giovedì 27 novembre 2014

9 MELISSA E LA NUVOLA


I POTERI

Tutto il villaggio Fiorito si organizzò per le ricerche, si fecero delle squadre. Io insieme agli abitanti di Campo Verde e un gruppo di nani, dovevamo battere tutto il bosco che avevamo attraversato nel venire alla festa, ma io avevo la pipì. Capivo perfettamente che quello era un bosco incantato, e che bisognava averne rispetto, ma a me scappava. Tutti erano molto presi dalla ricerca, anche Chicco e Nino che speravano in un altro regalo fatato, nel caso avessero trovato Mysotis.
La bambina era una delle figlie di fata Nontiscordardime e di mago Primavera. Mi spiegarono che a volte alle piccole fate può succedere che scappino degli incantesimi senza controllo, proprio perché sono piccole, così, come a tutti i neonati scappano le puzzette, a loro scappano anche quelli, gli incantesimi, come fossero scoregge o pipì. Non vi dico lo stimolo della mia pipì, quando me lo raccontarono… strinsi le gambe.  Comunque, a detta di tutti, l’episodio era strano. Difficile che un incantesimo di una piccola, partito per sbaglio, potesse mandarla così lontano da casa. Si sussurrava  che fosse un rapimento.
Rapimento o no, a me scappava, non c’era niente da fare, dovevo assolutamente fare la pipì… ma dove? Sembravo molto intenta a cercare nei luoghi più insoliti, con Isotta  alle calcagna, ma in realtà cercavo un angolino tranquillo dove fare i miei bisogni. Finalmente trovai un posto appartato. Un fitto cespuglio, cresciuto attorno ad un grande albero, sembrava proprio facesse il caso mio. Mi chinai, e gattonando, seguita da una fiera Isotta con la coda alzata, entrai per rialzarmi in un piccolo spazio, sembrava una piccola caverna verde, con alle mie spalle l’albero. Oooh! Finalmente, avrei potuto fare la pipì in santa pace e… con sollievo svuotai la vescica indisturbata, quando sentii un balbettio. Cavolo! Dietro di me, adagiata dentro un incavo dell’albero, c’era una neonata. La gattina stava annusando la piccina, che allungò una mano verso Isotta tirandole il pelo, l’animale ovviamente miagolò. Non so il perché, ma  la bimba si mise a ridere. Poi cominciò a succhiarsi il pollice, incurante di Isotta, che continuava a leccarsi il pelo strappato.
“Beh! Direi che questa neonata, è già sulla buona strada, per diventare una piccola peste”.
Comunque era davvero graziosa, aveva una tutina e una cuffietta azzurra.
Che ci faceva lì? Ma soprattutto, l’avevano davvero rapita?
Mi ricomposi, e presi in braccio quel fagottino azzurro, chinandomi, uscii allo scoperto. Non sapevo ancora cosa fare, quando sentii una voce conosciuta urlare:
«Mitico!! L’hai trovata… è qui correte, Melissa ha trovato Mysotis!».
Chicco aveva un bel sorriso stampato sulla faccia, mentre Nino, aveva una espressione imperturbabile, oserei dire insolente, del tipo: Figuriamoci, se non la trovava lei!
La mamma della piccola non finiva più di sbaciucchiarsela e sbaciucchiare anche me, ridendo e piangendo, mentre Mysotis emetteva gridolini soddisfatti.
Tutti si congratulavano con me, mi ritenevano un’eroina con poteri speciali. Ma io l’avevo trovata per caso, non la stavo nemmeno cercando. Ma chi glielo diceva a tutta quella gente lì, che l’avevo ritrovata per caso? E che era solo un colpo di fortuna? Io no di certo.
Venne deciso che il giorno dopo ci sarebbe stato un banchetto in mio onore. la Regina delle Fate-Maghi, fata Rosa in persona, mi avrebbe eletto membro onorario del loro regno. Sbagliavo?... Io non avevo certo  poteri magici,  il ritrovamento era stato un puro caso, però... “Avevo ritrovato la bambina? Sì, certo che l’avevo trovata!”. E allora?..Di che cosa mi preoccupavo? Non potevo certo raccontare che avevo fatto la pipì nel loro bosco… Se loro dicevano che ero un’eroina, e che sarei diventata un loro membro, forse era più conveniente lasciargli credere che avevo poteri, “o no!” Mi sembrava che il ragionamento presentasse delle pecche, la zia, cosa mi avrebbe detto in questo caso … A proposito, dov’era lei in quel momento? Mi aveva detto che si univa alle ricerche, ma ora, che erano terminate, dov’era? Già dov’era lei ora che avevo bisogno di un consiglio,  cosa mi avrebbe detto di fare? Me la immaginavo a casa intenta a fare le tigelle, specialità delle mie montagne, con la farina sparsa ovunque, persino fra i capelli, tipico di Agnese, che mi rispondeva:
