martedì 30 dicembre 2014



AUGURI PER UN FELICE E 
SCOMBISCIATO
 ANNO NUOVO

Vorrei avere una bacchetta magica e donare
salute e felicità
lavoro e libertà
amicizia e serenità,
e tante cose belle,
ma la bacchetta non celò
ed un sorriso vi regalerò…
Anzi, non un sorriso
ma una bella
grassa e grossa risata
scombisciata.
Vi auguro risate grasse e grosse per tutto l’anno.




BUON 2015


domenica 28 dicembre 2014

SOGNI E SCAMBI DI NATALE


Evento Blogger and Blog

SOGNI E SCAMBI DI NATALE
Dicembre 2014 (Bloggidee)

#sogniescambidinatale

Ho partecipato a questo simpatico evento che rispecchia lo spirito natalizio che ciascuno di noi dovrebbe ricordare tutto l’anno, la proprietaria Ximi ha invitato a scrivere un proprio sogno e scegliere e pubblicizzarne un’altro sul proprio blog. Di sogni belli o divertenti da evidenziare ne ho letti tanti, oggi vi racconto quello di Olgica Valtorre del blog "Una finestra sul mondo" http://olga1212blogspot.it/2014/12/evento-blogger-and-blogquesto-e-il-mio.html
Olgica scrive:
Vorrei per l’anno prossimo che si risolvesse la crisi in tutta Italia, e pubblica una poesia scritta l’anno prima, è il racconto crudo di una situazione di disagio reale che non ha bisogno di svolazzi poetici.

NATALE A NORDEST
Elettromeccanico del nordest
Con moglie e tre figli,
fabbrica in chiusura
per trasferimento all’estero
dove costa meno.
Natale, in attesa
Della lettera di licenziamento,
quest’anno niente regali,
i pochi denari andranno
per cibo e tasse.
Sarà un povero e triste Natale del nordest.
(testo di Olgica T)

Il 2014 sta per concludersi e l’augurio che con questa poesia voglio lanciare è lavoro per tutti come è sancito nella nostra bellissima costituzione.

Art.1

L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

venerdì 26 dicembre 2014

13) MELISSA E LA NUVOLA



A CASA DA FERRUCCIO

La strada che conduceva al paese fiancheggiava il torrente. Il corso d’acqua era attraversato da ponticelli di legno. Fiancheggiammo un castagneto, quando Gnò indicò a Poppy, un ponticello dietro una curva. Era il sentiero che ci avrebbe portato a casa di Ferruccio, dove noi eravamo diretti.
Sbucammo in una radura circondata da boschi, al lato destro del prato vi era una graziosa baita, con il tetto spiovente ricoperto di muschio verde . Il mio primo pensiero fu: “sta a vedere che fa la guardia forestale anche qui”. Di fianco alla casa c’era una staccionata con dei cavalli.
Appena il calesse varcò il cancelletto del giardino, una giovane signora, con un bambino piccolo in braccio, uscì di casa. Aveva capelli corti, mori e ricci e orecchie a punta. Sorridendo ci venne incontro.
«Ciao Gnò, ben arrivati, io sono Mora e questo è Gigaro» il bimbetto per tutta risposta fece una  sonora pernacchia «monello di un bambino» disse la madre «ti sembra il modo di salutare?» Ma noi ormai stavamo ridendo, e lui continuò il suo show, felice di aver trovato un pubblico. La madre con un bavaglino gli puliva   la saliva provocata dalle pernacchie, seguite da risolini del monello, esasperata  e divertita la madre ci invitò dentro.
«Venite a rinfrescarvi, sarete stanchi. Ferruccio è andato al mercato con le altre due pesti.»
Papaver prese in braccio il piccolo e sollevandolo in aria, lo fece ridere.
«Mora hai un bambino splendido. Non sapevo che Ferruccio avesse tre figli, non vorrei darti troppo disturbo ospitandoci tutti.»
«Di che ti preoccupi, tu non hai la bacchetta magica?»
«Certo.» Rispose la fata stupita, «allora vedrai che ce la caveremo.» Fu la pronta risposta dell’elfo femmina.
Mora era spigliata e cameratesca, così tra le due donne si instaurò subito una famigliare intesa. Si misero al lavoro per sistemarci tutti.
L’apparizione delle valigie per me era sempre fonte di stupore, Nino e Chicco sghignazzavano.
«Beh, che c’è da ridere?»
Il nipote di Gnò si prese la briga di rispondere.
«Non è mica sto gran avvenimento da restare a bocca aperta!»
“Sarà stato così per loro, ma non per me!”
Avremmo dormito in una stanza , con i figli di Mora. A guardare i letti in fila, sembrava la stanza dei sei nani, mancava il settimo lettino e avrei pensato di essere nella favola di Biancaneve.
Quando sentimmo arrivare un calesse noi tre scavezzacollo ci precipitammo giù per salutare Ferruccio, ma soprattutto per conoscere le pesti.
Il guardaboschi o devo chiamarlo elfo? Beh, comunque lui, era seduto sul calesse, in mezzo a due bambini, un maschio e una femmina. A me sembravano tutto tranne delle pesti. Erano due bambini normali e basta. La ragazzina si chiamava Centaura, era mora e riccia come la mamma, e aveva nove anni come me. Allo, il fratello, aveva undici anni come Nino, ma ci superava tutti in altezza. Anche lui aveva la stessa zazzera e gli stessi occhi verdi della sorella. L’intesa tra noi e le pesti fu subito perfetta. Scorazzammo intorno alla casa, fino all’ora di cena, o meglio finché Mora non ci chiamò suonando una campana.
Ci radunammo tutti nell’accogliente cucina della famiglia di Ferruccio, il camino era acceso e mandava bagliori sulle pareti. Gigaro, seduto in un seggiolone, sgranocchiava con i suoi unici due dentini un crostino di pane, mentre Mora portava in tavola della polenta fumante con dei funghi. Gnò aveva aperto per gli adulti del buon vino, acquistato da Cantinello, e non finiva più di decantarne il profumo, il colore guardando contro luce il liquido versato nel bicchiere… il sapore sorseggiandolo a piccoli sorsi, finché Poppy esasperata intervenne canzonandolo «Sì sì, la fai tanto lunga perché sei tirchio e non ce lo vuoi far bere.» Inutile, a tutti scappò da ridere.  La conversazione era allegra, intercalata dai commenti sbrodolosi di Gigaro:
«Ma ma, brrr, pa pa nghe».
Nino rideva, facendogli le linguacce. Quando voleva sapeva essere  simpatico, sottolineo, quando voleva. La maggior parte del tempo la perdeva a polemizzare con me. Beh! Devo ammettere che io non ero da meno. Così adesso tra noi c’era un battibeccare continuo.
Feci assaggiare un po’ della mia polenta al piccolo, facendo fare al cucchiaino l’aeroplano. Nino ovviamente, per non perdere l’abitudine, disse:
«Ma così lo soffochi!»
Io sbuffando, come un treno a vapore, risposi piccata:
«Che simpaticone, non vedi che gli piace!».
Chicco , costretto a sopportarci, si consolò dicendo:
«per lo meno adesso non si ignorano» ma scuoteva la testa scoraggiato «però siete una vera pizza!»
Lo disse forte e l’intera tavolata rise di gusto, mentre io diventavo rossa fino alla radice dei capelli.
Fata Poppy chiese di Agnese a Ferruccio. O questo sì che mi interessava e mi rizzai sulla sedia attenta, anche Isotta, sdraiata ai miei piedi, nel sentirmi muovere si era seduta impettita.
«Non è ancora arrivata. Si è fermata nel paese fatato per capire e risolvere il caso della bambina sparita. Bisogna ammettere che era veramente molto lontana dalla culla. Sembra proprio che ci sia lo zampino di qualcuno, ma perché e chi? E’ strano, molto strano.»
«Non si sa ancora nulla?» Chiese Gnognò.
«No, ma per me c’è lo zampino dei Roliopet» rispose l’elfo e la fata continuò:
«Ma che senso avrebbe avuto portarla lì?»
Ferruccio si strinse nelle spalle.
«Per me intimidire, far capire che possono arrivare ovunque.» Gnognò era pensieroso.
«Se è così è una brutta storia.»
«Già, sarebbe la prima volta che accade da noi.» Commentò Poppy, ora nessuno sorrideva più e tutti erano pensosi.
Mi rivolsi sottovoce a Chicco:
«Ma chi cavolo sono questi Roliopet?»
«Brutta gente, con la quale è meglio non averci a che fare».
Poppy continuò:
«Domani andrò a salutare Ehloro, il Supremo. Non è certo gentile da parte mia entrare nel paese elfico senza salutare il suo capo.»
«Già, già» fu il commento di Gnò rivitalizzandosi «Per non dire come ci è entrata… La signorina qui non voleva farsi sorpassare, solo che ha trovato pane per i suoi denti.»
«Oooh sentilo, sentilo adesso, quello che urlava. Aiuto aiuto fermati» Poppy faceva il verso a Timoteo, prendendolo in giro: «Fermati fermaaati …». Così Gnognò rincarò la dose, raccontando ironicamente a modo suo tutto l’episodio, senza salvare nessuno di noi. A sentire lui: Isotta aveva il pelo dritto, io tremavo ed ero avvinghiata a Chicco, quello scalmanato di suo nipote voleva provare a guidare il calesse a duecento km all’ora, ma, arrivato vicino alla cascata, urlava di paura come un pazzo, Papaver, la scavezzacollo, improvvisamente era diventata bianca come un fantasma e aveva i capelli dritti dalla paura. Inutile dirlo, tutti faticavano a trattenere le lacrime dalle risate, e guardavamo le buffe espressioni del volto dello gnomo che imitava le nostre voci. L’unica a guardarlo torvo era Papaver, ma aveva gli occhi che la tradivano, sotto sotto se la rideva.
Io ridevo ma pensavo: “gli avvinghiati erano i due maschietti, e non c’erto io. Io sono stata molto coraggiosa … beh, forse, un po’ coraggiosa  … beh forse, no. Comunque non ero avvinghiata a nessuno”, inutile, anch’io come la fata sono un po’ permalosa.  A mezzanotte gli adulti ci mandarono a letto. Se Dolcetta avesse saputo che Gnò ci aveva fatto fare le ore piccole, si sarebbe ripresa il suo bambino. Ma non poteva saperlo. Così Chicco e io andammo a letto stanchi ma felici.

