venerdì 26 dicembre 2014

13) MELISSA E LA NUVOLA



A CASA DA FERRUCCIO

La strada che conduceva al paese fiancheggiava il torrente. Il corso d’acqua era attraversato da ponticelli di legno. Fiancheggiammo un castagneto, quando Gnò indicò a Poppy, un ponticello dietro una curva. Era il sentiero che ci avrebbe portato a casa di Ferruccio, dove noi eravamo diretti.
Sbucammo in una radura circondata da boschi, al lato destro del prato vi era una graziosa baita, con il tetto spiovente ricoperto di muschio verde . Il mio primo pensiero fu: “sta a vedere che fa la guardia forestale anche qui”. Di fianco alla casa c’era una staccionata con dei cavalli.
Appena il calesse varcò il cancelletto del giardino, una giovane signora, con un bambino piccolo in braccio, uscì di casa. Aveva capelli corti, mori e ricci e orecchie a punta. Sorridendo ci venne incontro.
«Ciao Gnò, ben arrivati, io sono Mora e questo è Gigaro» il bimbetto per tutta risposta fece una  sonora pernacchia «monello di un bambino» disse la madre «ti sembra il modo di salutare?» Ma noi ormai stavamo ridendo, e lui continuò il suo show, felice di aver trovato un pubblico. La madre con un bavaglino gli puliva   la saliva provocata dalle pernacchie, seguite da risolini del monello, esasperata  e divertita la madre ci invitò dentro.
«Venite a rinfrescarvi, sarete stanchi. Ferruccio è andato al mercato con le altre due pesti.»
Papaver prese in braccio il piccolo e sollevandolo in aria, lo fece ridere.
«Mora hai un bambino splendido. Non sapevo che Ferruccio avesse tre figli, non vorrei darti troppo disturbo ospitandoci tutti.»
«Di che ti preoccupi, tu non hai la bacchetta magica?»
«Certo.» Rispose la fata stupita, «allora vedrai che ce la caveremo.» Fu la pronta risposta dell’elfo femmina.
Mora era spigliata e cameratesca, così tra le due donne si instaurò subito una famigliare intesa. Si misero al lavoro per sistemarci tutti.
L’apparizione delle valigie per me era sempre fonte di stupore, Nino e Chicco sghignazzavano.
«Beh, che c’è da ridere?»
Il nipote di Gnò si prese la briga di rispondere.
«Non è mica sto gran avvenimento da restare a bocca aperta!»
“Sarà stato così per loro, ma non per me!”
Avremmo dormito in una stanza , con i figli di Mora. A guardare i letti in fila, sembrava la stanza dei sei nani, mancava il settimo lettino e avrei pensato di essere nella favola di Biancaneve.
Quando sentimmo arrivare un calesse noi tre scavezzacollo ci precipitammo giù per salutare Ferruccio, ma soprattutto per conoscere le pesti.
Il guardaboschi o devo chiamarlo elfo? Beh, comunque lui, era seduto sul calesse, in mezzo a due bambini, un maschio e una femmina. A me sembravano tutto tranne delle pesti. Erano due bambini normali e basta. La ragazzina si chiamava Centaura, era mora e riccia come la mamma, e aveva nove anni come me. Allo, il fratello, aveva undici anni come Nino, ma ci superava tutti in altezza. Anche lui aveva la stessa zazzera e gli stessi occhi verdi della sorella. L’intesa tra noi e le pesti fu subito perfetta. Scorazzammo intorno alla casa, fino all’ora di cena, o meglio finché Mora non ci chiamò suonando una campana.
Ci radunammo tutti nell’accogliente cucina della famiglia di Ferruccio, il camino era acceso e mandava bagliori sulle pareti. Gigaro, seduto in un seggiolone, sgranocchiava con i suoi unici due dentini un crostino di pane, mentre Mora portava in tavola della polenta fumante con dei funghi. Gnò aveva aperto per gli adulti del buon vino, acquistato da Cantinello, e non finiva più di decantarne il profumo, il colore guardando contro luce il liquido versato nel bicchiere… il sapore sorseggiandolo a piccoli sorsi, finché Poppy esasperata intervenne canzonandolo «Sì sì, la fai tanto lunga perché sei tirchio e non ce lo vuoi far bere.» Inutile, a tutti scappò da ridere.  La conversazione era allegra, intercalata dai commenti sbrodolosi di Gigaro:
«Ma ma, brrr, pa pa nghe».
