venerdì 31 ottobre 2014

5) MELISSA E LA NUVOLA

 TAVERNA DI CAMPO VERDE

Le case di Campo Verde, sono fatte in sasso e legno, davanti hanno giardini circondati da bassi muretti. Qui vivono gli Habbet, un popolo piccolo e ospitale. Si vestono con colori vivaci, prediligendo il giallo e il verde. Girano scalzi, infatti hanno callosi e pelosi piedi, con un grosso alluce. Per questa loro caratteristica, non possono viaggiare nel mondo Tunturlo, detto Dilamondo, perché non possono camuffarsi in mezzo alle persone che vivono di là. Amano coltivare la terra, ed allevare animali. In passato nel mondo Magicogiga o diquamondo, hanno avuto un ruolo molto importante, perché un loro antenato salvò tutti da una Forza Oscura. Lo zio di Chicco è Cantinello, la sua taverna ha un pergolato all’esterno dove di sera si radunano gli abitanti del paese per giocare a carte o fare quattro chiacchiere, spesso intercalate da rumorose risate. E’ un posto accogliente, dove si possono mangiare gustosi piatti biologici, della tradizione Habbet.
Eravamo alloggiati alla taverna da una settimana e mi stavo divertendo un mondo, aveva ragione la zia.
La prima sera Timoteo mormorando sotto voce parole incomprensibili, aveva bussato tre volte con le nocche della mano sinistra sul pavimento della camera, e per incanto la mia valigia era apparsa.
Troppo stanca per esclamare un Oooh di sorpresa, e restare con la bocca aperta, avevo tirato fuori il pigiama ed ero andata a letto.
Il terzo giorno io e Chicco eravamo già pappa e ciccia. Quel giorno la sua mamma era sinceramente preoccupata.
«Ma voi due oggi state male?»
«Noo» rispondemmo come fossimo una cosa sola.
«E allora come mai siete così tranquilli?». La guardammo con  espressione angelica e le comunicammo che avevamo deciso di studiare. L’unica cosa che sua madre riuscì a dire  fu:
«Oh mamma mia! Che cosa avete combinato?»
«Niente» rispose laconicamente Chicco, mentre io annuivo vigorosamente con la testa.
Beh era vero, noi non avevamo combinato nulla, era stato il pallone che era entrato nella finestra del vicino. Non era colpa nostra se la finestra aveva i vetri chiusi.
Dalla casa di fianco si sentì un urlo disumano:
«Che cosa ci fa un pallone dentro al mio ragù? Se becco chi mi ha rotto il vetro!!».
Non so il perché, ma la mamma di Chicco aveva deciso che quel giorno non avremmo fatto merenda, se prima non avessimo chiesto scusa a Spiga (il vicino) e che, per punizione, dovevamo fare come minimo dieci pagine del libro delle vacanze. Poi avrebbe deciso se farci cenare o no.
La parte più difficile era Chiedere Scusa.
Eravamo davanti alla porta di Spiga, io aspettavo che bussasse Chicco, lui, che lo facessi io.
«Allora?» domandai arrabbiata.
«Fallo tu» mi rispose sbuffando.
«Ma è stata tua l’idea di giocare a pallone» ribattei.
«Ma sei stata tu a lanciarlo».
Per me i ragazzi sono incredibili, demandano sempre tutto a noi ragazze. Infatti continuammo così per un po’, quando la porta si aprì. 
Uscì Spiga, che ci guardò con aria interrogativa ed esordì:
«Non compero niente».
Io e Chicco ci guardammo offesi: “ma come? Ci aveva scambiato per degli scocciatori che vendono porta a porta?”
Secondo me questo era svitato come mia zia, ma non vedeva che eravamo bambini? Io intervenni:
«Beh… vede… lui è il nipote di Cantinello», il Nipote, m’interruppe bruscamente.
«Che centro io con il pallone?!».
 Adesso Spiga non aveva più un’aria interrogativa, ma infuriata: “certo che questi adulti non devono aver mai giocato a pallone”.
Mi ripresi e a fatica dissi: «Mi dispiace, non volevo rompere la sua finestra».
«Mi dispiace, mi dispiace un arcidenti, adesso chi mi pulisce la cucina da tutto quel ragù?!» urlava agitando le braccia, indicando verso l’interno della casa.
Come due condannati a morte, ci offrimmo di ripulirgli la cucina. La stanza era un vero disastro, il tegame era caduto per terra, e il suo contenuto era schizzato ovunque. Lavorammo battibeccando per  più di un’ora, ma alla fine riuscimmo a fare un buon lavoro.
Anche Spiga sembrò soddisfatto, così ci offrì pane e miele. Noi due ci guardammo bene dal dirgli che eravamo in punizione, e che non dovevamo mangiare. Ma la cosa più inaspettata fu che ci propose di portarci a fare un giro con il suo Express.
Cavolo!!! Stavo già pensando ad una corbelleria come il trenino o la nuvola, quando invece, Express si rivelò essere un grazioso e tranquillo pony bianco e marrone, anzi, ora che lo conosco bene, direi che è un gran pigrone, e che per farlo trottare, ci vuole giusto una certa cavalla di mia conoscenza.
Spiga doveva fare il giro dei suoi campi per controllare che tutto fosse a posto, mentre noi ci potevamo godere la scarrozzata.
Gli esercizi scolastici erano rimasti in sospeso.
Nel nostro girovagare arrivammo in un campo di grano, cosparso di papaveri, al bordo del campo c’era una graziosa casetta bianca con gli infissi rossi.
«Di chi è?» domandai a Spiga.
«Di Papaver, venite, andiamo a trovarla».