mercoledì 24 dicembre 2014

AUGURI


AUGURI

Da Anna, Melissa, Birba, binonna Uffa, il gattone Cesarone, la mia figliolanza e quel santo di mio marito



La foto è del Natale passato, quest'anno la torre degli Asinelli di Bologna non è illuminata, peccato! Era molto suggestiva.

BUON NATALE

Anna M.(la sognatrice noncelapossofare)

giovedì 18 dicembre 2014

12) MELISSA E LA NUVOLA


VIAGGIO VERSO IL REGNO DEGLI ELFI

Una nuvola dorata atterrò davanti a noi, era Poppy in camicia e pantalone sportivo, ma pur sempre vestita di rosso, senza spighe e robe varie in testa.
«Buon giorno a tutti allora si parte?»
Noi tre, Chicco, Nino ed io, saltammo sul calesse, mettendoci comodi. Cominciammo a salutare agitando le mani, con un sorriso sulle labbra che raggiungeva le orecchie, Gnò divertito disse:
«Già, già, piccole pesti! Avete una smania che non aspettate neanche che salga. Dai Poppy, dammi una mano, voi fate non potreste fare calessi più bassi!».
 La fata afferrò la mano di Gnognò, e lo tirò su, con un sorriso furbetto. La mamma di Chicco, che si asciugava gli occhi nel grembiule, mandava baci  al figlio con la mano. La risposta del mio amico fu immediata:
«Dai mamma, non vado mica in guerra!»
Mi sarebbe piaciuto poter salutare la mia mamma. Isotta era acciambellata sul mio grembo, il suo calore mi trasmise conforto.
Il calesse uscì dal paese in modo convenzionale, cioè come fanno tutti i calessi normali.
«Allora Gnò, che strada ci conviene fare?» Chiese Papaver
«Direi delle acque». rispose Timoteo.
«Ok.» La fata con fare spiccio cominciò: «Su su, or dunque lavora e solleva, or dunque il tuo lavoro accingiti a fare. Solleva e lavora. La carrozza fa volare e alle Acque Tuonanti facci arrivare.»
Le acque tuonanti non sapevo cosa fossero, però, in quel momento, mi godevo il volo e già pensavo alla faccia che avrebbe fatto Carlo Rossi, quando gli avrei raccontato che io avevo volato sui calessi, con il vento fra i capelli.
L’andatura era tranquilla, volavamo appena sopra le cime degli alberi, di nuvole in cielo neanche l’ombra. Arrivati sopra la stazione Biricchina, la fata tirò leggermente le redini per sorvolarla.
Ero seduta tra Nino e Chicco, tutti e due avevano le braccia appoggiate sullo schienale dietro le mie spalle, fin qua nulla di male, ma cominciarono a stuzzicarsi, propri lì dietro al mio capo. Sbuffai… Isotta scese dalle mie ginocchia e si rifugiò sotto il seggiolino. La tresca tra loro non finì. Si misero a solleticarsi schiacciandomi, non potevo mica stare zitta e subire.
«Ehi… smettetela branco di buzzurri!» nuova parola imparata qui nel diquamondo «se continuate così vi butto giù dalla carrozza!» e assestai sia a destra che a manca due poderose gomitate.
In risposta alle mie gomitate si sentì un unisono e lamentoso “ahi”, seguito da un’ azzuffata generale.
Gognò urlò: «Piantatela lì di dietro, o vi butto fuori io di qui!» si girò a guardarci in cagnesco «avete capito!»
Tutti e tre assumemmo una posizione dignitosa e accennammo un sì con la testa, nessuno di noi voleva volare fuori dal calesse, il capitombolo era troppo alto.
Fiancheggiavamo la ferrovia, quando un’altra carrozza con un puledro bianco ci superò con un’andatura molto sostenuta. Lo spostamento d’aria ci fece oscillare. Poppy prontamente si alzò spronando la sua cavalla e incitandola.
«Oh oh!»
Sembrava punta da una vespa. La carrozza fece un balzo in avanti, e Gnognò si strinse il cappellaccio sulla testa.
«Ehii! Ma che fai! Rallenta …»
La fata non lo considerò affatto.
«Oh … oh!»
Affiancò l’altro mezzo e guardò l’altro conducente, con chiare intenzioni di sfida. Lui ricambiò lo sguardo e l’accontentò subito. Il suo mezzo accelerò. Noi lo seguivamo a ruota, “accidenti questa fata  è proprio pepata”, e io che la credevo, dopo averla vista ballare, dolce e soave. Poppy riuscì ad affiancarlo un’altra volta. Lui divertito ci osservò. Aveva capelli lunghi e castani legati dietro. Le ruote dei calessi si toccarono, attimi di panico attanagliarono il mio stomaco, ma il giovane si rivolse al suo cavallo in una lingua molto musicale. L’animale sembrò aver ingranato la quinta (non so cosa sia la quinta, ma Chicco, amante delle macchine sportive, che vede sui giornali del mondo Tunturlo, dice sempre così, quando vuole correre e vincere).
«Guai a te se lo segui!» esclamò Gnò furibondo. A questo punto tutti gli altri occupanti del calesse, io compresa, erano molto eccitati.
«Se lui ingrana la quinta, io metto la sesta.» Fu la pronta risposta di Papaver, come se mi avesse letto nel pensiero, mentre Chicco esclamava:
«Mitico!!»
Io e Nino concordavamo, così il nipote di Timoteo rincarò: «Altro che mitico, è spaziale!!»
 Euforica rincarai: «Super spaziale». Lo zio era in netta minoranza.
«Piantatela! E tu Nino, smetti di aizzare quei due!» era veramente arrabbiato «allora Poppy vuoi rallentare?».
Per tutta risposta la fata tirò fuori la bacchetta magica e recitò:
«Veloce veloce, veloce come il vento, devi volare, e quella carrozza va a superare. Su Freccia da brava, il tuo lavoro accingiti a fare».
Volavamo, anzi sfrecciavamo tra le cime degli alberi, alzandoci e abbassandoci, la ferrovia ormai era lontana. Stavamo seguendo un fiume, in lontananza si vedevano alte montagne. Papaver raggiunse l’inseguito che, sbirciandoci con un sorriso malandrino, cercava zigzagando di impedirci di superarlo; si stava chiaramente divertendo anche lui. Inforcammo una vallata con un lago, che sorvolammo sempre restando incollati al rivale, il lago si restringeva fra le montagne, trasformandosi in un fiume… poi in torrente. Noi ce la spassavamo tenendoci stretti al veicolo. Gnognò era torvo, la fata con i capelli al vento, ogni tanto guardava Gnò sorridendo. Entrammo in un bosco, e tra il rumore del vento, percepii un rumore che si faceva sempre più forte, sembrava un tuono, ma il cielo era sereno.
«Per il CORNO DI UNICORNO, rallenta stiamo per arrivare!» urlò Gnonò, ma lei si era affiancata e stava per superare l’avversario, scartando gli alberi. “Certo che è veramente in gamba sta fata”, pensai. Stavamo sfrecciando ad una velocità stratosferica, con gli urli di Gnò e quello strano rumore nelle orecchie.
«RALLENTA….PAZZA D’UNA FATA!»
Cavolo… gliel’avevamo fatta, avevamo superato l’altro mezzo. Il rumore s’era fatto frastornante. Uscimmo dal bosco e ci trovammo di fronte ad un muro d’acqua, stavamo finendo contro una gigantesca cascata. Il ragazzo che avevamo superato, corse a folle velocità al nostro fianco cantando una dolce melodia. “Santa puzzola! Ci stavamo fracassando contro una cascata e questo cantava?” Gnognò urlava:
«POPPY, ACCIDENTI POPPY, DAMMI LE REDINI E TIRA FUORI LA BACCHETTA!»
Mamma mia! Io e i miei compagni eravamo atterriti, il rumore era assordante. L’altro calesse ci superò, con il giovane che cantava sempre più forte, buttandosi dentro alla massa d’acqua. Freccia la nostra cavalla,  non riuscendo a rallentare la folle corsa, lo stava seguendo. Mi chinai su Isotta, che avevo in grembo come un uovo, mentre Chicco e Nino erano abbracciati e …  finimmo dentro …
Le acque si aprirono… La cascata, come una pesante tenda si aprì. Il mezzo davanti a noi faceva da spartiacque, la sua  e la nostra velocità diminuivano e sbucammo dall’altra parte. Io e i miei compagni di viaggio sembravamo pietrificati, nel giro di pochi attimi eravamo passati dallo spavento al sollievo unito alla meraviglia.
Gnò fu il primo a rompere il silenzio.
«Sono stato tante volte nel Paese degli Elfi, ma mai così! Non sono mai stato tanto felice di essere arrivato.»
Una valle verde, lunga e stretta, circondata da alte montagne, era davanti a noi. La Cascata, alle nostre spalle, cadeva rumorosamente dentro al torrente che attraversava il territorio.
Le carrozze erano affiancate, finalmente ferme su un prato pieno di erica e campanelle blu.
«Mi chiamo Arton Aron» il giovane urlò superando il frastuono dell’acqua ancora seduto sul suo mezzo, con le redini appoggiate sulle ginocchia, «con chi ho il piacere di aver gareggiato?»
Una fata un po’ scarmigliata rispose:
«Poppy Papaver.»
Uno sguardo indagatore la fissò.
«Poppy, Poppy Papaver la fata?» Lei  accennò un sì con il capo, e lui continuò, «Complimenti la tua cavalla è veloce.» Riapparve sul suo viso quel sorriso leggermente beffardo. Aveva un arco e la faretra, da cui uscivano le piume delle frecce a tracolla sulla schiena.
«Benvenuta fra noi fata dei papaveri!». Il sorriso canzonatorio di Aron si allargò guardando lo gnomo «Ciao Gnò, hai fatto buon viaggio?»
Un nano imbronciato gli rispose: «Accidenti a te Aron, non potevi fermarti così si fermava anche questa pazza?»
Arton con una risata contaggiosa prese in mano le redini «Mi stavo divertendo, e a quanto ho visto si è divertita anche lei ...» Riguardò Poppy «volevo vedere fino a che punto arrivavi.»
Poppy lo fulminò con lo sguardo, stava per rispondergli per le rime, ma Gnognò non le diede il tempo  urlando  
«Pazzo, pazzo, come lei! Ha ragione tuo padre a dire che sei uno scavezzacollo!» Urlava e scuoteva il suo testone diventando sempre più paonazzo <<Pazzi site due Pazzi!>>
«D’accordo Gnò, non avevo dubbi che tu la pensavi come mio padre, adesso tranquillizzati e rimettiti il tuo cappellaccio» Aron adesso rideva «Ci vediamo in paese». Ci fece un cenno con la mano e se ne andò.
Un’impettita Poppy prese in mano le redini.
«E così io sarei pazza. Vedi di non rivolgermi più la parola.»
Gnò, si tolse il cappello grattandosi la testa.
«Eh adesso fai l’offesa! Dopo l’ora che mi hai fatto passare!? Devi ammettere che sei stata un tantinello imprudente se non interveniva Aron...» La guardò con le sopracciglia alzate, sembrava volerla prendere in giro. La fata continuò ad essere impettita, mentre noi dietro, dopo lo scampato pericolo, stavamo di nuovo sorridendo delle loro schermaglie.