«Ah brava, lo sapevo che sei la migliore, però ora aiutami a pulire». Più intenta al pasticcio che stava combinando, che a quello che le dicevo.
“Forse!? …” pensavo grattandomi la testa “O mi avrebbe detto di dire la verità sul ritrovamento? Temo proprio di sì, ma è più facile a dirsi, che a  farsi”.
Quella mattina, dopo un sonno agitato a casa di fata Nontiscordardime, che ci aveva voluto ospitare, ero arrivata alla conclusione che era più semplice non dire nulla. “Cavolo! Beh insomma avevo o no ritrovato io sta bambina? Sì. Allora era giusto godersi la fama!”.
Venni condotta al cospetto della Regina delle Fate, che abitava in un castello circondato, guarda caso, da roseti di ogni specie e colore. Fata Regina Rosa ci attendeva nella sala del trono, attorniata dai suoi sudditi. La fata,  vestita da una nuvola di veli bianchi trattenuti da piccole roselline, nel vedermi si alzò. Sorridendomi mi prese per mano, io arrossi, e la seguii in quell’ambiente affollato e fatato; dalle grandi vetrate della sala si intravvedeva un sontuoso giardino con fontane e sentieri. Mi condusse in un salone con tavole sontuosamente imbandite, un profumo delicato di rose colpì il mio naso, inutile dirvi che le ghirlande che guarnivano le tovaglie cremisi, erano di roselline. La gente ci seguiva a debita distanza, quando la Regina si fermò nel tavolo in fondo alla sala,  e si rivolse verso loro, essi si inchinarono, lei mi indicò di accomodarmi al suo fianco. Un servo si affrettò a spostarci le pesanti seggiole. Appena ci fummo sedute il silenzio venne interrotto dai commensali che si mettevano a sedere. Fata Rosa batté graziosamente le mani e delle fatine che volavano come libellule entrarono sorreggendo i piatti di portata, il pranzo cominciò. Al pranzo partecipavano le alte cariche del mondo delle fate-maghi e i rappresentanti dei nani e degli elfi, mancava mia zia, tutti sembravano sinceramente soddisfatti di me, erano quasi inorgogliti che fossi stata io a trovare Mysotis. Credevano,  che possedessi dei poteri speciali, mi chiamavano la bambina che veniva dal Dilamondo. Beh! devo ammettere che stavano esagerando… Così, a fatica, trovai il coraggio di salire sulla sedia con un bicchiere e un cucchiaino in mano e per attirare l’attenzione cominciai a picchiare forsennatamente il povero cucchiaino sul mal capitato bicchiere. Tutti si azzittirono meravigliati e mi guardarono. Fata Rosa sembrava compiaciuta, forse si aspettava un bel discorso, invece arrossendo fino alle orecchie, ammisi balbettando di aver trovato la piccola per caso. Ovviamente saltai il pezzo della pipì. Ma, Santa puzzola!... Più insistevo, più loro credevano che lo dicessi per modestia, le più fanatiche erano le Fate. Non sapevo più cosa dire o fare.
“Queste sono matte”, pensai. Avevo l’impressione che fossero incuriosite, quasi contente, che Isotta mi avesse scelto come sua padrona.
Forse perché amavano i gatti? Saranno state fate, ma anche loro mi sembravano un po’ strane come Agnese; se le si toglieva la bacchetta magica, mi sa che erano pasticcione come mia zia.
Tornammo a Campo Verde, come eravamo venuti, seguendo fata Poppy, ma sul nostro carretto eravamo aumentati. Con noi c’era il nipote di Timoteo, che continuava ad ignorarmi, ed Isotta che dormiva acciambellata sulle mie ginocchia.