giovedì 23 ottobre 2014

4) MELISSA E LA NUVOLA

CHICCO

IL nastro mobile penetrava in un edificio di legno, lungo e stretto, ricoperto di muschio, e scendeva nelle viscere della terra. Sotto c’erano gallerie che andavano in varie direzioni, con cartelli che indicavano posti mai sentiti: Villaggio Fiorito, Mondo Bosco, Galleria Gnoma .... Ogni tanto nuovi passeggeri salivano e si lasciavano trasportare, altri scendevano e si avviavano a piedi o prendevano altri nastri mobili, verso altre gallerie. Seguii Gnò, nel cartello segnaletico c'era scritto -Stazione Birichina-Campo Verde- La stazione era sotterranea e un buffo trenino aspettava sulle rotai, le carrozze erano scoperte, sembravano i carrelli dei minatori.
Un bambino scalzo, con grandi piedi pelosi, mi sorpassò, trascinando una signora con gli stessi piedi, entrambi erano molto simili a Cantinello.
«Dai mamma» disse piedone, «andiamo sulla prima panoramicarrozza».
Gnognò mi fece sedere nella prima carrozza, vicino al bimbo dai piedi pelosi, mentre lui si sistemò dietro, con la mamma del ragazzino, quando sulla pensilina vidi una sagoma che mi sembrava familiare … Ma sì … Era proprio lui, Ferruccio! Con quella camminata agile che ben conoscevo, si avvicinò e, pur restando sul marciapiede, mi diede un  buffetto sulla guancia. “Certo che questo treno è proprio basso!” Pensai.
«Ciao Melissa, ti è piaciuta l’Astronuvola?». Annuii con la bocca spalancata.
«Attenta alle rane!» Esclamarono in coro Ferruccio e Gnognò ridendo. La chiusi immediatamente. ma il mio volto era in fiamme.
«Gnò tutto a posto?» chiese il nuovo arrivato «se non hai più bisogno di me, andrei a casa». Per la prima volta notai, sotto i capelli lunghi e neri di Ferruccio, delle orecchie leggermente a punta.
«Tutto ok Ferruccio, vai pure a casa da Mora e dalle tue piccole pesti». Il mio accompagnatore vedendomi di nuovo a bocca spalancata sorrise e aggiunse «già, già, è un elfo in borghese, ci seguiva per proteggerci nel viaggio di passaggio tra il Mondo Tunturlo e il Mondo Magicogiga».
«Il che??» borbottai interdetta.
«Forteee!!!» sbottò ammirato il bambino vicino a me «tu sei stata nel Dilamondo?!».  Per risposta gli arrivò uno scappellotto da sua madre.
«Chicco, non essere curioso!» e guardando Gnò e Ferruccio aggiunse «scusate». I due gli sorrisero con uno sguardo di intesa.  
«Di là dove?» risposi io sempre più confusa.
«Ma insomma Melissa» esclamò esasperato Gnognò «ma tu mi hai ascoltato quando ti spiegavo che esistono due mondi, uno magico, il Magicogiga o Diquamondo e uno no, il Tunturlo o Dilamondo?».
«Sì» risposi angelicamente io, stringendomi nelle spalle.
«Bene» mi dice lui «questo è quello magico, quello da cui provieni tu è il Tunturlo, o altrimenti detto Dilamondo». Guardando Ferruccio scosse l’enorme testone, con quel suo enorme nasone, con aria rassegnata. Ferruccio sembrava divertirsi.
«Dai balia asciutta, non ti scoraggiare, dalle tempo per capire!»
Il guardia bosco che conoscevo io apparteneva a questo misterioso mondo?” Tutto quello che mi stava capitando doveva essere un sogno, era troppo assurdo per essere vero. Così mi diedi un pizzicotto in un braccio, il dolore fu immediato e urlai. Gnognò e Ferruccio chiesero in coro «Che c’è?».
Arrossendo risposi «Niente, niente» non sapendo cosa inventare indicai il mio vicino «lui mi ha dato un calcio».