domenica 14 dicembre 2014

Il NATALE DEGLI INCANTASTORIE



GLI INCANTASTORIE

Da poco faccio parte di questo Gruppo


e nella biblioteca di Calderara di Reno (BO) ci siamo divertiti a leggere favole, liberamente trattate dai testi sotto indicati, sul tema del Natale.



Ingresso gratuito
Sabato 13 dicembre per i bambini dai 6-8 anni:

1)COME CATERINA SALVO’ BABBO NATALE.
Autore e illustratore Cecco Mariniello   
Caterina è una bambina speciale che ama cucinare e salva Babbo Natale dalla perfida strega Mestolona, aiutata da Marcello. La strega Mestolona ha fatto diventare Babbo Natale “secco secco secco” con un incantesimo, togliendogli l’appetito. (Da ghignarsela… Eheheheheh!!!)



















2)BUON NATALE, SAMIRA!
Autore Bolliger Max Illustratore Giovanni Manna
I compagni di scuola aiutati dalla maestra spiegano a Samira che cosa è il Natale. Samira è una profuga che viene da un paese lontano (integrazione, multirazziale, multietnico)



3)BUON NATALE MOSTRI
Autore Jo Hoestlandt 
Un racconto deliziosamente orripilante, L’amicizia, la capacità di accettare l’altro anche nella sua diversità.
Narra dell’amicizia inaspettata tra Oxi piccolo mostro, che ha l’abitudine di mordere tutto e tutti compresi i genitori deliziosamente abominevoli, e Cirillo il coniglio suo contrapposto che si è perduto nel bosco. Una storia teneramente orribile o orribilmente tenera. (Libro assolutamente da non perdere esilarante fino all’ultima battuta).


Ingresso gratuito
Domenica 14 dicembre per bambini dai 3 ai 6 anni


1)A CASA DI BABBO NATALE
Babbo Natale perde il suo medaglione, gli animali del bosco lo trovano, che fare? Alcuni se lo vogliono tenere ma prevale il buon senso e decidono di regalarlo... 

2)LE SCARPE DELLA BEFANA
Autore Anna Mellito illustratore C. Ghigliano
La Befana vien di notte con le scarpe tutte rotte… Daria è una bambina altruista che decide di comperare delle scarpe alla befana... ma fatica a trovare una persona che l'aiuti... Non vorrete che vi racconti tutta la storia?


3)Il COMPLOTTO DEI BABBI NATALE
Scrittore e illustratore Ute Krause
Un giornalista pubblica la notizia che i Babbi Natale non esistono, tutti gli altri giornali per mancanza di notizie interessanti lo pubblicano. I primi a dispiacersi della notizia sono i Babbi Natale e adesso che fare? Trovato! Se non esistiamo, vediamo se se la cavano senza di noi, andiamo in vacanza, pensano i furbacchioni.
Rupert un bambino determinato che non si lascia scoraggiare li va a cercare. Libro divertente con finale interessante.
























Poi ci siamo mangiati i biscotti... ma ce ne è rimasto solo uno "Che fò?"... poverino è "solo soletto"... lo mangio.


AUGURI da tutto il gruppo degli INCANTASTORIE per un NATALE mostruosamente BELLO!

Lora Buratti
Vincenza Cuomo
Stefano Dadani
Anna Maria Fabbri
Nicoletta Frignani
Barbara Ghiselli
Loretta Miglioli
Micaela Moroni
Samuele Rodolfi
Lisa Mestrini per il progetto grafico

