giovedì 18 dicembre 2014

12) MELISSA E LA NUVOLA


VIAGGIO VERSO IL REGNO DEGLI ELFI

Una nuvola dorata atterrò davanti a noi, era Poppy in camicia e pantalone sportivo, ma pur sempre vestita di rosso, senza spighe e robe varie in testa.
«Buon giorno a tutti allora si parte?»
Noi tre, Chicco, Nino ed io, saltammo sul calesse, mettendoci comodi. Cominciammo a salutare agitando le mani, con un sorriso sulle labbra che raggiungeva le orecchie, Gnò divertito disse:
«Già, già, piccole pesti! Avete una smania che non aspettate neanche che salga. Dai Poppy, dammi una mano, voi fate non potreste fare calessi più bassi!».
 La fata afferrò la mano di Gnognò, e lo tirò su, con un sorriso furbetto. La mamma di Chicco, che si asciugava gli occhi nel grembiule, mandava baci  al figlio con la mano. La risposta del mio amico fu immediata:
«Dai mamma, non vado mica in guerra!»
Mi sarebbe piaciuto poter salutare la mia mamma. Isotta era acciambellata sul mio grembo, il suo calore mi trasmise conforto.
Il calesse uscì dal paese in modo convenzionale, cioè come fanno tutti i calessi normali.
«Allora Gnò, che strada ci conviene fare?» Chiese Papaver
«Direi delle acque». rispose Timoteo.
«Ok.» La fata con fare spiccio cominciò: «Su su, or dunque lavora e solleva, or dunque il tuo lavoro accingiti a fare. Solleva e lavora. La carrozza fa volare e alle Acque Tuonanti facci arrivare.»
Le acque tuonanti non sapevo cosa fossero, però, in quel momento, mi godevo il volo e già pensavo alla faccia che avrebbe fatto Carlo Rossi, quando gli avrei raccontato che io avevo volato sui calessi, con il vento fra i capelli.
L’andatura era tranquilla, volavamo appena sopra le cime degli alberi, di nuvole in cielo neanche l’ombra. Arrivati sopra la stazione Biricchina, la fata tirò leggermente le redini per sorvolarla.
Ero seduta tra Nino e Chicco, tutti e due avevano le braccia appoggiate sullo schienale dietro le mie spalle, fin qua nulla di male, ma cominciarono a stuzzicarsi, propri lì dietro al mio capo. Sbuffai… Isotta scese dalle mie ginocchia e si rifugiò sotto il seggiolino. La tresca tra loro non finì. Si misero a solleticarsi schiacciandomi, non potevo mica stare zitta e subire.
«Ehi… smettetela branco di buzzurri!» nuova parola imparata qui nel diquamondo «se continuate così vi butto giù dalla carrozza!» e assestai sia a destra che a manca due poderose gomitate.
In risposta alle mie gomitate si sentì un unisono e lamentoso “ahi”, seguito da un’ azzuffata generale.
Gognò urlò: «Piantatela lì di dietro, o vi butto fuori io di qui!» si girò a guardarci in cagnesco «avete capito!»
Tutti e tre assumemmo una posizione dignitosa e accennammo un sì con la testa, nessuno di noi voleva volare fuori dal calesse, il capitombolo era troppo alto.
Fiancheggiavamo la ferrovia, quando un’altra carrozza con un puledro bianco ci superò con un’andatura molto sostenuta. Lo spostamento d’aria ci fece oscillare. Poppy prontamente si alzò spronando la sua cavalla e incitandola.
«Oh oh!»
Sembrava punta da una vespa. La carrozza fece un balzo in avanti, e Gnognò si strinse il cappellaccio sulla testa.
«Ehii! Ma che fai! Rallenta …»
La fata non lo considerò affatto.
«Oh … oh!»
Affiancò l’altro mezzo e guardò l’altro conducente, con chiare intenzioni di sfida. Lui ricambiò lo sguardo e l’accontentò subito. Il suo mezzo accelerò. Noi lo seguivamo a ruota, “accidenti questa fata  è proprio pepata”, e io che la credevo, dopo averla vista ballare, dolce e soave. Poppy riuscì ad affiancarlo un’altra volta. Lui divertito ci osservò. Aveva capelli lunghi e castani legati dietro. Le ruote dei calessi si toccarono, attimi di panico attanagliarono il mio stomaco, ma il giovane si rivolse al suo cavallo in una lingua molto musicale. L’animale sembrò aver ingranato la quinta (non so cosa sia la quinta, ma Chicco, amante delle macchine sportive, che vede sui giornali del mondo Tunturlo, dice sempre così, quando vuole correre e vincere).
«Guai a te se lo segui!» esclamò Gnò furibondo. A questo punto tutti gli altri occupanti del calesse, io compresa, erano molto eccitati.
«Se lui ingrana la quinta, io metto la sesta.» Fu la pronta risposta di Papaver, come se mi avesse letto nel pensiero, mentre Chicco esclamava:
«Mitico!!»
Io e Nino concordavamo, così il nipote di Timoteo rincarò: «Altro che mitico, è spaziale!!»
 Euforica rincarai: «Super spaziale». Lo zio era in netta minoranza.
«Piantatela! E tu Nino, smetti di aizzare quei due!» era veramente arrabbiato «allora Poppy vuoi rallentare?».
Per tutta risposta la fata tirò fuori la bacchetta magica e recitò:
«Veloce veloce, veloce come il vento, devi volare, e quella carrozza va a superare. Su Freccia da brava, il tuo lavoro accingiti a fare».
