venerdì 14 novembre 2014

7) MELISSA E LA NUVOLA

GITA A VILLAGGIO FIORITO

Timoteo aveva finito gli acquisti, ed era pronto per portarmi nel regno degli elfi, dove ero attesa. Cantinello, Dolcetta, Spiga con Chicco in testa al gruppo, tentavano di convincere Gnognò, che, come avrete già capito tutti chiamavano scherzosamente Gnò, ad andare al Villaggio Fiorito. Inutile dirlo, io ero pienamente d’accordo con la maggioranza.
In paese si organizzava la gita annuale per -Fatilandia- la Fiera delle Fate. Era un avvenimento che richiamava una moltitudine di gente da tutto il mondo magico.
Secondo voi, dove si teneva questa festa?
Ma certo, a Villaggio Fiorito!!
Vi pare che io non volessi partecipare a un evento così importante? ...
E poi, quando mai mi sarebbe capitato di vedere una festa in un  villaggio di fate e maghi!!
«Dai Timoteo, ti prego portami alla fiera …» lo tiravo per la giacchetta e lui era infastidito. Chicco rincarò:
«Faremo i bravi, lo giuro!!» e solennemente si mise una mano sul cuore. Tutti davano ragione a noi bambini.
«Ma su Gnò» aggiunse Spiga «pensa a come ci rimarrebbe male Poppy, se non partecipaste anche voi alla gita».
Alla fine Gnò capitolò. Chicco ed io, esplodemmo in urla di gioia.
La prima domenica di luna piena i calessi erano nella piazza di Campo Verde, pronti per partire. Noi eravamo sul carretto di Cantinello, trainato da un cavallino marrone, con curiose zampe dal pelo lungo. Lì vicino c’era il mezzo di Spiga, ed Express era intento a corteggiare una bellissima cavalla che lo guardava altezzosa. L’animale, con il manto nero, aveva i finimenti rossi e faceva bella mostra di sé. Era attaccata ad un leggero ed elegante calesse che aveva disegni scarlatti su sfondo dorato. Era il mezzo di Poppy.
La Fata aveva i biondi capelli intrecciati con fili d’oro e rubini che mandavano bagliori colpiti dai raggi del sole. Il vestito bordeaux, con ricami giallo grano, aveva maniche lunghe e larghe che finivano a punta. In vita aveva una cintura dorata, da cui pendeva un curioso sacchetto lungo e stretto, che ricadeva sul fianco della Fata.
Papaver salì sul calesse, poi, con un grazioso cenno della mano, ci invitò a seguirla.
Si creò una gran confusione.
Poi dicono di noi bambini quando facciamo a gara per prendere il posto migliore!!
Cantinello, gareggiando con Spiga, riuscì ad ottenere il secondo posto nella fila, proprio dietro a Poppy, mentre Express dietro a noi sbuffava. Sembrava più seccato del suo padrone, per non essere riuscito a conquistare la posizione. Finalmente, dopo un gran parapiglia,  si formò la carovana che cominciò a snodarsi e ad uscire dal paese.
Attraversammo al piccolo trotto la valle degli Habbet. Era un susseguirsi di vigne, campi di grano, orzo, patate, meloni … Nella comitiva c’era un’allegra e chiassosa caciara, chi intonava canti, chi scherzava, chi chiamava un amico. Express tentava di superarci nitrendo, con il palese intento di attirare l’attenzione della sdegnosa puledra che si chiamava Freccia. Il nostro cavallino non era da meno, e non intendeva mollare il posto privilegiato.
Arrivati al fiume, le voci si abbassarono, qualcuno sussurrò:
«Ci siamo».
Altri: «Sss», per far tacere gli ultimi chiacchieroni. Chicco m’indicò la Fata. Lei stava sfoderando, dal sacchetto appeso alla cintura, con un gesto solenne ed elegante, un’asticella dorata, che luccicò al sole. Poppy si girò e agitò nell’aria la bacchetta, sussurrando una poesia che si propagò nell’aria.
«Su su… or dunque, lavora e solleva, solleva e lavora, or dunque il tuo lavoro accingiti a fare. Solleva e lavora, la carovana fa volare e il fiume falle passare».
Leggere come piume, le carrozze si alzavano dal suolo e si posavano sull’altra sponda.
Avevo, tanto per cambiare, la bocca spalancata … per fortuna nessuno se ne accorse, perché il resto della compagnia era come me incantata.
Il paesaggio cambiò. Ora c’erano campi di alti girasoli, di profumata lavanda, di tulipani che oscillavano al vento, la strada saliva dolcemente. Entrammo in un bosco con sentieri curati. I leprotti saltellavano in mezzo a mughetti, ciclamini e anemoni, mentre gli scoiattoli ci seguivano saltellando da un albero all’altro.
Ora nessuno di noi urlava e schiamazzava. Tutti parlavano sotto voce, in segno di rispetto verso un luogo incantato.
Uscimmo dal bosco, e  il sentiero continuò a salire attorno ad una collina, con prati carichi di campanule, genziane ed erica.
Poppy, girandosi verso noi, si alzò, e, tenendo strette le briglie del cavallo con una mano, disegnò con l’altra grandi cerchi nell’aria… La comitiva fu avvolta da una nube dorata che sollevò la carovana, per adagiarla in un prato ordinatamente parcheggiata.
Scendemmo tutti. C’era chi si sgranchiva le gambe, chi dava pacche sulle spalle dell’amico. L’atmosfera tornò chiassosa, così raggiungemmo a piedi il paese. Altri gruppi di visitatori, con nugoli di bambini schiamazzanti, si univano a noi. Gnognò preoccupato di perderci in mezzo a quella moltitudine, si raccomandò di stargli vicino.