Nino rideva, facendogli le linguacce. Quando voleva sapeva essere  simpatico, sottolineo, quando voleva. La maggior parte del tempo la perdeva a polemizzare con me. Beh! Devo ammettere che io non ero da meno. Così adesso tra noi c’era un battibeccare continuo.
Feci assaggiare un po’ della mia polenta al piccolo, facendo fare al cucchiaino l’aeroplano. Nino ovviamente, per non perdere l’abitudine, disse:
«Ma così lo soffochi!»
Io sbuffando, come un treno a vapore, risposi piccata:
«Che simpaticone, non vedi che gli piace!».
Chicco , costretto a sopportarci, si consolò dicendo:
«per lo meno adesso non si ignorano» ma scuoteva la testa scoraggiato «però siete una vera pizza!»
Lo disse forte e l’intera tavolata rise di gusto, mentre io diventavo rossa fino alla radice dei capelli.
Fata Poppy chiese di Agnese a Ferruccio. O questo sì che mi interessava e mi rizzai sulla sedia attenta, anche Isotta, sdraiata ai miei piedi, nel sentirmi muovere si era seduta impettita.
«Non è ancora arrivata. Si è fermata nel paese fatato per capire e risolvere il caso della bambina sparita. Bisogna ammettere che era veramente molto lontana dalla culla. Sembra proprio che ci sia lo zampino di qualcuno, ma perché e chi? E’ strano, molto strano.»
«Non si sa ancora nulla?» Chiese Gnognò.
«No, ma per me c’è lo zampino dei Roliopet» rispose l’elfo e la fata continuò:
«Ma che senso avrebbe avuto portarla lì?»
Ferruccio si strinse nelle spalle.
«Per me intimidire, far capire che possono arrivare ovunque.» Gnognò era pensieroso.
«Se è così è una brutta storia.»
«Già, sarebbe la prima volta che accade da noi.» Commentò Poppy, ora nessuno sorrideva più e tutti erano pensosi.
Mi rivolsi sottovoce a Chicco:
«Ma chi cavolo sono questi Roliopet?»
«Brutta gente, con la quale è meglio non averci a che fare».
Poppy continuò:
«Domani andrò a salutare Ehloro, il Supremo. Non è certo gentile da parte mia entrare nel paese elfico senza salutare il suo capo.»
«Già, già» fu il commento di Gnò rivitalizzandosi «Per non dire come ci è entrata… La signorina qui non voleva farsi sorpassare, solo che ha trovato pane per i suoi denti.»
«Oooh sentilo, sentilo adesso, quello che urlava. Aiuto aiuto fermati» Poppy faceva il verso a Timoteo, prendendolo in giro: «Fermati fermaaati …». Così Gnognò rincarò la dose, raccontando ironicamente a modo suo tutto l’episodio, senza salvare nessuno di noi. A sentire lui: Isotta aveva il pelo dritto, io tremavo ed ero avvinghiata a Chicco, quello scalmanato di suo nipote voleva provare a guidare il calesse a duecento km all’ora, ma, arrivato vicino alla cascata, urlava di paura come un pazzo, Papaver, la scavezzacollo, improvvisamente era diventata bianca come un fantasma e aveva i capelli dritti dalla paura. Inutile dirlo, tutti faticavano a trattenere le lacrime dalle risate, e guardavamo le buffe espressioni del volto dello gnomo che imitava le nostre voci. L’unica a guardarlo torvo era Papaver, ma aveva gli occhi che la tradivano, sotto sotto se la rideva.
Io ridevo ma pensavo: “gli avvinghiati erano i due maschietti, e non c’erto io. Io sono stata molto coraggiosa … beh, forse, un po’ coraggiosa  … beh forse, no. Comunque non ero avvinghiata a nessuno”, inutile, anch’io come la fata sono un po’ permalosa.  A mezzanotte gli adulti ci mandarono a letto. Se Dolcetta avesse saputo che Gnò ci aveva fatto fare le ore piccole, si sarebbe ripresa il suo bambino. Ma non poteva saperlo. Così Chicco e io andammo a letto stanchi ma felici.

4 commenti:

  1. Che bella atmosfera, sogno e fantasia e un po' di ironia, che non guasta!
    Aspetto il seguito, ciao, a presto:-)
    Fata C

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    1. Waww... felice che ti sia piaciuta. Grazie

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  2. Bellissimo racconto Anna Maria,anch'io aspetto la prossima puntata!Olgica

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