mercoledì 26 novembre 2014

CHE INSOPPORTABILE FASTIDIO




Che insopportabile fastidio!!!
Proprio ora deve suonare? “Mannaggia!” A metà tra la carrozzina e il water, io e la mamma ci fermiamo “Sono pesante?” chiede mia madre. Mi scappa da ridere, mia madre è uno scricciolo e per definirla pesante ci vuole una bella fantasia. “Ma no, ma no suona il telefono.” “Cosa?” “Mamma siediti che suona il telefono.” Corro e rispondo affannata ma una voce con un accento straniero annuncia “Sono Pinco Palla della società ….. le nostre tariffe super agevolate ….” Nooo!! Pubblicità!! Ma non se ne può più, che insopportabile fastidio!! Ma cosa mi aspettavo? Una conversazione interessante? O forse divertente? Bé non è ne l’una e ne l’altra, comunque non certo questa, non il solito fastidioso spot pubblicitario. E se la prossima volta intavolassi una conversazione?! Del tipo “Ciao che sorpresa sentirti, cosa mi racconti di bello?” No no, dopo quello mi racconta la sua pappardella imparata a memoria, no no forse è meglio “Ciao che sorpresa sentirti! Come stai? Come stai? E tua suocera? Come và con tua suocera?” La suocera tira o la odi o la ami. Chissà se chiude la conversazione o mi risponde? Torno in bagno …. Drin …. Drin …. Ma nooo!! Che insopportabile fastidio!! Non rispondo. Ma il telefono continua fastidiosamente a squillare …. E se è qualcuno della famiglia che ha bisogno? …. Non sarà che preferisco le pubblicità alla puzza mattutina del pannolone della mamma?!

lunedì 24 novembre 2014

Bah!!!


 Eternit


La conversazione in casa langue .... Bisnonna Uffa (mia madre): "Piove?"
"No c'è il sole." Dopo un po'
"Piove?" Ma!!!... Prendiamoci un caffè.
Riflessioni filosofiche assaporando un caffè.
Fermo restando l'assioma "La giustizia è uguale per tutti" sono sbagliati i cavilli ad essa aggiunti. Chi ha commesso volontariamente omicidio o danni gravi all'ambiate causando la morte di persone ignare, è colpevole, Non può decadere una colpa nonostante il troppo tempo trascorso, non si può cancellare ciò che è accaduto realmente, ma soprattutto meraviglia che le spese processuali spettino alle vittime, perché è assodato che loro sono vittime. Non sono loro in colpa, e non è colpa loro se la giustizia è stata lenta. C'è qualcosa di stonato e sbagliato che non permette alla giustizia di rispettare il suo assioma principale "La legge è uguale per tutti".