venerdì 12 dicembre 2014

11) MELISSA E LA NUVOLA


NINO

Facevamo il viaggio con il calesse della fata, che, a detta di Chicco, era come una Ferrari.
«Tu conosci le Ferrari?» domandai stupita
«Certo, non posso viaggiare nel mondo Tunturlo, ma i giornali e i racconti, portati da chi viaggia come voi due» ed indicò Nino e me «arrivano anche qui.»
Mi sembrava un po’ offeso, così gli diedi una gomitata.
«Dai Ferrari, vedrai che ci divertiremo».
Il buontempone mi rispose ridendo «Già, non ho mai visto una Ferrari, ma un calesse fatato sì, e cavolo! Ci divertiremo un sacco.»
Eravamo seduti  sul muricciolo sotto al ciliegio che era dall’altra parte della strada, di fronte alla taverna. Stavamo aspettando Poppy, quando Nino esordì:
«Non avrai mai visto dal vero una Ferrari, ma non hai perso nulla».
Beh! a uno che diceva così non gli si poteva che chiedere:
«Oh ma che ti piglia? Perché non ti piacciono le Ferrari?»
Fece una smorfia. «Uffa, non sono le Ferrari che non mi piacciono, è tutto il mondo che c’è di là, che non mi piace».
 Risposi piccata. «Ma tu di là, ci sei mai stato?»
«Se ci sono stato?! Io ci vado a scuola in quel dannatissimo mondo».
« Ma dai!» ora ero curiosa «E dove vai a scuola?»
Chicco mi lanciò una occhiata, ma io non capii.
«Faccio la prima della bla ...bla …» rispose facendo un’altra smorfia «di primo grado in una scuola di Milano, ma si può mai chiamare una classe, con un nome così lungo?». Era proprio disgustato.
Cavolo! parla uno, che chiama il suo mondo, Magicogiga detto Diquamondo, se vi sembra corto?  Che ha uno zio con un corto e semplice nome: Timoteo dei Timotei, detto Gnognò, del popolo degli Gnomi.
Fortunatamente non dissi nulla, così lui continuò sempre più disgustato. «Ma non è tanto la scuola che non mi va giù, è la gente del mondo Tunturlo. Sono i  tunturlini che non digerisco.»
«E che cosa ti avranno mai fatto? In definitiva c’è gente simpatica o antipatica come qui». Una gomitata di Chicco mi trafisse le costole.
«Ah sii, tu dici! Là mi giudicano un diverso, se questo ti pare piacevole, un Handicappato. Alcuni ti guardano con scherno, altri con aria compatita. Per il corno di unicorno! non si rendono conto che non sono io lo sbagliato, ma i loro stradannatissimi mobili, non adatti alla mia statura. Per sedermi tra un po’ mi ci vuole la scala! Se si rendessero conto che non esiste il Superuomo perfetto, e che tutti al mondo hanno delle mancanze, o handicap, come parapicchia le chiamano loro, visibili o invisibili, la vita da loro sarebbe una pacchia».
Inutile dirlo, non capii una mazza di quello che aveva detto. Però percepii che forse… il nano, inteso proprio come facente parte del popolo dei Nani, non ce l’aveva con me perché ero una bambina, ma con chi gli aveva fatto del male nel mio mondo. Ora capivo l’occhiataccia, e la gomitata di Chicco, evidentemente lui sapeva già, ciò che Nino aveva subito nel Dilamondo… Poi, ad essere sinceri, io gli avevo rubato per un po’ di tempo anche lo zio. Visto che sono una testa dura e so esasperare per benino tutti, continuai e chiesi:
«Cosa vuoi dire, con visibili o invisibili? Tutto quel discorso lì, non l’ho mica capito.»
«Ma sei proprio una gran testona!»
 Mi sa proprio che me l’ero cercata, accettai l’insulto, si fa per dire, facendo una smorfia e piccata risposi:
«Oooh, ma tu puoi anche spiegarti meglio sai?»
Sbuffando continuò: «Testona! La mia statura si vede, ma la mancanza di magia dei tunturlini no.»
Avevo la bocca spalancata. Un’altra gomitata di Chicco me la fece chiudere «Ahi?»
Che potevo fare? Restituire a Chicco un’altra gomitata, che mi fece una pernacchia a cui io risposi, un esasperato Nino sbottò:
 «Smettetela voi due, siete peggio di quelli che abitano di là e che credono di essere dei Super uomini, mi sa invece, che senza la magia, sono più handicappati di me.» La mia bocca era di nuovo super spalancata dallo stupore, non avevo mai pensato di avere una mancanza e forse neanche Valentina la mia migliore amica del Dilamondo ci aveva mai pensato… Quando torno glielo chiedo.
Cominciavo a capirlo, era sì strafottente, ma solo perché era offeso.
“Beh!” pensai, “forse possiamo diventare amici”.
Isotta era scesa dal ciliegio e lo annusava, lui l’accarezzò, e la gatta  cominciò a fare le fusa.
“Venduta!”
Gli adulti sotto il pergolato si stavano salutando. Qualcuno rideva dando delle pacche sulle spalle di Gnò, qualcun altro, era triste. Tra questi c’era Spiga, che ormai sera affezionato anche a noi piccole pesti.


mercoledì 10 dicembre 2014

COME POSSO INTITOLARE QUESTO RACCONTO



Oggi il computer ha voglia di collaborare, finalmente posso raccontare con l’aiuto delle foto cosa è successo Venerdì 5 dicembre.

COME POSSO INTITOLARE QUESTO RACCONTO? 

Io e mio nipote la Birba, ci siamo divertiti a fare il presepe. Gli altri anni rivestivo uno scatolone che usavo come piano, quest’anno il mio nipotino di 5 anni, è più alto e ho utilizzato una scrivania, fin qui tutto bene, un presepe come tanti, però è il nostro eccolo qui.



Birba ha tagliato il nastro adesivo per mettere la carta e il cielo con il mio aiuto, ha messo i sassolini per la strada, la paglia nella capanna, la fascina di legna vicino al fuoco, sta diventando proprio baravo, la sua parola d’ordine quest’anno è: “faccio io nonna”. Ha voluto la carta argentata per l’acqua e qui ci siamo aiutatati a vicenda. Praticamente è tutta opera sua tranne la montagna e qualche mia dritta. Lo facciamo ascoltando canzoni alla radio e ogni tanto balliamo, si fa per dire, diciamo che abbiamo saltato, visto che non ho mai frequentato sale da ballo se non da giovanissima.
 Alla fine siamo molto soddisfatti del risultato, bello o brutto, è il nostro presepe, il nostro capolavoro e lo ammiriamo con le lucine accese. Ovviamente Birba ha spento il lampadario della sala “per vedere che effetto che fa”, non so perché ma mi è venuta in mente la canzone di Iannacci, il gattone Cesarone si avvicina  e guarda il nostro capolavoro,  io lo guardo e canto “Vengo anch’io no tu no!” Birba ride, e insieme cantiamo “vengo anch’io no tu no”, facendo no con il dito al gatto che ci guarda seduto ritto sul pavimento scodinzolando. 



Comunque il nostro gattone sarà un micione ma è proprio un tranquillone, così dico al nonno e a Birba:
“Ma sapete che Cesarone è proprio bravo, oggi ho letto in un blog con il nome di una gattina –Myrtilla's house- un pezzo di Patricia Mol intitolato "Frivolesss" scritto il 4 dicembre, dove racconta l’impossibilità di fare il presepe e l’albero di Natale perché la gatta furbetta che ha, distrugge tutto. Il nostro Cesarone sarà un gattone grande e grosso ma  è proprio bravo e buono, più che toccare e rovesciare le statuine al bordo o le palline basse nell’albero di Natale non fa… Adesso che ci penso non ha mai tentato di arrampicarsi sull’albero”.
Mio marito conferma “eee sì, è proprio bravo”.
Nostro nipote la Birba accarezza soddisfatto il suo micione.
Io e il bambino andiamo in bagno a lavarci le mani, lui se le lava velocemente e mi dice: “ti faccio una sorpresa”, e scappa via.
Bah!!! Chi sa cosa starà combinando adesso? Sistemo l’asciugamano vado in sala  e… mio nipote sta dando l’aspirapolvere? Sì proprio così. Lui che per raccogliere i giochi dice sempre “Dopo”!!! E’ lì che aspira diligentemente i rimasugli di paglia… Sbalordita lo guardo e lui mi dice: “ti piace la sorpresa?” il nonno sorride e aggiunge: ”ha voluto farlo lui”.
Ma che bravo cucciolo abbiamo! Nonni gongolanti lodano una Birba gentile, ma che bella sorpresa sta proprio crescendo.
E’ ora di cena e Il ragazzo è già andato a casa con la sua mamma, io apparecchio e… guardo il presepe!!!



Opss!!! Ma, non è che Myrtilla e Cesare si sono telefonati?... O forse il piano più alto è molto più intrigante di un basso scatolone?
“Mai dire mai” perché è proprio la volta buona che succede...


Ora come intitolare questo racconto "La sorpresa" o "Mai dire mai"?

martedì 9 dicembre 2014

STANCHEZZA


Sembra che abbia un potere magico... quello di appesantire e fiaccare tutti con le mie richieste.
Così si è stancato anche lui, è da venerdì che il computer va a rilento, ragiona non si sa su che o chi... pensieri e problemi suoi che non mi vuole rivelare, è molto suscettibile, poi ogni tanto fa una pausa e si blocca.
Venerdì volevo postare un racconto con foto ma... ha deciso lui quelle che le piacevano e quelle no.
Sta di fatto che non sono riuscita a scaricare quelle che mi servivano al fine del racconto.
"Vabbè!"... Chissà?... Prima o  poi ci riuscirò.
Intanto sperando di risolvere il problema metto queste... che a lui sono piaciute.


Il presepe che abbiamo fatto divertendoci , io e mio nipote, e dopo...


un sano riposo di Birba il nipote, e Cesarone il gattone, uno guarda cartoni in TV, l'altro dorme beato. Spaparanzati sulla poltrona di bisnonna, si godono il momento relax approfittando della poltrona libera, Uffa (soprannome di bisnonna) sta sorseggiando il suo te pomeridiano, la signora è molto English.
Oggi quando Birba torna da scuola, ci tocca fare l'albero di Natale... Chissà se sarà divertente come lo è stato per il presepe? Spero di poter scrivere qui e documentare come è andata venerdì, computer permettendo... pomeriggio con finale esilarante.