«Ioo?!» rispose guardandomi in cagnesco, mentre la madre gli urlò:
«Vuoi tenere i tuoi piedoni a posto?» questa volta il ceffone che gli arrivò fece un sonoro ciocco.
«Ahi!! Ma io non ho fatto niente!» e questa volta mi mollò per davvero un calcio, che io prontamente gli restituii … Subito si alzò un coro unanime di:
«Smettetela!!», da parte degli adulti.
Il treno cominciò a muoversi lentamente, felice come una pargoletta di due anni, e con un sorriso ebete, come se fossi su una giostra, salutai con la mano Ferruccio. Immediatamente mi sentii una stupida, con il guardia boschi che mi urlava: «Non fare arrabbiare Gnò, o lo dico ad Agnese, hai capito?». Feci cenno di sì con la testa, mentre borbottai piano, per darmi un contegno: «Perché poi gli adulti pensano sempre che noi bambini facciamo arrabbiare, noi siamo sempre bravi, forse un po’ scalmanati ma bravi, a volte un po’ rumorosi, ma bravi».
Questo mio discorso fece annuire vigorosamente il mio vicino, che si era già dimenticato dell’alterco di poco prima. Lui prese dei curiosi occhialini da sotto il seggiolino, e mi indicò dove erano i miei, poi si allacciò una cintura di sicurezza. Io lo imitai.
Chicco mi suggerì di mettere il casco, e di aggrapparmi ad una maniglia che era davanti a noi.
“Mamma mia quanto è esagerato questo qui, che vuoi che succeeeedaa!! Aiuutoo!!”… Adesso capivo.
Il treno scendeva a rotta di collo e girava velocemente a destra, poi risaliva e girava a sinistra … Santa puzzola! Ero sulle montagne russe.
Io e Chicco urlavamo e ridevamo assieme, vuoi vedere che avevo trovato un amico? Il trenino uscì dal tunnel, sempre a velocità stratosferica, sfrecciavano davanti ai miei occhi boschi e montagne. Brusche virate, con sali e scendi che ci facevano sobbalzare come caldarroste. "Forte questo mondo Magic ... coso o come cavolo si chiama". Venivo ballonzolata a destra e a manca e avevo il fiato sospeso, però mi divertivo un mondo.
Ci stavamo inoltrando in una vallata con campi coltivati, quando il trenino Birichino, che io chiamerei, pazzo fece tre brusche frenate. Questo coso, pazzo, ma divertente, sbuffò e sferragliò, per poi rallentare la sua folle corsa e fermarsi in una stazioncina. Una voce annunciò «Campo Verde, stazione di Campo Verde!»
Timoteo detto Gognò mi fece scendere.
«La giornata per te è già stata abbastanza movimentata, è meglio fermarci qui e riposare per la notte».
In effetti le emozioni non mi erano mancate, i miei capelli erano sparati da tutte le parti, inutile, ero in condizioni pietose ... forse era meglio mettere il casco.
Era sceso anche Chicco, la sua mamma andava a trovare il fratello e aveva intenzione di fermarsi per un po’, così, insieme, facemmo a piedi la strada che portava al paese.
Il mio nuovo amico ammiccò dicendomi:
«Mitico il treno eh!!» e mi diede una gomitata per sottolineare l’intesa … A me le intese a gomitate non piacciono, così gli diedi uno spintone, che lui pronto tentò di restituirmi, ma con uno scatto io scappai veloce come una lepre, mentre Gnò borbottava scuotendo il capo:
«Benedetta gioventù».
Io e Chicco cominciammo una gimcana in mezzo ai campi, ai cespugli, agli alberi, dimenticandoci chi era l’inseguito e chi l’inseguitore. Con il fiatone, stanchi e accaldati, arrivammo in paese.