Volavamo, anzi sfrecciavamo tra le cime degli alberi, alzandoci e abbassandoci, la ferrovia ormai era lontana. Stavamo seguendo un fiume, in lontananza si vedevano alte montagne. Papaver raggiunse l’inseguito che, sbirciandoci con un sorriso malandrino, cercava zigzagando di impedirci di superarlo; si stava chiaramente divertendo anche lui. Inforcammo una vallata con un lago, che sorvolammo sempre restando incollati al rivale, il lago si restringeva fra le montagne, trasformandosi in un fiume… poi in torrente. Noi ce la spassavamo tenendoci stretti al veicolo. Gnognò era torvo, la fata con i capelli al vento, ogni tanto guardava Gnò sorridendo. Entrammo in un bosco, e tra il rumore del vento, percepii un rumore che si faceva sempre più forte, sembrava un tuono, ma il cielo era sereno.
«Per il CORNO DI UNICORNO, rallenta stiamo per arrivare!» urlò Gnonò, ma lei si era affiancata e stava per superare l’avversario, scartando gli alberi. “Certo che è veramente in gamba sta fata”, pensai. Stavamo sfrecciando ad una velocità stratosferica, con gli urli di Gnò e quello strano rumore nelle orecchie.
«RALLENTA….PAZZA D’UNA FATA!»
Cavolo… gliel’avevamo fatta, avevamo superato l’altro mezzo. Il rumore s’era fatto frastornante. Uscimmo dal bosco e ci trovammo di fronte ad un muro d’acqua, stavamo finendo contro una gigantesca cascata. Il ragazzo che avevamo superato, corse a folle velocità al nostro fianco cantando una dolce melodia. “Santa puzzola! Ci stavamo fracassando contro una cascata e questo cantava?” Gnognò urlava:
«POPPY, ACCIDENTI POPPY, DAMMI LE REDINI E TIRA FUORI LA BACCHETTA!»
Mamma mia! Io e i miei compagni eravamo atterriti, il rumore era assordante. L’altro calesse ci superò, con il giovane che cantava sempre più forte, buttandosi dentro alla massa d’acqua. Freccia la nostra cavalla,  non riuscendo a rallentare la folle corsa, lo stava seguendo. Mi chinai su Isotta, che avevo in grembo come un uovo, mentre Chicco e Nino erano abbracciati e …  finimmo dentro …
Le acque si aprirono… La cascata, come una pesante tenda si aprì. Il mezzo davanti a noi faceva da spartiacque, la sua  e la nostra velocità diminuivano e sbucammo dall’altra parte. Io e i miei compagni di viaggio sembravamo pietrificati, nel giro di pochi attimi eravamo passati dallo spavento al sollievo unito alla meraviglia.
Gnò fu il primo a rompere il silenzio.
«Sono stato tante volte nel Paese degli Elfi, ma mai così! Non sono mai stato tanto felice di essere arrivato.»
Una valle verde, lunga e stretta, circondata da alte montagne, era davanti a noi. La Cascata, alle nostre spalle, cadeva rumorosamente dentro al torrente che attraversava il territorio.
Le carrozze erano affiancate, finalmente ferme su un prato pieno di erica e campanelle blu.
«Mi chiamo Arton Aron» il giovane urlò superando il frastuono dell’acqua ancora seduto sul suo mezzo, con le redini appoggiate sulle ginocchia, «con chi ho il piacere di aver gareggiato?»
Una fata un po’ scarmigliata rispose:
«Poppy Papaver.»
Uno sguardo indagatore la fissò.
«Poppy, Poppy Papaver la fata?» Lei  accennò un sì con il capo, e lui continuò, «Complimenti la tua cavalla è veloce.» Riapparve sul suo viso quel sorriso leggermente beffardo. Aveva un arco e la faretra, da cui uscivano le piume delle frecce a tracolla sulla schiena.
«Benvenuta fra noi fata dei papaveri!». Il sorriso canzonatorio di Aron si allargò guardando lo gnomo «Ciao Gnò, hai fatto buon viaggio?»
Un nano imbronciato gli rispose: «Accidenti a te Aron, non potevi fermarti così si fermava anche questa pazza?»
Arton con una risata contaggiosa prese in mano le redini «Mi stavo divertendo, e a quanto ho visto si è divertita anche lei ...» Riguardò Poppy «volevo vedere fino a che punto arrivavi.»
Poppy lo fulminò con lo sguardo, stava per rispondergli per le rime, ma Gnognò non le diede il tempo  urlando  
«Pazzo, pazzo, come lei! Ha ragione tuo padre a dire che sei uno scavezzacollo!» Urlava e scuoteva il suo testone diventando sempre più paonazzo <<Pazzi site due Pazzi!>>
«D’accordo Gnò, non avevo dubbi che tu la pensavi come mio padre, adesso tranquillizzati e rimettiti il tuo cappellaccio» Aron adesso rideva «Ci vediamo in paese». Ci fece un cenno con la mano e se ne andò.
Un’impettita Poppy prese in mano le redini.
«E così io sarei pazza. Vedi di non rivolgermi più la parola.»
Gnò, si tolse il cappello grattandosi la testa.
«Eh adesso fai l’offesa! Dopo l’ora che mi hai fatto passare!? Devi ammettere che sei stata un tantinello imprudente se non interveniva Aron...» La guardò con le sopracciglia alzate, sembrava volerla prendere in giro. La fata continuò ad essere impettita, mentre noi dietro, dopo lo scampato pericolo, stavamo di nuovo sorridendo delle loro schermaglie.

2 commenti:

  1. Ciao Anna Maria! Ho letto il tuo Sogno sulla Community e mi sono subito unita al tuo blog! Spero di avere presto abbastanza tempo per leggere la tua favola...

    Maira

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  2. Ma che sorpresa! Grazie Maira, ti Auguro un Felice e Sereno Natale.

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