venerdì 5 dicembre 2014

10 MELISSA E LA NUVOLA



LO SCIOPERO

Quella sera a tavola c’era un’aria pesa. Era tutto il giorno che tentavo di convincere la mamma di Chicco. Volevo che lasciasse venire suo figlio con noi, nel regno degli Elfi, il noi sta per Nino ed io. Inutile dirlo, Chicco ci appoggiava.
Avendo sempre ricevuto come risposta un NO secco, dalla signora Dolcetta, avevo organizzato uno sciopero della fame, a cui aderiva, con entusiasmo Chicco e caso strano anche Nino.
Qualsiasi cosa facevo o dicevo Nino trovava sempre qualcosa da ridire, ma la proposta dello sciopero l’aveva accettata subito. Io desideravo e lottavo perché il mio amico venisse con noi. L’idea di fare il viaggio con il nipote di Gnognò, che quando non mi ignorava, mi prendeva in giro, non mi andava giù per niente. Avevo bisogno di Chicco per rendere il tragitto meno pesante… ripensandoci, forse anche Nino, pensava la stessa cosa. Io non sono certo la tipa che sta tanto zitta. Così quella sera eravamo seduti a tavola tutti e tre davanti a deliziosi piatti fumanti che facevano venire l’acquolina in bocca, con le braccia conserte, e il viso imbronciato per ragioni diverse: Chicco, perché voleva venire dagli Elfi, io e Nino per non ritrovarci soli a faccia a faccia.
Gli adulti, erano decisamente sconcertati.
Timoteo  detto Gnognò intervenne:
«Su andiamo Dolcetta»
“in quel momento Dolcetta non mi sembrava affatto dolce”,
«un viaggio con i suoi amici» continuò lui «non gli farà certo male, è in vacanza. Ti prometto che, se lo fai venire, controllerò che  faccia i compiti» guardò me e Nino burbero «non illudetevi la cosa riguarda anche voi!». Nino ed io, che eravamo sconsolati al pari di Chicco, ci aggiustammo sulla seggiola, rassegnati.  Dolcetta finalmente si addolcì, acconsentendo. Per fortuna! Perché il mio stomaco brontolava parecchio, non so quanto ancora avrei resistito a quella farsa. Dolcetta non finì di dire sì che io Nino e Chicco già spazzolavamo accuratamente tutti i piatti di portata che avevamo davanti.
Il fatidico giorno era arrivato, finalmente partivamo per il Regno degli Elfi. Tutta la notte mi ero rigirata nel letto, dentro la mia testa c’erano troppe domande che richiedevano una risposta. Dov’era mia zia? Perché non viaggiavamo insieme? Da chi mai mi dovevano proteggere da dover prendere tante precauzioni, e poi, se mia madre era una fata, perché non lo ero anch’io? Era un Mago mio padre? Forse lui non era magico e io gli assomigliavo. Che io mi ricordi, non mi è mai scappata nessuna magia o puzzetta magica, come dicevano le fate dei loro piccoli. Insomma io, chi ero?
Quella mattina mi alzai dal letto con delle spaventose occhiaie. Dolcetta nel vederle, volle a tutti i costi che io mangiassi uno zabaione, la poveretta pensava fossi ammalata.
Gnò fece sparire le valigie picchiando sul pavimento tre volte le nocche della mano sinistra, parlando una strana lingua:-Sàttà Sobit Sàttà!!! TòòT quèl cat vàd a cà!- Mi spiegò, che i nostri bagagli ci avrebbero seguito sotto terra. Il suo popolo controllava tutto ciò che succedeva nel sottosuolo, e gongolando sottolineò che lì la loro magia era  la più forte di tutto il Diquamondo.
Gli acquisti alimentari erano stati portati davanti alla taverna, e furono spediti, nel suo regno, con una formula più complessa:-Sàttà Sàttà Sàttà Sobit Sobit Sobit Travels Tenebris, cucina gnomo Fortunato, Puf Puf Paf-  La scena era comica, il nano saltellò, un po’ come un canguro con il fiatone, e un po’ come un gambero ansimante e… puf improvvisamente la merce sparì. Il povero Gnognò si asciugò col suo fazzolettone rosso il sudore dalla fronte, forse aveva fatto troppi contratti di acquisto, e tutto quel saltellare lo doveva aver molto affaticato.
“Certo che qui, le strade, non sono intasate dai camion”.
Fata Poppy veniva con noi. Sosteneva che Agnese avrebbe potuto aver bisogno di lei, ma soprattutto era curiosa di vedere le reazione degli Elfi. Gnognò, nell’ascoltare le sue motivazione, sorridendo  mi sussurrò:
«C’è un po’ di rivalità tra i due popoli».

Boh! a me non interessavano le loro rivalità, volevo solo partire. Comunque percepivo che Gnognò era contento che ci fosse anche Poppy.

giovedì 4 dicembre 2014

NE CAPO E NE CODA



NON C’E’ CAPO NE CODA

La recita scolastica di Birba mi porta a delle riflessioni, questi narratori di 5 anni che andranno in prima elementare, troveranno chi li saprà valorizzare? Bellissima la parola Narratori, suona bene ne sono affascinata. Narratore colui che racconta, che ha “cose” da dire, se avete letto il racconto “Linguaggio da Birba” comprenderete perché abbia messo le virgolette alla parola “cose”, inutile, amo mio nipote e le sue espressioni.  Pensieri senza capo ne coda. Si avvicina il tempo per la scelta della scuola, della classe, tempo pieno, modulo… boo… che fare? Ogni età ha le sue scelte. Ma non è il tipo di classe che segnerà il percorso di crescita e apprendimento di questi Narratori ma le persone che incontreranno. Chi accoglierà questi Narratori saprà far amare la scuola a queste Birbe? Troveranno insegnanti che oltre al sapere sapranno ascoltarli, osservarli, tentare di  capirli, condurli, seguirli, farli crescere nella loro globalità? Fondamentale per far passare messaggi è una buona relazione, e questa sintonia passa attraverso la comunicazione verbale e non verbale (il gesto, lo sguardo, insomma il linguaggio corporeo). La parola “Narratori” mi ha fatto scattare una serratura che era lì chiusa e latente, la parola e il passaggio di scuola me l’hanno fatta  riaprire, dentro al cassetto chiuso c’è la riflessione sulla “ Comunicazione”. Credo fermamente che chi si occupa di insegnamento, si debba avvalere di una buona comunicazione (facile a dirsi difficile da fare, ma già averne la coscienza aiuta). Nella Comunicazione, non c’è un capo e ne una coda, non c’è un inizio e una fine, la comunicazione è un cerchio che gira parte e ritorna. Si ascolta, si metabolizza, si impara, si dissente, si risponde, si allarga, ritorna, si riflette, si ririsponde...
Non si può comunicare a senso unico, ci vuole l’ascolto e l’osservazione  dell’altro. E questo processo non deve avere ne un capo ne una coda, ma deve crescere e allargare, altrimenti non è comunicazione ma un soliloquio.

Nella scuola chi fa parte di queste cerchie? I bambini, l’insegnante, i genitori, la società. La scuola è per i bambini, lì, loro devono essere aiutati ad apprendere, ma anche a rapportarsi correttamente tra loro (comunicazione). Gli adulti devono collaborare e aiutare questo processo di crescita. Chi coordina le cerchie di comunicazione  nella scuola, deve essere l’insegnante, una buona comunicazione crea una buona relazione e un buon ambiente dove far passare l’apprendere. L’insegnante deve avere l’occhio che colga il bambino nella sua globalità, e per questo occorre un buon passa parola tra casa e famiglia. Un buon educatore deve aiutare e far crescere anche il gruppo di genitori, creando armonia e integrazione.  Non ci deve essere prevaricazione di ruoli, ma collaborazione, altrimenti non c’è buona comunicazione. Occorre l’umiltà da parte del genitore di apprendere da chi ha più competenza in materia, l’insegnante a sua volta deve tenere i canali di ascolto  aperti per conoscere meglio il bambino. Mi stupisco sempre più di come questo processo, passi solo attraverso colloqui sporadici, quando le Birbe mutano e crescono alla velocità della luce. Ho l’impressione che adulti e bambini viaggino a velocità diverse, come possono insegnanti e genitori conoscere i loro bambini se non sanno cosa succede quando sono a casa e viceversa? Hanno entrambi una conoscenza del bambino parziale. Una buona società nasce, cresce ed esce, della scuola, e parte fondamentale è la corretta comunicazione che porta al rispetto dell’altro. Ecco cosa intendo con il titolo e l’etichetta “Non c'è capo e ne coda”. Narratori e insegnanti, fateci sognare, siate portatori di un futuro migliore.   

