, sta leggendo vicino al banco dove sono sistemati i materassi.  Abbiamo scoperto che in editoria i libri vengono scherzosamente definiti così.

Ora non ci restava che concludere in bellezza la serata. All'uscita ho fotografato questa torre che si trova in  Corte Galluzzi. E' una delle tante torri di Bologna, non per nulla viene chiamata anche, città dalle 100 torri. 


Corte Galluzzi collega piazza Galvani a via d'Azeglio, dove c'è la casa di Lucio Dalla, ma noi siamo usciti verso la piazza. 


Ecco, qui sotto, l'uscita  nella facciata del palazzo e nel mezzo della piazza la statua di Galvani.


Di fronte c'è il portico del Pavaglione e sotto al portico, là dove si vedono gli ombrelloni con i tavolini, c'è il bar Zanarini che fa angolo con via Farini. Lo so che non è un luogo culturale come il museo civico archeologico o la libreria Zanichelli, dove andava Giosuè Carducci, o la biblioteca l'Archiginnasio (se vi capita di venire a Bologna, andate a vederla perché è una vera chicca), che si trovano proprio sotto questo portico, ma a noi andava di festeggiare con un aperitivo, e ci siamo diretti là.


Poi abbiamo girovagato per il centro come turisti, per fermarci in fine stanchi e affamati in una pizzeria. 


 Questo è il rientro a casa con il tramonto. Che dire? Anche il cielo mi è sembrato più bello.

venerdì 16 giugno 2017

ancora non ci credo ...



RACCONTI EMILIANI

Ancora non ci credo, ma sta succedendo davvero a me?
Domani sarò in questa sala, e verificherò se è proprio vero.
Domenica se non subirò un'atroce delusione (ma anche se fosse vi svelerò l'arcano) e la mia famiglia sarà in grado di fare foto decenti mi farò viva. Vi racconterò cosa ho combinato e cosa mi sarà capitato.


L'immagine può contenere: sMS


L'immagine può contenere: 2 persone, persone che sorridono, sMS

Come avrete capito si tratta di libri e pare che in questi libri ci siano anche i racconti di due comici:
Duilio Pizzocchi
e
Andrea Vasumi

L'immagine può contenere: 2 persone, sMS

mercoledì 7 giugno 2017

Storie di Gatti - Nuovi racconti a quattro zampe per Amatrice e Accumoli

#Storiedigatti#l'amorenoncrolla#solidarieta'

STORIE DI GATTI



L'immagine può contenere: gatto e sMS


Che emozione, il 3 giugno 2017 è finalmente uscito anche il cartaceo di Storie di gatti
Che ve ne pare? Già dalla copertina non viene voglia di acquistarlo?
Fate attenzione, dite di sì, il mio gattone Cesare vi controlla.
Un mio racconto è dentro a questo libro antologia, ma non so proprio perché ci sia finito. Gli altri racconti prendono e si fanno leggere in un battibaleno. Spaparanzata sul divano con il libro tra le mani, mi dicevo:"leggo questo poi vado a letto, ancora questo poi vado..." alla fine li ho letti tutti e 24. 
E' un libro di 124 pagine che si legge volentieri e velocemente. Orgogliosa di far parte di questo branco gattoso e solidale.
So che in internet sui nostri amici pelosi circola: tra video, vignette e foto,di tutto e di più,
ma in questi racconti c'è altro: in alcuni si avverte più la paura, in altri l'aiuto, in altri l'affetto e l'amore che commuove, in altri ancora il coraggio e in parecchi anche l'ironia.
Il passo felpato dei gatti è silenzioso, riservato e elegante anche quando si tratta di porgere una zampa a chi è in difficoltà.
Il libro lo si trova su amazon. 
Prenotate 
(QUI) 
Con questo semplice clic e relativo modico acquisto di 9,97 euro, farete parte del nostro branco, rafforzando il gruzzolo che la Croce Rossa Italiana utilizza per la zona terremotata del 24 agosto 2016, del centro Italia. 
Con il libro precedente Buck e il terremoto, sono stai raccolti poco più di 1500 euro per Accumoli e Amatrice, con Storie di gatti si continua la catena della solidarietà, e se proprio proprio vi scappa di comprarlo e dopo la lettura fate una piccola recensione su amazon, sappiate che Cesare il gatto ringrazia e vi ritiene cavalieri e dame dal Cuore D'oro.
Per ricostruire occorrono fondi e tempo, ne so qualcosa anch'io che non sono di quella zona, ma emiliana. Parecchi paesi vicino a me portano ancora le tracce del terremoto del 2012 e i lavori continuano. Se sono ancora in ristrutturazione alcuni centri dei paesi emiliani da 5 anni, immaginate là che ne è trascorso meno di 1 con un inverno rigido e difficile alle spalle.
Dicono che cani e gatti non vanno d'accordo, ma questi libri smentiscono il detto, cani e gatti si sono uniti per aiutare.
In questi libri ci sono storie che nonostante il tema traumatico e doloroso hanno un risvolto sempre di speranza. 
Pensate che questo progetto nasce da una spinta emotiva con spirito "fai da te" e senza casa editrice di un gruppo di tenaci. Io che non possiedo neppure una competenza (amo scrivere, ma da qui al saperlo fare è un'altro paio di maniche) ho avuto la fortuna di essere accetta tra loro per questa seconda edizione, con il racconto La casa sperduta.
Questo bellissimo branco, composto da animali e umani che non si arrende facilmente, ha avuto il coraggio di mettersi in gioco anche in un video senza pretese, con pochissimi mezzi pur di far avanzare il progetto. Sarò un po' scema, ma quando lo guardo e penso a cosa è riuscita a creare Silvia Algerino con quel poco che le abbiamo inviato mi commuovo. 
Coraggio gente ora fate il vostro dovere, qui vi chiedo davvero poco: guardate il video.
Più salgono le visualizzazioni, più vi iscrivete al canale e mettete il like, più fate pubblicità al progetto solidale, perché nella vita crollano le certezze, crollano i palazzi, crollano le montagne, ma l'amore non deve crollare mai, l'amore è la colonna portante delle nostre vite.  