venerdì 21 novembre 2014

8 MELISSA E LA NUVOLA

ISOTTA

In fila attendevamo di entrare nell’Arena per assistere al famoso ballo delle fate alla luna piena, quando una gattina, dal lungo pelo bianco e grigio, cominciò a strofinarsi ai miei piedi facendo le fusa. Gnognò e Cantinello esclamarono in coro:
«Che sia un segno?»
“Un segno di che?” pensai.
La gattina mi distraeva con le sue fusa e non chiesi spiegazioni. La nuvola di pelo mi seguì dentro l’Arena. Aveva gli occhi azzurri, ed io ero già affezionata a quella cosa morbida. Io e la mia nuova e piccola amica ci sedemmo, ignorando Chicco e Nino, che erano al mio lato destro. Un maghetto di circa dieci anni, con una tunica azzurra e argento, veramente niente male, seduto alla mia sinistra, mi chiese come si chiamava, io impulsivamente dissi: «Isotta».
Le avevo già trovato un nome. Me ne meravigliai, perché non ci avevo ancora pensato. La gattina mi guardò soddisfatta e aumentò le fusa. Ogni tanto Chicco sbirciava verso il mio grembo, dove era appallottolata Isotta, ma subito Nino lo distraeva.  
Una fata, volando fra la gente, ci consegnò una piccola candela, che era da accendere quando le luci si sarebbero spente.
Cominciò lo spettacolo, e nel buio l’arena fu illuminata da centinaia di fiammelle tremolanti, che resero l’atmosfera ancora più magica.
Le fate sul palco danzavano leggiadre alla luce della luna, la musica era dolce e soave, le loro bacchette ogni tanto si toccavano esplodendo in una miriade di stelline colorate.
Tra loro intravvidi Poppy … Sembrava una splendida nuvola rossa e oro.
Lo spettacolo si faceva più incalzante. Le fate si muovevano velocemente al ritmo di una musica melodiosa, e le loro bacchette illuminavano sempre più spesso il cielo.
Nel seguire con lo sguardo vidi una scia di stelline che cadevano sul pubblico, e, seduta una decina di file  più avanti, una donnina con una capigliatura riccia e corta, molto simile al biondo platino di Agnese.
Era lei? ... E se era lei, perché non era con noi?
L’incalzare dello spettacolo mi riportò alla realtà. Sul palco le fate con i loro vestiti di tulle, suddivise per colore, formavano suggestivi girotondi. Danzavano attorno ad una fatina con la veste  che le ricadeva in morbide pieghe color cremisi, ai fianchi portava una cintura di filigrana dorata intrecciata a roselline rosa e cremisi, e sul capo una ghirlanda di roselline dello stesso colore.
Piroettando sempre più vorticosamente, le ballerine si alzarono dal suolo. Le fate stavano volando vorticosamente come un mulinello nell’acqua, quando le loro bacchette si alzarono all’unisono, facendo scaturire fuochi d’artificio che illuminarono il cielo.
Una miriade di stelline colorate cadde su di noi, piccole gemme colorate si posarono sui nostri vestiti e sui nostri capelli.
La mamma di Chicco mi diede un sacchetto per raccogliere le gemme preziose, raccomandandosi di raccattarle tutte perché era il regalo delle fate.
In un attimo di distrazione di Nino, Chicco riuscì a dirmi uno dei suoi –Miticoo eee!!!-
«Gemme preziose?» esclamai di rimando «Ma queste fate, o sono matte, o sono esageratamente ricche. Trasformeranno questa festa in una rissa per accaparrarsi le gemme!!»
«Non succederà», rispose lui tutto giulivo mentre raccoglieva le pietre, «sono magiche. Se uno tenta di prenderne una non sua, questa si trasforma in mosca».
Qualche gradinata più sotto un nugolo di mosche si levò con un coro generale di disapprovazione, a riprova di ciò che mi era appena stato detto.
Uscimmo dall’Arena, ognuno con il proprio sacchetto. C’era chi lo portava appeso al collo, chi lo aveva legato alla cintura, come me.
Io tenevo fra le braccia Isotta, temevo che nella confusione la pestassero.