martedì 2 dicembre 2014

Linguaggio da Birba


"Ciao Birba cosa hai fatto oggi a scuola?"
"Ho fatto le cose"
"quali cose?"
"Ma quelle che mi hanno detto di fare!" Chiuso il discorso. Tu nonna volevi sapere di più? Accontentati perché Birba si è già fermato a guardare la nuova vetrina del cartolaio piena di oggetti Natalizi e... aiuto... ci sono anche Tartarughe Ningia, astucci e zaini con l'immagine di Spider Man... Super Aiuto!!! Riuscirà la nostra eroina Super Nonna a togliere il nipote dal vetro e dirigersi verso casa?... Wawww... si sono aggiunti altri amichetti anche loro appena usciti da scuola, mi sa che qui ci mettiamo le radici. E invece no! Il gruppo delle pesti ha deciso che è più bello rincorrersi. Giulive e contente, mamme nonne, segue il branco, approfittando della spinta accelerata dei propri pargoli. Inspiegabilmente raggiungiamo casa e... quando meno te l'aspetti Birba ti racconta che ci sono gli indiani penna bianca e penna nera.
"Davvero?!! Ma che bella storia mi stai raccontando."
"No no, c'è una tenda dove troviamo i messaggi che ci dicono di seguire le tracce e che dobbiamo disegnare, tratteggiare, pitturare... bla bla bla bla bla bla bla...  Ma gli indiani penna nera sono furbi, ma noi penna bianca bla bla bla bla bla". Però! Brave queste insegnanti, sono riuscite a far amare hai propri bambini gli esercizi di prescrittura (nonna felice con un sorriso ebete sulla faccia). Il ragazzo non ha mezze vie, o ti intontisce di bla bla bla, o è conciso, succinto, stringato, super breve ecc.
Siamo in Dicembre, che può fare una nonna che non vuole invecchiare nello spirito? Bazzica nel mondo dei bambini (un po' della mia vita precedente di insegnanti di scuola dell'infanzia mi è rimasta appiccicata addosso), così frequento il gruppo di "Incantastorie" della biblioteca, e mentre scegliamo delle bellissime favole di Natale da leggere pubblicamente, una mamma racconta che la sua polpetta di 5 anni, alla domanda cosa hai fatto a scuola, le ha risposto imbronciata:
"O insomma!!! Non è giusto i piccoli ballano, i 4 anni cantano e io devo parlare e ci sono anche delle parole difficili". Tutti ridono, io la guardo incantata e penso, e Birba? Che parte ha Birba?
Mi riprometto di chiedere, ma quando il giorno dopo lo vado a prendere da scuola, Birba ha in testa solo il basket
“ Tu nonna non entrare nello spogliatoio che faccio tutto io, ci penso io bla bla bla bla…”
Che ci posso fare… mi intorta, così mi dimentico di chiedere, di sicuro ha fatto cose, quali cose non si sa, però sono quelle cose che gli hanno chiesto di fare.
Mentre lui gioca felice e beato, sto proprio pensando a queste cose, quando dei genitori che conosco cominciano scherzare:
“o quest’anno siamo cresciuti di grado, da pecorelle sono diventati Angeli e Birba cosa fa?” Mi chiede una mamma ridendo, e mo che gli dico?
“Boo!!! Non mi ha ancora detto nulla… ma sapete già tutti cosa fanno le vostre pesti allo spettacolo di Natale?” Un po’ sì e un po’ no, menomale che non sono l’unica a non essere aggiornata, molto probabilmente mia figlia, la mamma di Birba, sa, ma con tante cose da dire e fare di questo non abbiamo parlato.
Mi riprometto di chiederlo a Birba al ritorno in macchina.
E così chiusi, dentro il bozzolo confortevole della macchina, avanziamo nelle tenebre di ritorno verso casa e comincia lui:
“E’ notte.”
“Eee già! Ora le giornate fino a Natale si accorciano e il buio arriva presto, ma a proposito di Natale, tu, alla recita, che parte fai?” Lui tranquillo e serafico
“Il narratore”
“ah!... Ma ci sono parole difficili da dire?”
“Dico quello che mi dicono di dire.” come per dire -o bella è così!-
“Ahh!! E cosa devi dire?”
“ C’è grande fermento tra gli Angeli Bla Bla bla…”
“Ah!”
Il narratore… il mio cucciolo è il narratore, ma può una nonna essere più scema di così, mi sto sciogliendo mentre guido, -IL NARRATORE- già me lo vedo che incanta il pubblico con il suo eloquio o sproloquio… Lui è il NARRATORE… Sto già volando anche se non ho le ali, ma il narratore mi tira con i piedi per terra.
“Io sono l’Angelo pensatore… e i pensieri si costruiscono tutti qui e indica la testa.”
“Ma allora i 5 anni sono tutti Angeli?”
“Sì”
“e tutti parlano?”
“Sì”
“Aaa! Ma che bello. Sono proprio curiosa, curiosa di vedervi recitare.” Ma l’Angelo pensatore è già con i sui pensieri tra le nuvole, e io da sola mi do della deficiente, ma perché noi adulti vogliamo che i nostri pargoli siano più speciali degli altri? Per fortuna che nella mia vita precedente ero un’insegnante.




  

giovedì 27 novembre 2014

9 MELISSA E LA NUVOLA


I POTERI

Tutto il villaggio Fiorito si organizzò per le ricerche, si fecero delle squadre. Io insieme agli abitanti di Campo Verde e un gruppo di nani, dovevamo battere tutto il bosco che avevamo attraversato nel venire alla festa, ma io avevo la pipì. Capivo perfettamente che quello era un bosco incantato, e che bisognava averne rispetto, ma a me scappava. Tutti erano molto presi dalla ricerca, anche Chicco e Nino che speravano in un altro regalo fatato, nel caso avessero trovato Mysotis.
La bambina era una delle figlie di fata Nontiscordardime e di mago Primavera. Mi spiegarono che a volte alle piccole fate può succedere che scappino degli incantesimi senza controllo, proprio perché sono piccole, così, come a tutti i neonati scappano le puzzette, a loro scappano anche quelli, gli incantesimi, come fossero scoregge o pipì. Non vi dico lo stimolo della mia pipì, quando me lo raccontarono… strinsi le gambe.  Comunque, a detta di tutti, l’episodio era strano. Difficile che un incantesimo di una piccola, partito per sbaglio, potesse mandarla così lontano da casa. Si sussurrava  che fosse un rapimento.
Rapimento o no, a me scappava, non c’era niente da fare, dovevo assolutamente fare la pipì… ma dove? Sembravo molto intenta a cercare nei luoghi più insoliti, con Isotta  alle calcagna, ma in realtà cercavo un angolino tranquillo dove fare i miei bisogni. Finalmente trovai un posto appartato. Un fitto cespuglio, cresciuto attorno ad un grande albero, sembrava proprio facesse il caso mio. Mi chinai, e gattonando, seguita da una fiera Isotta con la coda alzata, entrai per rialzarmi in un piccolo spazio, sembrava una piccola caverna verde, con alle mie spalle l’albero. Oooh! Finalmente, avrei potuto fare la pipì in santa pace e… con sollievo svuotai la vescica indisturbata, quando sentii un balbettio. Cavolo! Dietro di me, adagiata dentro un incavo dell’albero, c’era una neonata. La gattina stava annusando la piccina, che allungò una mano verso Isotta tirandole il pelo, l’animale ovviamente miagolò. Non so il perché, ma  la bimba si mise a ridere. Poi cominciò a succhiarsi il pollice, incurante di Isotta, che continuava a leccarsi il pelo strappato.
“Beh! Direi che questa neonata, è già sulla buona strada, per diventare una piccola peste”.
Comunque era davvero graziosa, aveva una tutina e una cuffietta azzurra.
Che ci faceva lì? Ma soprattutto, l’avevano davvero rapita?
Mi ricomposi, e presi in braccio quel fagottino azzurro, chinandomi, uscii allo scoperto. Non sapevo ancora cosa fare, quando sentii una voce conosciuta urlare:
«Mitico!! L’hai trovata… è qui correte, Melissa ha trovato Mysotis!».
Chicco aveva un bel sorriso stampato sulla faccia, mentre Nino, aveva una espressione imperturbabile, oserei dire insolente, del tipo: Figuriamoci, se non la trovava lei!
La mamma della piccola non finiva più di sbaciucchiarsela e sbaciucchiare anche me, ridendo e piangendo, mentre Mysotis emetteva gridolini soddisfatti.
Tutti si congratulavano con me, mi ritenevano un’eroina con poteri speciali. Ma io l’avevo trovata per caso, non la stavo nemmeno cercando. Ma chi glielo diceva a tutta quella gente lì, che l’avevo ritrovata per caso? E che era solo un colpo di fortuna? Io no di certo.
Venne deciso che il giorno dopo ci sarebbe stato un banchetto in mio onore. la Regina delle Fate-Maghi, fata Rosa in persona, mi avrebbe eletto membro onorario del loro regno. Sbagliavo?... Io non avevo certo  poteri magici,  il ritrovamento era stato un puro caso, però... “Avevo ritrovato la bambina? Sì, certo che l’avevo trovata!”. E allora?..Di che cosa mi preoccupavo? Non potevo certo raccontare che avevo fatto la pipì nel loro bosco… Se loro dicevano che ero un’eroina, e che sarei diventata un loro membro, forse era più conveniente lasciargli credere che avevo poteri, “o no!” Mi sembrava che il ragionamento presentasse delle pecche, la zia, cosa mi avrebbe detto in questo caso … A proposito, dov’era lei in quel momento? Mi aveva detto che si univa alle ricerche, ma ora, che erano terminate, dov’era? Già dov’era lei ora che avevo bisogno di un consiglio,  cosa mi avrebbe detto di fare? Me la immaginavo a casa intenta a fare le tigelle, specialità delle mie montagne, con la farina sparsa ovunque, persino fra i capelli, tipico di Agnese, che mi rispondeva:
«Ah brava, lo sapevo che sei la migliore, però ora aiutami a pulire». Più intenta al pasticcio che stava combinando, che a quello che le dicevo.
“Forse!? …” pensavo grattandomi la testa “O mi avrebbe detto di dire la verità sul ritrovamento? Temo proprio di sì, ma è più facile a dirsi, che a  farsi”.
Quella mattina, dopo un sonno agitato a casa di fata Nontiscordardime, che ci aveva voluto ospitare, ero arrivata alla conclusione che era più semplice non dire nulla. “Cavolo! Beh insomma avevo o no ritrovato io sta bambina? Sì. Allora era giusto godersi la fama!”.
Venni condotta al cospetto della Regina delle Fate, che abitava in un castello circondato, guarda caso, da roseti di ogni specie e colore. Fata Regina Rosa ci attendeva nella sala del trono, attorniata dai suoi sudditi. La fata,  vestita da una nuvola di veli bianchi trattenuti da piccole roselline, nel vedermi si alzò. Sorridendomi mi prese per mano, io arrossi, e la seguii in quell’ambiente affollato e fatato; dalle grandi vetrate della sala si intravvedeva un sontuoso giardino con fontane e sentieri. Mi condusse in un salone con tavole sontuosamente imbandite, un profumo delicato di rose colpì il mio naso, inutile dirvi che le ghirlande che guarnivano le tovaglie cremisi, erano di roselline. La gente ci seguiva a debita distanza, quando la Regina si fermò nel tavolo in fondo alla sala,  e si rivolse verso loro, essi si inchinarono, lei mi indicò di accomodarmi al suo fianco. Un servo si affrettò a spostarci le pesanti seggiole. Appena ci fummo sedute il silenzio venne interrotto dai commensali che si mettevano a sedere. Fata Rosa batté graziosamente le mani e delle fatine che volavano come libellule entrarono sorreggendo i piatti di portata, il pranzo cominciò. Al pranzo partecipavano le alte cariche del mondo delle fate-maghi e i rappresentanti dei nani e degli elfi, mancava mia zia, tutti sembravano sinceramente soddisfatti di me, erano quasi inorgogliti che fossi stata io a trovare Mysotis. Credevano,  che possedessi dei poteri speciali, mi chiamavano la bambina che veniva dal Dilamondo. Beh! devo ammettere che stavano esagerando… Così, a fatica, trovai il coraggio di salire sulla sedia con un bicchiere e un cucchiaino in mano e per attirare l’attenzione cominciai a picchiare forsennatamente il povero cucchiaino sul mal capitato bicchiere. Tutti si azzittirono meravigliati e mi guardarono. Fata Rosa sembrava compiaciuta, forse si aspettava un bel discorso, invece arrossendo fino alle orecchie, ammisi balbettando di aver trovato la piccola per caso. Ovviamente saltai il pezzo della pipì. Ma, Santa puzzola!... Più insistevo, più loro credevano che lo dicessi per modestia, le più fanatiche erano le Fate. Non sapevo più cosa dire o fare.
“Queste sono matte”, pensai. Avevo l’impressione che fossero incuriosite, quasi contente, che Isotta mi avesse scelto come sua padrona.
Forse perché amavano i gatti? Saranno state fate, ma anche loro mi sembravano un po’ strane come Agnese; se le si toglieva la bacchetta magica, mi sa che erano pasticcione come mia zia.
Tornammo a Campo Verde, come eravamo venuti, seguendo fata Poppy, ma sul nostro carretto eravamo aumentati. Con noi c’era il nipote di Timoteo, che continuava ad ignorarmi, ed Isotta che dormiva acciambellata sulle mie ginocchia.