giovedì 16 ottobre 2014

3) MELISSA E LA NUVOLA




Capitolo 3

L’ ASTRONUVOLA


Gnognò mi sorrise rassicurante «Non ti preoccupare, è la stanza di Evaporizzazione».
“La che?” ... Mi sembrava di vivere in un sogno e spalancai la bocca. Mi diedi un pizzicotto da sola, ahi!… no, no ero proprio sveglia!
Il mio accompagnatore si sentì in dovere di spiegarmi: «Siamo sull’ Astronuvola». Mi guardò paziente «L’Astronuvola è un mezzo di trasporto che viaggia avvolto in una nuvola. Vedi, l’Astronuvola usa come combustibile l’umidità che c’è nell’aria, umidità che aspira anche dai propri passeggeri, perché, dove passa l’Astronuvola, si crea uno sbalzo di temperatura, eee… quindi, piove sempre, così tutti sono molto bagnati».
“Ma dove cavolo sono finita?! Che una gallina mi becchi se io ammetto, che non ho capito  una mazza”…. Non voglio sembrare una tontolona, così domando con fare non curante:
«Allora quando piove c’è un Astro … sì, insomma, quell’ Astrocoso che hai detto tu?»
«No,no, non è detto, può essere semplicemente pioggia per annaffiare i campi e i boschi, su andiamo a sedere».
Gnognò aprì la porta sulla nostra destra, ed entrammo in una stanza tonda … no, era più simile ad un uovo tagliato a metà, la metà tagliata era il pavimento, e sulla mia testa c’era il resto dell’uovo. C’erano tanti finestrini a forma di un uovo … “come cavolo si dice? … Ah sì ovali”, e tanti tavolini sempre ovali, con relative seggiole.
Timoteo mi portò a sedere vicino a uno di questi finestrini, che lui chiamò nuvoloblò, poi ordinò ad una ragazza due -fragola menta montata- ma nella sua, le chiese di aggiungere del -piripino-.
“Che roba è?”… Feci finta di nulla, “non capisco ma mi adeguo” pensai.
Non mi pentii, perché ci portarono due enormi bicchieroni con della roba che sembrava gelato.
Cavolo!! Vi posso garantire che era davvero squisita quella roba! Mi guardai attorno, non avevo mai visto persone così. Alcune erano piccole e vestite strane, come il mio accompagnatore, altri erano alti e distinti, con le orecchie leggermente a punta, vestiti come Robin Hood.
Una signora vicino a me con orecchie normali, aveva un vestito composto da tanti veli leggeri. Parlava con due signori bardati con lunghi mantelli colorati, anche le loro orecchie erano normali, ma avevano lunghe barbe.
Qualcuno ci stava guardando. Mi sentii spaesata, inadeguata e tutta scarmigliata, avrei voluto nascondermi. Sentii che la mia frangia dopo la Stanza di Evaporazione era tutta sparata in su, tipico dei miei capelli castani, che sono diritti come spaghetti.
Allungai il collo e guardai fuori dal nuvoloblò, la vista mi lasciò senza fiato … Stavo volando … Stavo volando su di una nuvola, anzi no, su un ASTRONUVOLA!!
Adesso chi glielo racconta a Carlo Rossi, che la mia vacanza è più fantasiosa e spettacolare della sua?
Adesso sì, che mi era tornato il buon umore.
Ritrovai la parola e chiesi:
«Ma dove stiamo andando?»
«Nel mondo Magicogiga» rispose Gnognò rilassato e tranquillo, mentre gustava compiaciuto la sua fragola menta «è lì che sei nata tu».
Poi, si lanciò in una lunga spiegazione … mi parlò di una rivolta contro certi Re tiranni, e di personaggi famosi del mondo Magicogiga, di cui io non avevo mai sentito parlare. Disse che dovettero esiliare, perché perseguitati da esseri malvagi e prepotenti. Ero confusa, non capivo di chi e di cosa stesse parlando. Di tutto il discorso avevo capito solo, che:
“Santa puzzola … sto andando in un mondo magico?!!”
Gnognò mi guardò infastidito
«Chiudi quella bocca o ci salterà dentro una rana».
«Davveroo?» risposi incuriosita. Lui mi guardò sempre più perplesso ed esclamò:
«Ma Melissa, è un modo di dire!»
Chiusi la bocca imbarazzata, e lui continuò il suo complicato racconto. Così scoprii, che i miei genitori stavano fuggendo per portarmi in un posto più sicuro, quando l’Astronuvola che ci trasportava, precipitò. Io avevo un anno. Molti del mondo Magicogiga pensarono e pensano tuttora, che sia stato un attentato e ancora oggi, dopo la caduta dei regimi, non si è ancora risolto il caso. Tra i passeggeri di quel volo, c’erano elfi, gnomi e alcune fate, nessuno di loro si salvò, tranne tre bambini. Gnognò si avvicinò e sussurrò:
«Uno di quei pargoli sei tu».
 Aveva gli occhi lucidi, e si soffiava rumorosamente il nasone in un enorme fazzoletto rosso.
Dopo la catastrofe, gli Elfi, in accordo con il popolo delle Fate-Maghi e dei Nani, stanziarono un fondo di sostentamento e protezione a favore degli orfani. Il mio accompagnatore mi guardò  negli occhi.
«Tu fai parte di questo progetto. Agnese non è altro che una fata in borghese».
«Fata in borghese?! Ma se le cade tutto dalle mani!!» esclamai stupita.
«Ehi ragazzina, non essere irriverente, lei è una SIGNORA FATA solo che di là,» e indica con la testa un là, che non so dov’era, «si può usare la magia solo… in caso di pericolo mortale». Smise di spiluccare il cucchiaino del suo gelato e mi guardò torvo «hai capito bene ciò che ti sto dicendo?» Feci cenno di sì con la testa, e lui continuò «bene, perché non voglio più sentirti dire che Agnese è una pasticciona, è chiaro?».
Cavolo! Era davvero arrabbiato, scuoto di nuovo in segno affermativo la testa, e lui continuò:
«Per lei è stato un bene prendersi cura di te, dato che negli scontri contro i Re Tiranni è stata colpita da un incantesimo che gli impedisce di avere figli».
Ero disorientata, Agnese non era mia zia? La faccia di Gnognò, con quel suo nasone rosso mi guardava, e io, dopo la ramanzina, non ebbi il coraggio di chiedergli subito: “è mia zia oppure no?” E sbagliai, perché venimmo interrotti da un personaggio più piccolo del mio accompagnatore, che si avvicinò al nostro tavolo.
«Gnò! Gnognòòò!» aveva delle braghe verdi, da cui uscivano enormi piedi pelosi.
«Ciao Cantinello!» lo salutò il mio accompagnatore
«Che ci fai qui?» chiese il nuovo arrivato, Gnognò mi presentò
«Questa è Melissa, la figlia di Arturo Quercus e Melania, ho promesso al comitato che l’avrei portata a casa per le vacanze estive, sai lei» si avvicinò a questo tizio bisbigliando «studia all’estero».
“Studiavo all’estero! Ma che cavolo dice?!” Cantinello che aveva un sorriso cordiale, allungò la mano per stringere la mia, e la scosse vigorosamente.
«Oooh, che piacere, è un vero piacere conoscerti, i tuoi genitori venivano spesso a mangiare nella mia taverna. Se passi da Campo Verde, vieni a trovarmi».
Cantinello diede una pacca sulla spalla di Gnò, per fortuna che Gnognò era seduto, altrimenti, grande com’era, non gli sarebbe arrivato di certo alla spalla.
«Pensavo proprio di fermarmi da te, prima di proseguire il viaggio ho alcune cose da sbrigare da quelle parti» gli rispose il mio accompagnatore.
«Questa sì che è una bella notizia. Io mi devo fermare a comprare del legname, se volete venire con me, dopo andiamo a Campo Verde con il mio calesse».
«No, no, Melissa non ha mai viaggiato sulla nostra strada ferrata». Gnò fece l’occhiolino all’amico in segno di intesa, e lui rispose ridendo.
«A bene, bene! Ci vediamo allora alla taverna!».
La nuvola sussultò, il mio stomaco anche, una voce annunciò:
«Signori e Signore, attenzione, stiamo per avvicinarci al suolo!» Fuori il cielo si scurì «Siete cortesemente invitati a sedere ovunque voi siate!» badabang! … Un tuono pazzesco fece sobbalzare lo scafo «evitate di aggrappavi ai vicini!» badabang! … «fermata Mondo Bosco» badabang!
L’Astronuvola si fermò, tutti scendemmo, trasportati su un nastro mobile, dentro un tunnel trasparente.  Fuori dal tunnel altra gente era sotto la pioggia e si accalcava vicino alla scaletta bianca che si perdeva nella nuvola. Io, scombussolata da tutte le cose strane che stavano succedendo, sbottai:
«Certo, che non è mica tanto piacevole stare sotto la pioggia gelida!»
«Gelida?!» mi rispose Gnò meravigliato «perché hai avuto freddo quando sei salita sull’astronuvola?».
«Sull’Astronuvola?!»
Adesso che ci pensavo: “non credo proprio” e feci cenno di no, col capo.
«Aah, bene!» mi rispose lui «Altrimenti facevo aumentare la temperatura dell’acqua».
Pensai: “chissà come fanno a scaldare una nuvola, non capisco ma mi adeguo”.