Il branco di umani e animali ha anche un sito
se vole passare scoprirete chi siamo.

Indice dei racconti e degli autori di

STORIE DI GATTI

A MODO MIO
A OGNUNO LA SUA OPERA
DEDICATO A
SCARLETT
di Sandra Buttafava
GOLIA DAGLI OCCHI GIALLI
di Emma Frignani
A BILBO
di Maria Beatrice Venanzi
DUCHESSA E LA BANDA DI GATTI MAGICI
di Daniele Savi
POLPETTA
di Tiziana Balestro
OGGI SONO NERVOSO
di Paolo Forte
DOPO
di Daniele Imperi
UNA VITA DIVERSA
di Giulia Mancini
RANDAGIO MA NON TROPPO
di Corinna Campanella
TUTTO A POSTO, TRANNE LA CODA E I BAFFI
di Gloria Maria Magnolo
LA GATTA E IL MONACO RISORTO
di Anna D’Alessio
OLTRE IL PONTE
di Deborah Leonardi
EROE IN INCOGNITO
di Lucia Cabella
INA LO SA
di Licia Luisetto
MEMORIE DI UN GATTO D’ASTRONAVE
di Giuseppe de Micheli
DA NONNO A NIPOTE
di Anna Lelli Mami
IL GUARDIANO
di Marco Stabile
IL SUO GATTO È COME NESSUN GATTO
di Gaspare Burgio
SIMBA, UN GATTO CON UN NOME
di Barbara Businaro
MIAO
di Velma J. Starling
BIANÈ, MEGLIO INTERI
di Stefania Lai
LA CASA SPERDUTA
di Anna Maria Fabbri
DONNA MARIA LA GATTARA
di Silvia Algerino
FRANKIE
di Serena Bianca De Matteis 

Cesare il gatto ringrazia



e vi offre un breve anticipo
della storia che mi ha raccontato
e che io fedelmente ho trascritto.
Alla domanda se è storia vera,
mi ha risposto con un sornione:
"Ron ron".

La casa sperduta 
di Anna Maria Fabbri 

 La natura germogliava e colorava i prati, la vita brulicava industriosa dopo il letargo invernale. Carla, dall’orto, guardava quei due graziosi gattini tigrati che giocavano e si rincorrevano nel prato. Erano già diversi giorni che li osservava aggirarsi attorno a casa, ma non vedeva mai la loro mamma. Molto probabilmente era una gatta randagia e autoctona, che li aveva già abbandonati al loro destino.  Carla aveva cominciato a mettere una piccola ciotola con un po’ di latte nell’angolo della casa, che puntualmente ritrovava vuota. Amava la primavera, era la stagione che la riconciliava con il mondo, il suo spirito sindacalista si addolciva anche con quell’umanità bastarda che invecchiando comprendeva sempre meno. Da quando era in pensione lei e suo marito passavano più tempo in quella stretta vallata con la terra dura e sassosa, disturbata solo dal rumore dei trattori, lontani dalla vita frenetica della città.  Amava leggere, la cura dell’orto e le camminate in mezzo a quella natura che spingeva e sbocciava mai stanca di rinnovarsi. Un giorno, un miagolio disperato e forte le face interrompere la lettura. Incuriosita, stava per uscire, quando si scontrò sulla porta con suo marito, che si teneva stretto una mano tutta graffiata. − Che ti è successo? − Ho tentato di prendere in braccio uno dei due gattini ma mi ha morsicato e graffiato come una tigre furiosa. − Ma sono randagi, si sarà spaventato a morte.  − Ho capito, però oggi ce n’è solo uno e piange disperato!