mercoledì 26 novembre 2014

CHE INSOPPORTABILE FASTIDIO




Che insopportabile fastidio!!!
Proprio ora deve suonare? “Mannaggia!” A metà tra la carrozzina e il water, io e la mamma ci fermiamo “Sono pesante?” chiede mia madre. Mi scappa da ridere, mia madre è uno scricciolo e per definirla pesante ci vuole una bella fantasia. “Ma no, ma no suona il telefono.” “Cosa?” “Mamma siediti che suona il telefono.” Corro e rispondo affannata ma una voce con un accento straniero annuncia “Sono Pinco Palla della società ….. le nostre tariffe super agevolate ….” Nooo!! Pubblicità!! Ma non se ne può più, che insopportabile fastidio!! Ma cosa mi aspettavo? Una conversazione interessante? O forse divertente? Bé non è ne l’una e ne l’altra, comunque non certo questa, non il solito fastidioso spot pubblicitario. E se la prossima volta intavolassi una conversazione?! Del tipo “Ciao che sorpresa sentirti, cosa mi racconti di bello?” No no, dopo quello mi racconta la sua pappardella imparata a memoria, no no forse è meglio “Ciao che sorpresa sentirti! Come stai? Come stai? E tua suocera? Come và con tua suocera?” La suocera tira o la odi o la ami. Chissà se chiude la conversazione o mi risponde? Torno in bagno …. Drin …. Drin …. Ma nooo!! Che insopportabile fastidio!! Non rispondo. Ma il telefono continua fastidiosamente a squillare …. E se è qualcuno della famiglia che ha bisogno? …. Non sarà che preferisco le pubblicità alla puzza mattutina del pannolone della mamma?!

lunedì 24 novembre 2014

Bah!!!


 Eternit


La conversazione in casa langue .... Bisnonna Uffa (mia madre): "Piove?"
"No c'è il sole." Dopo un po'
"Piove?" Ma!!!... Prendiamoci un caffè.
Riflessioni filosofiche assaporando un caffè.
Fermo restando l'assioma "La giustizia è uguale per tutti" sono sbagliati i cavilli ad essa aggiunti. Chi ha commesso volontariamente omicidio o danni gravi all'ambiate causando la morte di persone ignare, è colpevole, Non può decadere una colpa nonostante il troppo tempo trascorso, non si può cancellare ciò che è accaduto realmente, ma soprattutto meraviglia che le spese processuali spettino alle vittime, perché è assodato che loro sono vittime. Non sono loro in colpa, e non è colpa loro se la giustizia è stata lenta. C'è qualcosa di stonato e sbagliato che non permette alla giustizia di rispettare il suo assioma principale "La legge è uguale per tutti".