In mezzo alla foschia vidi un prato circondato da boschi, Cantinello ci salutò uscendo dal nastro, prendendo un’altra direzione, noi proseguimmo.

giovedì 9 ottobre 2014

2) MELISSA E LA NUVOLA

AGNESE E TIMOTEO DETTO GNOGNO'

Scesi precipitosamente le scale urlando:«Zia, zia c’è un uomo in giardino!!»
«Ah bene è già arrivato?»
e io, «arrivato chi?»
«Timoteo detto Gnognò». Stupita e con la bocca spalancata la guardavo senza capire.
Agnese aprì la porta e fece entrare questo Gnognò, che boh!... Io non l’avevo mai visto. Lui bagnato fradicio, si fermò in mezzo al salotto, e una pozza si formò presto ai suoi piedi.
Mia zia lo abbracciò incurante dell’acqua, «Oooh… Timoteo, come sono contenta di vederti!…» accidenti!!! Era davvero commossa …. infatti tirava su col naso, « … quanti anni!»
La scena era comica, Agnese che è grande come un soldo di cacio, si doveva chinare per abbracciarlo.
Lui restò lì, fermo impalato, tormentando il suo cappellaccio tra le mani.
«Già già, anch’io sono contento». Spostava il peso del corpo da un piede all’altro imbarazzato. Poi guardandomi «Così è lei?»
Tutta contenta mia zia ribatté:
«Hai visto come è cresciuta, è alta quasi come me!».
Beh! Devo ammettere che per raggiungere lei, non mi ci vuole molto. Nella mia classe sono tra le più piccole.
«Quest’anno» continuò Agnese «ha avuto un buon giudizio a scuola …. si merita proprio una Super Vacanza». La zia ammiccò a quel piccoletto, dandole una spallata «Le spetta di diritto la sua prima esperienza e ….», ma non riuscì a proseguire perché Gnognò bloccò il suo fiume di parole.
Certo doveva conoscerla molto bene” pensai.
«Già, già, non le hai detto nulla?»
Agnese molto soddisfatta. «Niente, in tutti questi anni neanche una parola».
Timoteo sembrò pronto ad esplodere come una pentola a pressione e, rosso come un peperone, urlò: «Ma come Agnese» era davvero arrabbiato …. «non le  hai ancora detto nulla?»
La zia, che molto probabilmente non si aspettava quegli urlacci, ora tormentava il suo grembiule «Ma l’accordo era …»
Gnognò, batté i piedi nella pozza che si era formata nel pavimento, “ma che razza di scarponcini sono quelli” pensai, mentre lui sbraitava: «C’è già la nuvola delle 15 che sta salendo, e tu non le hai ancora detto nulla?!»
Ora, ero io che tiravo il grembiule alla zia.
«Detto? Detto cosa?» ma nessuno dei due mi ascoltò.
Agnese rispose piccata: «Ma voi non mi avete detto neanche il giorno!!».  
«Il giorno, che giorno?» ripetei io come un automa.
 La zia si strinse nelle spalle «Non c’è tempo, non c’è tempo» e tirò su col naso «devi andare con lui è già ora».
«E’ già ora per cosa?» chiesi frastornata, ma Agnese sembrava un automa, mi aggiustava la maglia, mi metteva a posto la coda di cavallo, poi mi baciava sulla guancia dicendomi:
«Su, su da brava va, va vedrai che ti divertirai» ma adesso piangeva copiosamente e si asciugava gli occhi nel grembiule.  Io continuavo a non capire, così puntellai i piedi mentre lei mi spingeva sulla porta.
«Sta tranquillaa»  mi diceva con voce tremula, “tranquilla un corno” pensai, mentre lei continuava «quandoo ci rivedremo, mi racconteeraii tuutoo». Io la guardai attonita, ho sempre detto che mia zia è un po’ stramba, ma mica lo pensavo veramente!!... Oggi devo ammettere che non è stramba, è proprio MATTA!!
“Non mi piacciono più le nuvole, voglio la nebbia”.
La pioggia era diventata più intensa, io mi sentivo già bagnata come un povero pulcino …. sentii la voce della zia sempre più piagnucolosa che mi assicurava: «Saràà unaa beellaa vaacanzaaa».
La nuvola avanzava, era vicina alla quercia. Gnognò mi afferrò per mano dicendo: «ACCIDENTI Agnese, non c’è tempo è già qui … non doveva essere così!!»
Io urlo: «Così come?» …. “ACCIDENTI?! lo dico io, ACCIDENTI”, ma da brava bambina, caso strano molto strano, dico solo: «Ma piove, mi sto bagnando, ma … ma»…. Giuro che non era da me starmene così zitta, ma ero veramente confusa …. Ma che stava succedendo?… La nuvola si trasformò rapidamente in una scala simile a panna montata …. Gnognò mi tirò …. mi ripresi e cominciai ad urlare: «Giuro …. Giuro …. che se questa è una punizione, è di pessimo gusto io … io …» inebetita guardai la zia, che con una mano si asciugava gli occhi nel grembiule e con l’altra mi salutava, mentre io sbraitavo: «telefono al telefono azzurro … ecco!». Ma mi sembrò che nessuno dei due fosse impressionato  da ciò che dicevo.
Piano piano una fitta nebbia ci avvolse … era tutto bianco … non vedevo più Gnognò … percepivo solo la sua mano stretta nella mia.
Stranamente non avevo paura …. sinceramente ero più curiosa di capire dove ero …. così la mia mente lavorava febbrilmente.
“La zia non mi ha detto di stare tranquilla?! ... Sì, però piangeva?! ... Va beh, lei piangeva anche quando ho vinto per le pernacchie più buffe, alla festa di carnevale!!”
Una sensazione strana s’impossessava di me, del mio stomaco e mi sentii leggera, eterea come un palloncino.
“Che io sia ubriaca? Ma io non bevo, sono una bambina!!” .... Mi stavo muovendo in circolo, ma i miei piedi erano fermi. Un vento caldo turbinava attorno a noi …. mi scompigliava la frangia e la coda che la zia mi aveva diligentemente aggiustato … mi asciugava … e piano piano, la nebbia si diradò …. Ero in una stanza tonda e bianca con due porte.

