giovedì 16 ottobre 2014

3) MELISSA E LA NUVOLA




Capitolo 3

L’ ASTRONUVOLA


Gnognò mi sorrise rassicurante «Non ti preoccupare, è la stanza di Evaporizzazione».
“La che?” ... Mi sembrava di vivere in un sogno e spalancai la bocca. Mi diedi un pizzicotto da sola, ahi!… no, no ero proprio sveglia!
Il mio accompagnatore si sentì in dovere di spiegarmi: «Siamo sull’ Astronuvola». Mi guardò paziente «L’Astronuvola è un mezzo di trasporto che viaggia avvolto in una nuvola. Vedi, l’Astronuvola usa come combustibile l’umidità che c’è nell’aria, umidità che aspira anche dai propri passeggeri, perché, dove passa l’Astronuvola, si crea uno sbalzo di temperatura, eee… quindi, piove sempre, così tutti sono molto bagnati».
“Ma dove cavolo sono finita?! Che una gallina mi becchi se io ammetto, che non ho capito  una mazza”…. Non voglio sembrare una tontolona, così domando con fare non curante:
«Allora quando piove c’è un Astro … sì, insomma, quell’ Astrocoso che hai detto tu?»
«No,no, non è detto, può essere semplicemente pioggia per annaffiare i campi e i boschi, su andiamo a sedere».
Gnognò aprì la porta sulla nostra destra, ed entrammo in una stanza tonda … no, era più simile ad un uovo tagliato a metà, la metà tagliata era il pavimento, e sulla mia testa c’era il resto dell’uovo. C’erano tanti finestrini a forma di un uovo … “come cavolo si dice? … Ah sì ovali”, e tanti tavolini sempre ovali, con relative seggiole.
Timoteo mi portò a sedere vicino a uno di questi finestrini, che lui chiamò nuvoloblò, poi ordinò ad una ragazza due -fragola menta montata- ma nella sua, le chiese di aggiungere del -piripino-.
“Che roba è?”… Feci finta di nulla, “non capisco ma mi adeguo” pensai.
Non mi pentii, perché ci portarono due enormi bicchieroni con della roba che sembrava gelato.
Cavolo!! Vi posso garantire che era davvero squisita quella roba! Mi guardai attorno, non avevo mai visto persone così. Alcune erano piccole e vestite strane, come il mio accompagnatore, altri erano alti e distinti, con le orecchie leggermente a punta, vestiti come Robin Hood.
Una signora vicino a me con orecchie normali, aveva un vestito composto da tanti veli leggeri. Parlava con due signori bardati con lunghi mantelli colorati, anche le loro orecchie erano normali, ma avevano lunghe barbe.
Qualcuno ci stava guardando. Mi sentii spaesata, inadeguata e tutta scarmigliata, avrei voluto nascondermi. Sentii che la mia frangia dopo la Stanza di Evaporazione era tutta sparata in su, tipico dei miei capelli castani, che sono diritti come spaghetti.
Allungai il collo e guardai fuori dal nuvoloblò, la vista mi lasciò senza fiato … Stavo volando … Stavo volando su di una nuvola, anzi no, su un ASTRONUVOLA!!
Adesso chi glielo racconta a Carlo Rossi, che la mia vacanza è più fantasiosa e spettacolare della sua?
Adesso sì, che mi era tornato il buon umore.
Ritrovai la parola e chiesi:
«Ma dove stiamo andando?»
«Nel mondo Magicogiga» rispose Gnognò rilassato e tranquillo, mentre gustava compiaciuto la sua fragola menta «è lì che sei nata tu».
Poi, si lanciò in una lunga spiegazione … mi parlò di una rivolta contro certi Re tiranni, e di personaggi famosi del mondo Magicogiga, di cui io non avevo mai sentito parlare. Disse che dovettero esiliare, perché perseguitati da esseri malvagi e prepotenti. Ero confusa, non capivo di chi e di cosa stesse parlando. Di tutto il discorso avevo capito solo, che:
“Santa puzzola … sto andando in un mondo magico?!!”
Gnognò mi guardò infastidito
«Chiudi quella bocca o ci salterà dentro una rana».
«Davveroo?» risposi incuriosita. Lui mi guardò sempre più perplesso ed esclamò:
«Ma Melissa, è un modo di dire!»
Chiusi la bocca imbarazzata, e lui continuò il suo complicato racconto. Così scoprii, che i miei genitori stavano fuggendo per portarmi in un posto più sicuro, quando l’Astronuvola che ci trasportava, precipitò. Io avevo un anno. Molti del mondo Magicogiga pensarono e pensano tuttora, che sia stato un attentato e ancora oggi, dopo la caduta dei regimi, non si è ancora risolto il caso. Tra i passeggeri di quel volo, c’erano elfi, gnomi e alcune fate, nessuno di loro si salvò, tranne tre bambini. Gnognò si avvicinò e sussurrò:
«Uno di quei pargoli sei tu».
 Aveva gli occhi lucidi, e si soffiava rumorosamente il nasone in un enorme fazzoletto rosso.
Dopo la catastrofe, gli Elfi, in accordo con il popolo delle Fate-Maghi e dei Nani, stanziarono un fondo di sostentamento e protezione a favore degli orfani. Il mio accompagnatore mi guardò  negli occhi.
«Tu fai parte di questo progetto. Agnese non è altro che una fata in borghese».
«Fata in borghese?! Ma se le cade tutto dalle mani!!» esclamai stupita.
«Ehi ragazzina, non essere irriverente, lei è una SIGNORA FATA solo che di là,» e indica con la testa un là, che non so dov’era, «si può usare la magia solo… in caso di pericolo mortale». Smise di spiluccare il cucchiaino del suo gelato e mi guardò torvo «hai capito bene ciò che ti sto dicendo?» Feci cenno di sì con la testa, e lui continuò «bene, perché non voglio più sentirti dire che Agnese è una pasticciona, è chiaro?».
Cavolo! Era davvero arrabbiato, scuoto di nuovo in segno affermativo la testa, e lui continuò:
«Per lei è stato un bene prendersi cura di te, dato che negli scontri contro i Re Tiranni è stata colpita da un incantesimo che gli impedisce di avere figli».
Ero disorientata, Agnese non era mia zia? La faccia di Gnognò, con quel suo nasone rosso mi guardava, e io, dopo la ramanzina, non ebbi il coraggio di chiedergli subito: “è mia zia oppure no?” E sbagliai, perché venimmo interrotti da un personaggio più piccolo del mio accompagnatore, che si avvicinò al nostro tavolo.
«Gnò! Gnognòòò!» aveva delle braghe verdi, da cui uscivano enormi piedi pelosi.
«Ciao Cantinello!» lo salutò il mio accompagnatore
«Che ci fai qui?» chiese il nuovo arrivato, Gnognò mi presentò
«Questa è Melissa, la figlia di Arturo Quercus e Melania, ho promesso al comitato che l’avrei portata a casa per le vacanze estive, sai lei» si avvicinò a questo tizio bisbigliando «studia all’estero».
“Studiavo all’estero! Ma che cavolo dice?!” Cantinello che aveva un sorriso cordiale, allungò la mano per stringere la mia, e la scosse vigorosamente.
«Oooh, che piacere, è un vero piacere conoscerti, i tuoi genitori venivano spesso a mangiare nella mia taverna. Se passi da Campo Verde, vieni a trovarmi».
Cantinello diede una pacca sulla spalla di Gnò, per fortuna che Gnognò era seduto, altrimenti, grande com’era, non gli sarebbe arrivato di certo alla spalla.
«Pensavo proprio di fermarmi da te, prima di proseguire il viaggio ho alcune cose da sbrigare da quelle parti» gli rispose il mio accompagnatore.
«Questa sì che è una bella notizia. Io mi devo fermare a comprare del legname, se volete venire con me, dopo andiamo a Campo Verde con il mio calesse».
«No, no, Melissa non ha mai viaggiato sulla nostra strada ferrata». Gnò fece l’occhiolino all’amico in segno di intesa, e lui rispose ridendo.
«A bene, bene! Ci vediamo allora alla taverna!».
La nuvola sussultò, il mio stomaco anche, una voce annunciò:
«Signori e Signore, attenzione, stiamo per avvicinarci al suolo!» Fuori il cielo si scurì «Siete cortesemente invitati a sedere ovunque voi siate!» badabang! … Un tuono pazzesco fece sobbalzare lo scafo «evitate di aggrappavi ai vicini!» badabang! … «fermata Mondo Bosco» badabang!
L’Astronuvola si fermò, tutti scendemmo, trasportati su un nastro mobile, dentro un tunnel trasparente.  Fuori dal tunnel altra gente era sotto la pioggia e si accalcava vicino alla scaletta bianca che si perdeva nella nuvola. Io, scombussolata da tutte le cose strane che stavano succedendo, sbottai:
«Certo, che non è mica tanto piacevole stare sotto la pioggia gelida!»
«Gelida?!» mi rispose Gnò meravigliato «perché hai avuto freddo quando sei salita sull’astronuvola?».
«Sull’Astronuvola?!»
Adesso che ci pensavo: “non credo proprio” e feci cenno di no, col capo.
«Aah, bene!» mi rispose lui «Altrimenti facevo aumentare la temperatura dell’acqua».
Pensai: “chissà come fanno a scaldare una nuvola, non capisco ma mi adeguo”.

In mezzo alla foschia vidi un prato circondato da boschi, Cantinello ci salutò uscendo dal nastro, prendendo un’altra direzione, noi proseguimmo.

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