venerdì 21 novembre 2014

8 MELISSA E LA NUVOLA

ISOTTA

In fila attendevamo di entrare nell’Arena per assistere al famoso ballo delle fate alla luna piena, quando una gattina, dal lungo pelo bianco e grigio, cominciò a strofinarsi ai miei piedi facendo le fusa. Gnognò e Cantinello esclamarono in coro:
«Che sia un segno?»
“Un segno di che?” pensai.
La gattina mi distraeva con le sue fusa e non chiesi spiegazioni. La nuvola di pelo mi seguì dentro l’Arena. Aveva gli occhi azzurri, ed io ero già affezionata a quella cosa morbida. Io e la mia nuova e piccola amica ci sedemmo, ignorando Chicco e Nino, che erano al mio lato destro. Un maghetto di circa dieci anni, con una tunica azzurra e argento, veramente niente male, seduto alla mia sinistra, mi chiese come si chiamava, io impulsivamente dissi: «Isotta».
Le avevo già trovato un nome. Me ne meravigliai, perché non ci avevo ancora pensato. La gattina mi guardò soddisfatta e aumentò le fusa. Ogni tanto Chicco sbirciava verso il mio grembo, dove era appallottolata Isotta, ma subito Nino lo distraeva.  
Una fata, volando fra la gente, ci consegnò una piccola candela, che era da accendere quando le luci si sarebbero spente.
Cominciò lo spettacolo, e nel buio l’arena fu illuminata da centinaia di fiammelle tremolanti, che resero l’atmosfera ancora più magica.
Le fate sul palco danzavano leggiadre alla luce della luna, la musica era dolce e soave, le loro bacchette ogni tanto si toccavano esplodendo in una miriade di stelline colorate.
Tra loro intravvidi Poppy … Sembrava una splendida nuvola rossa e oro.
Lo spettacolo si faceva più incalzante. Le fate si muovevano velocemente al ritmo di una musica melodiosa, e le loro bacchette illuminavano sempre più spesso il cielo.
Nel seguire con lo sguardo vidi una scia di stelline che cadevano sul pubblico, e, seduta una decina di file  più avanti, una donnina con una capigliatura riccia e corta, molto simile al biondo platino di Agnese.
Era lei? ... E se era lei, perché non era con noi?
L’incalzare dello spettacolo mi riportò alla realtà. Sul palco le fate con i loro vestiti di tulle, suddivise per colore, formavano suggestivi girotondi. Danzavano attorno ad una fatina con la veste  che le ricadeva in morbide pieghe color cremisi, ai fianchi portava una cintura di filigrana dorata intrecciata a roselline rosa e cremisi, e sul capo una ghirlanda di roselline dello stesso colore.
Piroettando sempre più vorticosamente, le ballerine si alzarono dal suolo. Le fate stavano volando vorticosamente come un mulinello nell’acqua, quando le loro bacchette si alzarono all’unisono, facendo scaturire fuochi d’artificio che illuminarono il cielo.
Una miriade di stelline colorate cadde su di noi, piccole gemme colorate si posarono sui nostri vestiti e sui nostri capelli.
La mamma di Chicco mi diede un sacchetto per raccogliere le gemme preziose, raccomandandosi di raccattarle tutte perché era il regalo delle fate.
In un attimo di distrazione di Nino, Chicco riuscì a dirmi uno dei suoi –Miticoo eee!!!-
«Gemme preziose?» esclamai di rimando «Ma queste fate, o sono matte, o sono esageratamente ricche. Trasformeranno questa festa in una rissa per accaparrarsi le gemme!!»
«Non succederà», rispose lui tutto giulivo mentre raccoglieva le pietre, «sono magiche. Se uno tenta di prenderne una non sua, questa si trasforma in mosca».
Qualche gradinata più sotto un nugolo di mosche si levò con un coro generale di disapprovazione, a riprova di ciò che mi era appena stato detto.
Uscimmo dall’Arena, ognuno con il proprio sacchetto. C’era chi lo portava appeso al collo, chi lo aveva legato alla cintura, come me.
Io tenevo fra le braccia Isotta, temevo che nella confusione la pestassero.
Le Fatevigilanti e i Polimaghi facevano scorrere un tranquillo corteo umano, indirizzandolo dentro a un parco.
Al suono di trombe venne annunciato l’arrivo della Regina delle Fate e dei Maghi, Fata Rosa. La fatina dal vestito cremisi, che era al centro del ballo, avanzò tra due ali di folla, e annunciò:
«Il pranzo è servito!».
Alzò elegantemente la sua bacchetta e, con un colpetto deciso, fece apparire gazebo e tavole imbandite con piatti fumanti. Profumi deliziosi si espansero nell’aria.
L’atmosfera era allegra e serena. Io, sempre più incuriosita chiesi a Timoteo:
«Ma come mai non si paga nulla?»
Lui mi spiegò che le fate avevano un animo puro, non contaminato dai beni materiali. Lo interruppi subito.
«Da che??»
Lui ridendo continuò.
«Ma dai soldi, qui è tutto gratis!».
Prendendomi sotto braccio mi condusse vicino ad una tavola con pile di piatti puliti, ne prese due. Poi, dopo averli riempiti li guardò soddisfatto, annusando il profumo. Finalmente lui, guardandomi dritto negli occhi, dal basso della sua statura, continuò indulgente:
«Vedi, le fate con il loro animo gentile e puro, rivolto alla salvaguardia della vegetazione del mondo, hanno mantenuto immutato il potere magico, avuto nella notte dei tempi … Anche noi Nani abbiamo dei poteri, ma col trascorrere delle ere, a causa della nostra cupidigia …» ma lo  fermai di nuovo:
«La cheee? La cupicooosa???» lui si grattò il nasone e continuò.
«Già, già, la cupidigia è il piacere di possedere delle cose solo per sé». Ora non si grattava  come di consueto il suo enorme nasone, ma direi che se lo stava torturando, era proprio imbarazzato. «Beh, comunque per questo noi siamo stati puniti, il nostro potere si è modificato, ed è meno forte».
La mia mente lavorava come un computer e non potei far a meno di esclamare:
«Ma allora le fate sono le più forti del Diquamondo!»
 Timoteo dubbioso: «No, forse ci sono gli elfi, che non sono da meno, e comunque i due popoli si contendono un po’ il primato. Sono da sempre in competizione». Facendo una buffa faccia continuò «è il solito discorso, alcuni si sentono superiori ad altri» scuotendo il capo «ma chi ragiona così non si rende conto, che nessuno al mondo può essere perfetto».
Un rumore di piatti rotti attirò la mia attenzione. Isotta, che mi seguiva ovunque, si acquattò ai miei piedi tirando indietro le orecchie spaventata dal frastuono. Una fatina aveva rovesciato una pila di piatti, e, brandendo la sua bacchetta, rimediò al pasticcio.
“Santa puzzola!!”
Era Agnese.
Subito Nino e Chicco, che in quel momento stavano strariempiendo i loro piatti, sghignazzarono scuotendo il capo. furibonda intervenni:
«Beh, che c’è? Non avete mai rotto nulla voi?» Ero davvero stanca di vedere e sentire gente che derideva la persona che avevo sempre ritenuto essere mia zia. Ci sono affezionata, e solo io posso ammettere che è un po’ distratta.
Le corsi incontro chiamandola,  lei mollò il piatto che aveva in mano, incurante del disastro che sarebbe successo. Chiusi gli occhi aspettando il frastuono, ma non avvertii alcun rumore. Li riaprii. Vidi Agnese con le braccia spalancate, che mi stava attendendo, mentre il piatto fluttuava nell’aria.
Cavolo!! Nel nostro mondo mia zia, o chi cavolo era, non aveva mai fatto una cosa simile. Mi buttai fra le sue braccia felice. Col viso schiacciato sulla sua spalla, sentii la sua voce incrinata che mi diceva: «Mi sei maaancaata!».
Incurante della sua commozione, la investii con un fiume di domande, anche se la mia voce era attutita dalla spalla di Agnese. Volevo sapere che ci faceva lì, perché non viaggiavamo insieme, ma soprattutto, se la mia mamma era una fata, perché non lo ero anch’io??
Lei con non curanza, mise via la bacchetta e riprese elegantemente il piatto, asciugandosi le lacrime, poi cominciò a spiluccare le sue leccornie rispondendomi tranquilla:
«Ehi, ehi piccola peste» come se non ci fossimo mai separate «quante domande. Comunque è vero, ci sono tante cose che non ti ho detto, ma vedi è che non potevo. Da dove comincio?» Assunse un’aria pensosa, toccandosi con l’indice le labbra.
«E’ che non a tutte so darti una risposta».
Imbronciata misi le braccia conserte. Lei capitolò.
«Ok d’accordo, ci provo. Cosa ti hanno raccontato?»
Era ora ….  Ma malauguratamente Isotta si strofinò nelle gambe della zia. Ora dovete sapere che la zia è di facile distrazione, così,  gioì esageratamente.
«Ma Melissa! ... Dove hai trovato questo gattino?»
Santa puzzola!
«Uffa! Che c’entra il gatto ora. Mi hanno raccontato che non sei mia zia, ma una fata in borghese».
«Oooh! Non è esatto» bisbigliò avvicinandosi, come se mi volesse rivelare un segreto.
“Ok”, pensai, “finalmente ci siamo”.
«Io sono tua zia, ma come parente non avrei potuto essere la tua fata in borghese … Maa, vedi», abbasso ulteriormente la voce tanto che dovetti avvicinare l’orecchio alla sua bocca. «Io non sopportavo l’idea di lasciarti ad un’anonima maga, così ho fatto il diavolo a quattro …» e mi fece l’occhiolino, «finché il Consiglio, mi ha dato il permesso di seguirti …» Ammiccando, come era suo solito, continuò. «Li ho fatti impazzire, non ne potevano più di me. Così hanno capitolato, ma mi hanno imposto di cambiare identità e di accettare che nella zona ci fosse un’ altro agente in borghese. Tu conosci Ferruccio?» aspettò un mio cenno di assenso «Beh! E’ lui. Qual’era l’altra domanda? …» Si riportò il dito indice sulle labbra pensierosa. «Ah sì, perché non viaggiamo insieme … Ma semplicemente perché non è prudente». Sembrava aver finito le spiegazioni.
«Ma perché, non capisco, e poi per andare dove? In che Cavolo di posto devo andare ora e perché? Ma da chi mi dovete proteggere? Ma davvero mia madre era una Fata? E mio padre,  Arturo Quercus? Era un mago anche lui?»
«Ma dai sbanderno» non vi ho ancora detto che lei mi chiama  sbanderno? Bene adesso lo sapete, e continuò «Sta tranquilla». “Tranquilla, tranquilla un corno di unicorno, come dicono qui. Io voglio sapere”.
Isotta seduta sul prato, ci guardava curiosa, la zia, proseguì  sempre ammiccando.
«Ti dico che va tutto bene, ci riuniremo nel Regno degli Elfi, là saremo al sicuro e tutte le tue domande, avranno una risposta».
Stavo per replicare, “ma zia come ti chiami, visto che hai dovuto cambiare nome”, quando, una fata arrivò di corsa urlando trafelata:
«Mysotis, aiutatemi, vi prego Misotis non c’è più Misotis!»
La fatina era tutta scapigliata e piangeva disperata, tutti si azzittirono. Un mago in divisa le si avvicinò.
«Che significa non c’è più Mysotis?» La fata le si buttò fra le braccia e tra le lacrime, bofonchiò:
«Era nel suo lettino e adesso è vuoto!».
Era sparita dalla sua culla fata Mysotis? L’annuncio, creò non poca confusione. Il mago in divisa sembrava pietrificato.
«Ma cara, hai controllato in casa?»
«Sii, sii, niente non c’è più».
«Ma andiamo cara, le sarà scappata una puzzetta».
«No,no, ti dico che non c’è più, ho controllato anche in giardino».
Si alzò un mormorio tra la folla.
«Zia cosa centrano le puzzette con lo sparire?»
Ma Agnese stava già confabulando con un gruppo di fate in divisa. Mi guardò distratta.
«Ah sì, sì, poi ti spiego, ora però devo andare, il dovere mi chiama». Così, parlando a raffica, senza lasciarmi il tempo di intervenire, mi comunicò che doveva unirsi alle ricerche, allontanandosi velocemente. Perdindirindina! Io restai lì, come un salame, con mille domande non risolte che mi frullavano in testa. Isotta mi leccava.
«Perdindirindina! Isotta, non sono un salame!»

Sembrò capirmi, perché smise di leccarmi e cominciò a fare le fusa strofinandosi alle mie gambe.