venerdì 7 novembre 2014

6) MELISSA E LA NUVOLA

POPPY  PAPAVER

Una graziosa ragazza con un vestito rosso, di tessuto leggerissimo, ci venne ad aprire. Era alta e aveva capelli lunghi e biondi, con una ghirlanda di papaveri e spighe in testa. Non aveva le orecchie a punta e i suoi piedi normali calzavano scarpe rosso e oro. Sembrava felice di vedere Spiga, così ci fece entrare, insistendo perché assaggiassimo la sua focaccia con semi di papavero, che aveva appena sfornato.
“Beh! Anche se saltavamo la cena della mamma di Chicco, ora non aveva più molta importanza”.
Spiga le raccontò che io ero la figlia di Quercus e Melania. Lui ormai sapeva tutto di noi, durante il giro in calesse non eravamo stati zitti neanche un battisecondo, come dicono qui.
Poppy si voltò  e mi guardò con i suoi occhi scuri e penetranti, incuriosita.
«Melissa?! Ecco chi mi ricordavi!! Certo, assomigli molto alla tua mamma».
Ora era io ad essere colpita e incuriosita.
“Santa puzzola! Una persona che non è mia zia che conosceva mia madre?”
La guardavo con la bocca aperta incapace di fiatare.
Lei continua sorridendomi.
«Sei già stata a trovare il popolo degli elfi?».
Scossi la testa in segno di diniego. Avrei voluto chiederle cosa si ricordava di mia madre e  perché mai dovevo andare a trovare gli elfi, ma quando sono molto emozionata, non so il perché, la voce non mi esce.
«Melania ed io eravamo amiche, sai?» aggiunse con aria di intesa «Siamo dello stesso popolo».
La mia mente lavorava febbrilmente. Papaver non era piccola, non era una piedona, non aveva le orecchie a punta, ma di che popolo stava parlando? Riuscii a sbloccare la lingua per chiederglielo.
«Ma delle Fate!!» mi rispose stupita.
 “Oooh mamma mia, la mia MAMMA era una fata?”
La mia bocca non era aperta, era spalancata. Fortunatamente nessuno ci fece caso, così non mi sentii dire il solito attenta alle rane!
 La Fata mi chiese da quanto tempo ero arrivata, riuscii a rispondere balbettando che ero lì da una settimana, e via via che mi si sbloccava la lingua a raccontarle che mi era venuto a prendere Timoteo detto Gnognò e che l’esistenza del mondo Magicogiga, per me, era stata una vera sorpresa.
«Agnese» borbottò la fata incredula «non ti aveva detto nulla?» io scossi la testa come un somarello, dicendo no.
«Noi Fate-Maghi facciamo parte della flora» si sentì in dovere di spiegarmi Papaver «anzi noi siamo la flora; quando un bosco brucia, o una catastrofe provocata dall’uomo modifica l’habitat nel mondo Tunturlo o Dilamondo, noi corriamo grossi rischi. L’inquinamento nel mondo Tunturlo ha portato l’estinzione di varietà vegetali e animali, con la relativa scomparsa dell’essere magico che lo cura. Il mio popolo che controlla la flora …» non potei far a meno di interromperla «La che??».
Mi guardò indulgente «La flora …» mi guardava negli occhi per vedere se capivo, ma per me, lei vedeva solo il vuoto assoluto. «Ma sì, Melissa, le piante!»
«Aah!» Feci finta di ricordare cos’ era mai la flora, dato che io avrei dovuto saperlo benissimo, dalle lezioni di Nunzia, si intende, ma che giustamente, da brava somara, non sapevo affatto.
Poppy continuò: «Noi tentiamo con i nostri incantesimi di salvare ciò che l’uomo danneggia, ma fatichiamo a mantenere l’ordine delle cose senza la collaborazione di tutti. Ad esempio, adesso c’è Centaures Cyamus che ha denunciato la scomparsa dei suoi fiori in molti campi coltivati, causa i pesticidi …»
«Chi è?» bisbigliai a Chicco.
Lui sussurrò: «E’ il fiordaliso».
«Ma perché lo chiamano così?» incalzai.
Spiga spazientito «Ragazzi non fate i maleducati, non interrompete la Fata!»