Le Fatevigilanti e i Polimaghi facevano scorrere un tranquillo corteo umano, indirizzandolo dentro a un parco.
Al suono di trombe venne annunciato l’arrivo della Regina delle Fate e dei Maghi, Fata Rosa. La fatina dal vestito cremisi, che era al centro del ballo, avanzò tra due ali di folla, e annunciò:
«Il pranzo è servito!».
Alzò elegantemente la sua bacchetta e, con un colpetto deciso, fece apparire gazebo e tavole imbandite con piatti fumanti. Profumi deliziosi si espansero nell’aria.
L’atmosfera era allegra e serena. Io, sempre più incuriosita chiesi a Timoteo:
«Ma come mai non si paga nulla?»
Lui mi spiegò che le fate avevano un animo puro, non contaminato dai beni materiali. Lo interruppi subito.
«Da che??»
Lui ridendo continuò.
«Ma dai soldi, qui è tutto gratis!».
Prendendomi sotto braccio mi condusse vicino ad una tavola con pile di piatti puliti, ne prese due. Poi, dopo averli riempiti li guardò soddisfatto, annusando il profumo. Finalmente lui, guardandomi dritto negli occhi, dal basso della sua statura, continuò indulgente:
«Vedi, le fate con il loro animo gentile e puro, rivolto alla salvaguardia della vegetazione del mondo, hanno mantenuto immutato il potere magico, avuto nella notte dei tempi … Anche noi Nani abbiamo dei poteri, ma col trascorrere delle ere, a causa della nostra cupidigia …» ma lo  fermai di nuovo:
«La cheee? La cupicooosa???» lui si grattò il nasone e continuò.
«Già, già, la cupidigia è il piacere di possedere delle cose solo per sé». Ora non si grattava  come di consueto il suo enorme nasone, ma direi che se lo stava torturando, era proprio imbarazzato. «Beh, comunque per questo noi siamo stati puniti, il nostro potere si è modificato, ed è meno forte».
La mia mente lavorava come un computer e non potei far a meno di esclamare:
«Ma allora le fate sono le più forti del Diquamondo!»
 Timoteo dubbioso: «No, forse ci sono gli elfi, che non sono da meno, e comunque i due popoli si contendono un po’ il primato. Sono da sempre in competizione». Facendo una buffa faccia continuò «è il solito discorso, alcuni si sentono superiori ad altri» scuotendo il capo «ma chi ragiona così non si rende conto, che nessuno al mondo può essere perfetto».
Un rumore di piatti rotti attirò la mia attenzione. Isotta, che mi seguiva ovunque, si acquattò ai miei piedi tirando indietro le orecchie spaventata dal frastuono. Una fatina aveva rovesciato una pila di piatti, e, brandendo la sua bacchetta, rimediò al pasticcio.
“Santa puzzola!!”
Era Agnese.
Subito Nino e Chicco, che in quel momento stavano strariempiendo i loro piatti, sghignazzarono scuotendo il capo. furibonda intervenni:
«Beh, che c’è? Non avete mai rotto nulla voi?» Ero davvero stanca di vedere e sentire gente che derideva la persona che avevo sempre ritenuto essere mia zia. Ci sono affezionata, e solo io posso ammettere che è un po’ distratta.
Le corsi incontro chiamandola,  lei mollò il piatto che aveva in mano, incurante del disastro che sarebbe successo. Chiusi gli occhi aspettando il frastuono, ma non avvertii alcun rumore. Li riaprii. Vidi Agnese con le braccia spalancate, che mi stava attendendo, mentre il piatto fluttuava nell’aria.
Cavolo!! Nel nostro mondo mia zia, o chi cavolo era, non aveva mai fatto una cosa simile. Mi buttai fra le sue braccia felice. Col viso schiacciato sulla sua spalla, sentii la sua voce incrinata che mi diceva: «Mi sei maaancaata!».
Incurante della sua commozione, la investii con un fiume di domande, anche se la mia voce era attutita dalla spalla di Agnese. Volevo sapere che ci faceva lì, perché non viaggiavamo insieme, ma soprattutto, se la mia mamma era una fata, perché non lo ero anch’io??