venerdì 3 ottobre 2014

1) MELISSA E LA NUVOLA

E' ora che tolga dal cassetto "Melissa e la nuvola" storia per bambini nata in una giornata estiva uggiosa. Ogni venerdì, capitolo x per capitolo, il racconto uscirà dal buio contenitore dove è stato rinchiuso.
Un grazie particolare a Gloria che ha avuto la voglia e la pazienza di leggerlo e correggerlo.


MELISSA E LA NUVOLA

di

Fabbri Anna Maria


Personaggi principali

Melissa: bambina che non sa chi è e forse non lo saprà mai.
Agnese: zia pasticciona affezionata a Melissa.
Melina: scopritelo da soli.
Timoteo Gnognò: accompagnatore di Melissa non molto alto.
Chicco: amico con il quale si litiga molto bene.
Habbet: popolo piccolo e ospitale.
Poppy: persona spesso vestita di rosso.
Nino: nipote di Timoteo, un po’ strafottente ma con i suoi buoni motivi per esserlo.
Isotta: gatta che ama le fate.
Aron Artor: personaggio a cui piace gareggiare.
Ehloro: il Supremo.
Ferruccio: guardia forestale molto anomala.
Mora: moglie della guardia forestale.
Allo: figlio scapestrato di Ferruccio.
Centaura: sorella di Allo, maldestrina anche lei.
Gigaro: fratello minore di Allo e Centaura.
Vision detto Vito: ragazzo che abita a Chicago.
Fata Rosa: la regina delle fate e dei maghi.
Roliopet: creature con cui è meglio non aver nulla a che fare.
Disturbino dei Disturbini: essere viscido e ingannevole.
Potentilla Vaniatosa: ragazza vanitosa.

Personaggi secondari

Arturo Quercus: padre di Melissa
Melania Malus Sylvestris: madre di Melissa
Carolina: mezzo di trasporto di Agnese e Melissa.
Carlo Rossi: compagno di classe di Melissa.
Valentina: un’amica di Melissa menzionata.
Cantinello: possiede una taverna, una sorella e un nipote scocciatore, “Chicco”.
Spiga: Vicino importunato da un pallone.
Express: Pony express, che non è quello che voi pensate.
Dolcetta: madre di Chicco, spesso esasperata dal figlio e relativi amici.
Misotys: bambina rapita.
Nunzia: insegnante di Melissa.
Freccia: cavalla pepata.
Un servo fannullone: addetto alla cucina della reggia del Supremo.
Festuca: l’ombra di Melissa.
Nanà e Ninì: amiche non molto alte.
Zar Ngherapazzo: capo dei roliopet.
Re Crudelio, Re Malalingua e Re Caino: ex Re tiranni.
Amalia: mamma di Vision.