Poppy mi sorrise, aveva un sorriso dolce e gentile.
«Ma no, ma no, è un bene che facciano domande se non capiscono. Centaures Cyamus è il nome in latino del Fiordaliso, i botanici, che sono coloro che nel mondo da dove vieni tu studiano le piante, usano questa vecchia lingua per dare ad ogni pianta un nome, cioè per classificarle».
Come al mio solito, quando ritengo ci sia una cosa troppo difficile da imparare, sbottai:
«E che Cavolo! Non la potevano fare più semplice quella cosa lì!».
La fata questa volta rise divertita, contagiando anche Spiga, io arrossi.
«Guarda che il latino è l’antica lingua dei Romani» mi spiegò «ma non te ne hanno parlato a scuola  quando fate storia?»
Inutile dirlo, ora ero bordeaux.
«Ehm» annuii «sì, ora ricordo».
Devo ammettere che, come alunna, sono un po’ distratta. Mentalmente mi ripromisi di chiacchierare meno in classe e di stare più attenta, non era divertente fare la figura della somara.
Lei continuò: «Il consiglio supremo delle Fate-Maghi sta valutando come intervenire. Siamo indecisi se tentare di suggerire all’uomo cosa fare, facendogli credere che sia una sua idea, o intervenire direttamente con un incantesimo potente».
Io ero stupita e incantata, tanto per cambiare avevo la bocca aperta. Questa volta un coro di: «Attenta alle rane!» me la fece chiudere. Ormai dentro al mio stomaco doveva esserci un intero stagno di rane.
Salutammo la Fata dei Papaveri che era quasi l’ora di cena. Spiga, nel ritorno verso casa, ci fece guidare il calesse, solo che quando aveva le redini Chicco, poni Express non si muoveva, mentre con me trotterellava che era un vero piacere.
Ero molto orgogliosa. Io lo sapevo che noi bambine siamo più persuasive, ed ero presuntuosamente felice. C’era solo un ronzio fastidioso, in questa scampagnata. Era la voce di Chicco che cantilenava:
«Melissa la rana, la rana Melissa …»
“Uffa questi ragazzi! Non sopportano di essere meno bravi di noi ragazze”.
Come avrei voluto condividere quest’esperienza con Valentina. Lei sì, che è una amica, non mi prende mai in giro, come a volte fanno i miei compagni di scuola. Lei mi difende sempre … o quasi sempre. Valentina è la mia migliore amica nel Dilamondo, prima o poi ve la presenterò.
Tornati alla taverna, la mamma del mio amico decise che io, visto che ero l’ospite, potevo mangiare i tortelli alle erbe degli Habbet,  e Chicco, che non aveva ancora fatto i compiti, no.
Ero dispiaciuta per lui, che non poteva mangiare. Stavo già pensando come nascondere qualche tortello, quando Spiga lo difese.
«Andiamo Dolcetta» mi ero dimenticata di dirvi il nome della mamma di Chicco, che in quel momento, inutile dirlo, non era affatto dolce Continuò Spiga «guarda che hanno chiesto scusa, e pulito bene la cucina tutti e due».
Dolcetta, brontolando, aggiunse un piatto e sottolineò: «Per questa volta vada, ma la prossima a letto senza cena».
“Mi sa che tornerò a casa cicciottella”, pensai.
Finito di cenare uscimmo dalla taverna e andammo sotto il pergolato, dove c’era la solita chiassosa allegria. Chi giocava a carte, chi raccontava storielle divertenti, il mio amico nano invece stava contrattando con i contadini. In qui giorni era indaffarato a comprare le provviste per il suo popolo, il Regno degli Gnomi. Era un rituale molto curioso e buffo da vedere. Timoteo ad ogni acquisto saltellava davanti al venditore, gli stringeva vigorosamente la mano, poi sputavano entrambi a terra, confermando il patto.
A Campo Verde non esiste la televisione, ma vi posso garantire che non se ne sentiva la mancanza.

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