Lei con non curanza, mise via la bacchetta e riprese elegantemente il piatto, asciugandosi le lacrime, poi cominciò a spiluccare le sue leccornie rispondendomi tranquilla:
«Ehi, ehi piccola peste» come se non ci fossimo mai separate «quante domande. Comunque è vero, ci sono tante cose che non ti ho detto, ma vedi è che non potevo. Da dove comincio?» Assunse un’aria pensosa, toccandosi con l’indice le labbra.
«E’ che non a tutte so darti una risposta».
Imbronciata misi le braccia conserte. Lei capitolò.
«Ok d’accordo, ci provo. Cosa ti hanno raccontato?»
Era ora ….  Ma malauguratamente Isotta si strofinò nelle gambe della zia. Ora dovete sapere che la zia è di facile distrazione, così,  gioì esageratamente.
«Ma Melissa! ... Dove hai trovato questo gattino?»
Santa puzzola!
«Uffa! Che c’entra il gatto ora. Mi hanno raccontato che non sei mia zia, ma una fata in borghese».
«Oooh! Non è esatto» bisbigliò avvicinandosi, come se mi volesse rivelare un segreto.
“Ok”, pensai, “finalmente ci siamo”.
«Io sono tua zia, ma come parente non avrei potuto essere la tua fata in borghese … Maa, vedi», abbasso ulteriormente la voce tanto che dovetti avvicinare l’orecchio alla sua bocca. «Io non sopportavo l’idea di lasciarti ad un’anonima maga, così ho fatto il diavolo a quattro …» e mi fece l’occhiolino, «finché il Consiglio, mi ha dato il permesso di seguirti …» Ammiccando, come era suo solito, continuò. «Li ho fatti impazzire, non ne potevano più di me. Così hanno capitolato, ma mi hanno imposto di cambiare identità e di accettare che nella zona ci fosse un’ altro agente in borghese. Tu conosci Ferruccio?» aspettò un mio cenno di assenso «Beh! E’ lui. Qual’era l’altra domanda? …» Si riportò il dito indice sulle labbra pensierosa. «Ah sì, perché non viaggiamo insieme … Ma semplicemente perché non è prudente». Sembrava aver finito le spiegazioni.
«Ma perché, non capisco, e poi per andare dove? In che Cavolo di posto devo andare ora e perché? Ma da chi mi dovete proteggere? Ma davvero mia madre era una Fata? E mio padre,  Arturo Quercus? Era un mago anche lui?»
«Ma dai sbanderno» non vi ho ancora detto che lei mi chiama  sbanderno? Bene adesso lo sapete, e continuò «Sta tranquilla». “Tranquilla, tranquilla un corno di unicorno, come dicono qui. Io voglio sapere”.
Isotta seduta sul prato, ci guardava curiosa, la zia, proseguì  sempre ammiccando.
«Ti dico che va tutto bene, ci riuniremo nel Regno degli Elfi, là saremo al sicuro e tutte le tue domande, avranno una risposta».
Stavo per replicare, “ma zia come ti chiami, visto che hai dovuto cambiare nome”, quando, una fata arrivò di corsa urlando trafelata:
«Mysotis, aiutatemi, vi prego Misotis non c’è più Misotis!»
La fatina era tutta scapigliata e piangeva disperata, tutti si azzittirono. Un mago in divisa le si avvicinò.
«Che significa non c’è più Mysotis?» La fata le si buttò fra le braccia e tra le lacrime, bofonchiò:
«Era nel suo lettino e adesso è vuoto!».
Era sparita dalla sua culla fata Mysotis? L’annuncio, creò non poca confusione. Il mago in divisa sembrava pietrificato.
«Ma cara, hai controllato in casa?»
«Sii, sii, niente non c’è più».
«Ma andiamo cara, le sarà scappata una puzzetta».
«No,no, ti dico che non c’è più, ho controllato anche in giardino».
Si alzò un mormorio tra la folla.
«Zia cosa centrano le puzzette con lo sparire?»
Ma Agnese stava già confabulando con un gruppo di fate in divisa. Mi guardò distratta.
«Ah sì, sì, poi ti spiego, ora però devo andare, il dovere mi chiama». Così, parlando a raffica, senza lasciarmi il tempo di intervenire, mi comunicò che doveva unirsi alle ricerche, allontanandosi velocemente. Perdindirindina! Io restai lì, come un salame, con mille domande non risolte che mi frullavano in testa. Isotta mi leccava.
«Perdindirindina! Isotta, non sono un salame!»