«Smettetela di camminare con la testa fra le nuvole. Guardate dove andate, e, mi raccomando, se vi perdete, dovete chiedere aiuto alle Fatevigilanti, o ai Polimaghi in divisa. Avete capito?» Noi sbuffammo infastiditi.  Così, lui rincarò «ma vi consiglio di starmi vicino, se non volete che vi rispedisca a casa con un sotterraneo incantesimo!» Inutile dirlo, Dolcetta annuiva.
«Un che?!» e guardai Chicco.
«Ma sii, i nani spediscono tutto sotto. Loro lì sono molto forti».
«Bah! Certo che qui da voi si risparmia molto in benzina».
Lui mi guardò incuriosito.
«Benzina?! E che cos’è?»
«Ma come, non sai cosa è la benzina?»
«Boh, forse i grandi lo sanno, io no, che cos’è?»
«Serve per fare andare le macchine. Credo sia fatta di petrolio».
«Petrolio??! Ma siete matti a usare una cosa così puzzolente?»
«Ma scusa, come faremmo a spostarci in macchina senza la benzina?»
«Aah non lo so. Veramente io non ho mai visto una macchina vera. Sarei curioso di salirci, ma noi Habbet non possiamo viaggiare nel Dilamondo».
Notai che anche i bambini degli elfi e delle fate non si allontanavano più del dovuto dal loro gruppo. Forse, avevano ricevuto una ramanzina come noi.
Un ragazzino con le orecchie a punta, mi passò vicino correndo, rincorso da suoi amici. Si arrestò di botto, gridando: «Ahi!» massaggiandosi un orecchio. Subito arrivarono i genitori. Il padre, un signore distinto, con una tunica bianca, gli disse «Ben ti sta. Ti avevo avvisato di non allontanarti».
Il paese era arroccato e circondato da un alto muro, coperto di gelsomino odoroso. Si entrava nel centro abitato sotto un voltone di roselline rampicanti.
Le case delle fate erano colorate e molto curate, con  balconi e davanzali fioriti. Graziosi gattini sonnecchiavano davanti alle porte. Non vi era incrocio o angolo di strada senza fontane zampillanti o piccole cascatelle d’acqua, in mezzo a variopinte aiuole. Carretti carichi di dolci, e di ogni genere di leccornie, erano lungo il bordo della strada, con i venditori che urlavano:
«Mele, mele candite!»
«Popmagicicorn!»
«Bevete brodocola!»
Chicco allungò la mano, prese un pezzo enorme di ciocomat e senza pagare, se lo mangiò. La mia reazione fu immediata.
«Ma ti dà di volta il cervello?».
Con una voce impastata di cioccolato mi rispose: «Ma no,no, qui si prende e non si paga niente!» e prese un pezzo enorme di torta e… sul banchetto ne apparve un altro.
“Cavolo!! …”
Anch’io ne approfittai, magicamente sul banchetto si riempì lo spazio che avevo vuotato, mentre il venditore mi sorrideva cordiale. Mi stavo ingozzando di popmagicicorn, quando un ragazzino del regno dei nani, si precipitò tra le braccia di Gnò chiamando:
«Zio, zio!».
Il nipote di Timoteo si chiamava Nino, era venuto a Fatilandia con un gruppo di nani.
 Per me fu una vera sorpresa. Non avevo mai chiesto al mio accompagnatore se avesse una famiglia. La cosa mi scombussolò. Io non avevo neanche mia zia, anzi, avevo scoperto che forse non eravamo neanche parenti, ed ora arrivava questo qua, con cui dovevo condividere Gnognò?
“Ma che tornasse da dove era venuto!”
Chicco e il nuovo arrivato, non so il perché, fecero subito comunella e mi esclusero dalle loro schermaglie. Ero dispiaciuta. Mi sembrava che il nuovo arrivato, volutamente, non mi considerasse. La mia mente già lavorava e catalogava il nuovo intruso. Non c’era dubbio, se non mi parlava, non era altro che:
“un moccioso maschietto, che non sopportava le femmine”.
Il flusso della gente si muoveva tutto nella stessa direzione, e, come un fiume in piena, noi seguivamo il corso. Forse, sottolineo forse, perché i grandi spesso sono esagerati,  avevano ragione gli adulti, lì c’era da perdersi. 
Arrivammo in una piazza, circondata da graziose casette coi portici e relativi balconi fioriti. In mezzo alla piazza c’era un muro circolare ricoperto d’edera, gelsomino e glicini lilla. 
Era l’Arena di Villaggio Fiorito.

3 commenti:

  1. Ciao Anna Maria :) sono venuta a vedere il tuo blog e mi sono innamorata! È proprio una cosa carina e chissà che non lo apprezzino anche i miei 4 nipotini. Complimenti :D

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  2. Grazie Poiana, mi sono divertita a scrivere "Melissa la nuvola" anni fa, l'ho spedita al mondo senza alcun risultato, ne ho dedotto che devo migliorare. Però perché tenerlo chiuso in un cassetto? Sono sempre molto curiosa di sapere , per crescere ,le impressioni dei bambini, se riesci a farlo leggere ai tuoi nipotini accetto le critiche.

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    1. Hai fatto bene a non lasciarla in un cassetto. Io certamente spero di riuscire a leggergliela; nell'eventualità ti farò sapere con molto piacere :)

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