 

LA NOIA E IL TEMPORALE


Un grosso tuono rimbombò, bada bang! Sobbalzai.
La pioggia cadeva, era tutto il giorno che cadeva, con i gomiti sul davanzale guardai il prato giù, giù, fino al ruscello … l’enorme quercia del giardino … quanti anni avrà la nostra quercia? Sentii un flebile cinguettio, e improvvisamente mi resi conto del silenzio, troppo silenzio, solo la pioggia cadeva … Sentivo il ruscello scorrere impetuosamente. Dove erano finiti tutti gli animali del bosco?
Gli ungulati dove sono? Non sapete cosa sono? Ma sì, sono i cerbiatti. Ferruccio la guardia forestale è solito chiamarli così!  … Boh, non c’è anima viva in giro, già bella forza! Qui non c’è mai anima viva, pensai.
Abito in una vecchia casa di sasso, in montagna, che poi non è una gran montagna, è a Pavullo nel Frignano. La maestra ci ha detto che ci sono montagne più alte, ma molto più alte, e che la nostra  è a 700 metri sul livello del mare.
Chissà come fanno a misurare sto livello?
La mia casa, anzi la nostra, cioè di zia Agnese e mia, è sperduta in mezzo ai boschi. Per raggiungere la strada asfaltata ci vogliono 10 minuti di macchina o un’ora di ripida salita a piedi. Io e zia Agnese abbiamo chi ci porta su, arrancando e sbuffando, al posto nostro. Non è altro che Carolina, una vecchia cinquecento che non vede l’ora di essere messa a riposo.
La pioggia ticchettava sui vetri …  
Stracci di nuvole … o nebbia?? Preferisco le nuvole … vi pare? Uauu …  sarebbe superfavoloso se una nuvola avvolgesse la nostra casa, mia e di zia Agnese intendo …
La mia fantasia volava già … Immaginavo che  una nuvola bianca e soffice, come panna montata, si avvicinasse alla casa e, avvolgendola, la sollevasse delicatamente. La casa senza peso, la casa col suo tetto, i suoi muri, e noi due dentro, al riparo, che guardiamo fuori dalle finestre.
Bello viaggiare così, senza dover preparare valigie, con zia Agnese che urla dal piano di sotto:
«Prendi lo spazzolino da denti!», o ancor peggio, «Prendi il libro degli esercizi grammaticali!». Sai che divertimento!
Però, Santa puzzola!!!  Finalmente volerei lontano, come il mio compagno di scuola Carlo Rossi, che fa viaggi megagalattici coi suoi genitori.
Io non li ho più … i mie genitori, intendo.
Ops!! Non mi sono ancora presentata, mi chiamo Melissa Quercia, ho nove anni e ho appena finito la quarta elementare. Avrete già capito che ora vivo con mia zia Agnese. Sono con lei dall’età di un anno, capirete che ero troppo piccola per potermi ricordare dei miei genitori.
-Allora?! - Direte voi.
Beh! Non vi sembra normale che io assilli mia zia perché mi racconti di loro?? Non vi sembra normale, che io me li immagini speciali?? Che so … ad esempio con dei superpoteri … beh! Non molti … giusto quelli che possono servire per trasformare Carlo Rossi in un rospo. Poi, me li immagino buoni, ma sì, di quelli che se non hai voglia di andare a scuola ti tengono a casa. Che poi, devo ammettere che io a scuola ci vado volentieri. M’incavolo solo quando la maestra Nunzia dà temi, dai titoli impossibili -Descrivi la tua famiglia- o come per la festa del papà che chiese, tanto per cambiare -Racconta cosa fai con tuo padre- poi angelicamente aggiunse -o con chi vivi- e io giù a descrivere Agnese … ora tutta la classe sa che io ho una zia un po’ svitata. Io mi arrabbio quando gli altri ridono di lei, però, devo ammettere, che un po’ sbadatella e stramba lo è.
Comunque, torniamo al nostro racconto di quella strana giornata piovosa, quando un lampo mi accecò.
Un tuono spaventoso mi fece sobbalzare, accidenti, c’era qualcosa dietro la quercia … ma che diavolo era … era un omino piccino, proprio così, un ometto con una lunga barba e con un buffo cappello, che mi guardava e mi faceva cenno con la mano.