Sembrò capirmi, perché smise di leccarmi e cominciò a fare le fusa strofinandosi alle mie gambe.

venerdì 14 novembre 2014

7) MELISSA E LA NUVOLA

GITA A VILLAGGIO FIORITO

Timoteo aveva finito gli acquisti, ed era pronto per portarmi nel regno degli elfi, dove ero attesa. Cantinello, Dolcetta, Spiga con Chicco in testa al gruppo, tentavano di convincere Gnognò, che, come avrete già capito tutti chiamavano scherzosamente Gnò, ad andare al Villaggio Fiorito. Inutile dirlo, io ero pienamente d’accordo con la maggioranza.
In paese si organizzava la gita annuale per -Fatilandia- la Fiera delle Fate. Era un avvenimento che richiamava una moltitudine di gente da tutto il mondo magico.
Secondo voi, dove si teneva questa festa?
Ma certo, a Villaggio Fiorito!!
Vi pare che io non volessi partecipare a un evento così importante? ...
E poi, quando mai mi sarebbe capitato di vedere una festa in un  villaggio di fate e maghi!!
«Dai Timoteo, ti prego portami alla fiera …» lo tiravo per la giacchetta e lui era infastidito. Chicco rincarò:
«Faremo i bravi, lo giuro!!» e solennemente si mise una mano sul cuore. Tutti davano ragione a noi bambini.
«Ma su Gnò» aggiunse Spiga «pensa a come ci rimarrebbe male Poppy, se non partecipaste anche voi alla gita».
Alla fine Gnò capitolò. Chicco ed io, esplodemmo in urla di gioia.
La prima domenica di luna piena i calessi erano nella piazza di Campo Verde, pronti per partire. Noi eravamo sul carretto di Cantinello, trainato da un cavallino marrone, con curiose zampe dal pelo lungo. Lì vicino c’era il mezzo di Spiga, ed Express era intento a corteggiare una bellissima cavalla che lo guardava altezzosa. L’animale, con il manto nero, aveva i finimenti rossi e faceva bella mostra di sé. Era attaccata ad un leggero ed elegante calesse che aveva disegni scarlatti su sfondo dorato. Era il mezzo di Poppy.
La Fata aveva i biondi capelli intrecciati con fili d’oro e rubini che mandavano bagliori colpiti dai raggi del sole. Il vestito bordeaux, con ricami giallo grano, aveva maniche lunghe e larghe che finivano a punta. In vita aveva una cintura dorata, da cui pendeva un curioso sacchetto lungo e stretto, che ricadeva sul fianco della Fata.
Papaver salì sul calesse, poi, con un grazioso cenno della mano, ci invitò a seguirla.
Si creò una gran confusione.
Poi dicono di noi bambini quando facciamo a gara per prendere il posto migliore!!
Cantinello, gareggiando con Spiga, riuscì ad ottenere il secondo posto nella fila, proprio dietro a Poppy, mentre Express dietro a noi sbuffava. Sembrava più seccato del suo padrone, per non essere riuscito a conquistare la posizione. Finalmente, dopo un gran parapiglia,  si formò la carovana che cominciò a snodarsi e ad uscire dal paese.
Attraversammo al piccolo trotto la valle degli Habbet. Era un susseguirsi di vigne, campi di grano, orzo, patate, meloni … Nella comitiva c’era un’allegra e chiassosa caciara, chi intonava canti, chi scherzava, chi chiamava un amico. Express tentava di superarci nitrendo, con il palese intento di attirare l’attenzione della sdegnosa puledra che si chiamava Freccia. Il nostro cavallino non era da meno, e non intendeva mollare il posto privilegiato.
Arrivati al fiume, le voci si abbassarono, qualcuno sussurrò:
«Ci siamo».
Altri: «Sss», per far tacere gli ultimi chiacchieroni. Chicco m’indicò la Fata. Lei stava sfoderando, dal sacchetto appeso alla cintura, con un gesto solenne ed elegante, un’asticella dorata, che luccicò al sole. Poppy si girò e agitò nell’aria la bacchetta, sussurrando una poesia che si propagò nell’aria.
«Su su… or dunque, lavora e solleva, solleva e lavora, or dunque il tuo lavoro accingiti a fare. Solleva e lavora, la carovana fa volare e il fiume falle passare».
Leggere come piume, le carrozze si alzavano dal suolo e si posavano sull’altra sponda.
Avevo, tanto per cambiare, la bocca spalancata … per fortuna nessuno se ne accorse, perché il resto della compagnia era come me incantata.
Il paesaggio cambiò. Ora c’erano campi di alti girasoli, di profumata lavanda, di tulipani che oscillavano al vento, la strada saliva dolcemente. Entrammo in un bosco con sentieri curati. I leprotti saltellavano in mezzo a mughetti, ciclamini e anemoni, mentre gli scoiattoli ci seguivano saltellando da un albero all’altro.
Ora nessuno di noi urlava e schiamazzava. Tutti parlavano sotto voce, in segno di rispetto verso un luogo incantato.
Uscimmo dal bosco, e  il sentiero continuò a salire attorno ad una collina, con prati carichi di campanule, genziane ed erica.
Poppy, girandosi verso noi, si alzò, e, tenendo strette le briglie del cavallo con una mano, disegnò con l’altra grandi cerchi nell’aria… La comitiva fu avvolta da una nube dorata che sollevò la carovana, per adagiarla in un prato ordinatamente parcheggiata.
Scendemmo tutti. C’era chi si sgranchiva le gambe, chi dava pacche sulle spalle dell’amico. L’atmosfera tornò chiassosa, così raggiungemmo a piedi il paese. Altri gruppi di visitatori, con nugoli di bambini schiamazzanti, si univano a noi. Gnognò preoccupato di perderci in mezzo a quella moltitudine, si raccomandò di stargli vicino.
«Smettetela di camminare con la testa fra le nuvole. Guardate dove andate, e, mi raccomando, se vi perdete, dovete chiedere aiuto alle Fatevigilanti, o ai Polimaghi in divisa. Avete capito?» Noi sbuffammo infastiditi.  Così, lui rincarò «ma vi consiglio di starmi vicino, se non volete che vi rispedisca a casa con un sotterraneo incantesimo!» Inutile dirlo, Dolcetta annuiva.
«Un che?!» e guardai Chicco.
«Ma sii, i nani spediscono tutto sotto. Loro lì sono molto forti».
«Bah! Certo che qui da voi si risparmia molto in benzina».
Lui mi guardò incuriosito.
«Benzina?! E che cos’è?»
«Ma come, non sai cosa è la benzina?»
«Boh, forse i grandi lo sanno, io no, che cos’è?»
«Serve per fare andare le macchine. Credo sia fatta di petrolio».
«Petrolio??! Ma siete matti a usare una cosa così puzzolente?»
«Ma scusa, come faremmo a spostarci in macchina senza la benzina?»
«Aah non lo so. Veramente io non ho mai visto una macchina vera. Sarei curioso di salirci, ma noi Habbet non possiamo viaggiare nel Dilamondo».
Notai che anche i bambini degli elfi e delle fate non si allontanavano più del dovuto dal loro gruppo. Forse, avevano ricevuto una ramanzina come noi.
Un ragazzino con le orecchie a punta, mi passò vicino correndo, rincorso da suoi amici. Si arrestò di botto, gridando: «Ahi!» massaggiandosi un orecchio. Subito arrivarono i genitori. Il padre, un signore distinto, con una tunica bianca, gli disse «Ben ti sta. Ti avevo avvisato di non allontanarti».
Il paese era arroccato e circondato da un alto muro, coperto di gelsomino odoroso. Si entrava nel centro abitato sotto un voltone di roselline rampicanti.
Le case delle fate erano colorate e molto curate, con  balconi e davanzali fioriti. Graziosi gattini sonnecchiavano davanti alle porte. Non vi era incrocio o angolo di strada senza fontane zampillanti o piccole cascatelle d’acqua, in mezzo a variopinte aiuole. Carretti carichi di dolci, e di ogni genere di leccornie, erano lungo il bordo della strada, con i venditori che urlavano:
«Mele, mele candite!»
«Popmagicicorn!»
«Bevete brodocola!»
Chicco allungò la mano, prese un pezzo enorme di ciocomat e senza pagare, se lo mangiò. La mia reazione fu immediata.
«Ma ti dà di volta il cervello?».
Con una voce impastata di cioccolato mi rispose: «Ma no,no, qui si prende e non si paga niente!» e prese un pezzo enorme di torta e… sul banchetto ne apparve un altro.
“Cavolo!! …”
Anch’io ne approfittai, magicamente sul banchetto si riempì lo spazio che avevo vuotato, mentre il venditore mi sorrideva cordiale. Mi stavo ingozzando di popmagicicorn, quando un ragazzino del regno dei nani, si precipitò tra le braccia di Gnò chiamando:
«Zio, zio!».
Il nipote di Timoteo si chiamava Nino, era venuto a Fatilandia con un gruppo di nani.
 Per me fu una vera sorpresa. Non avevo mai chiesto al mio accompagnatore se avesse una famiglia. La cosa mi scombussolò. Io non avevo neanche mia zia, anzi, avevo scoperto che forse non eravamo neanche parenti, ed ora arrivava questo qua, con cui dovevo condividere Gnognò?
“Ma che tornasse da dove era venuto!”
Chicco e il nuovo arrivato, non so il perché, fecero subito comunella e mi esclusero dalle loro schermaglie. Ero dispiaciuta. Mi sembrava che il nuovo arrivato, volutamente, non mi considerasse. La mia mente già lavorava e catalogava il nuovo intruso. Non c’era dubbio, se non mi parlava, non era altro che:
“un moccioso maschietto, che non sopportava le femmine”.
Il flusso della gente si muoveva tutto nella stessa direzione, e, come un fiume in piena, noi seguivamo il corso. Forse, sottolineo forse, perché i grandi spesso sono esagerati,  avevano ragione gli adulti, lì c’era da perdersi. 
Arrivammo in una piazza, circondata da graziose casette coi portici e relativi balconi fioriti. In mezzo alla piazza c’era un muro circolare ricoperto d’edera, gelsomino e glicini lilla. 
Era l’Arena di Villaggio Fiorito.

mercoledì 12 novembre 2014

Uffa uffa uf uf

Mercoledì
Umm .... Che buona la ricotta .... è così cremosa al palato che non sembra ricotta, il caseificio che conosciamo ne fa una spettacolare. 
Mio marito è stato in montagna a mettere via le ultime cose del giardino e a controllare la casa. E' passato anche a salutare gli inquilini che abitano nella mansarda, la famiglia Ghiri, ma loro non hanno risposto, russavano di brutto. 
Nel scendere in pianura si è fermato al caseificio e ha comprato ricotta, parmigiano reggiano, caciotta tenera (adatta per farcire tigelle). Tigelle?! .... Giusto, se c'è il formaggio adatto ci vogliono anche quelle, così si è fermato anche dal fornaio che fa quel delizioso impasto fresco, a questo punto ci voleva anche il salame nostrano, e già che c'era affettati vari sempre per farcire le suddette tigelle. Così questa sera qui in pianura, sono con le mani in pasta e mentre faccio le palline delle tigelle assaggio ricotta. 
Mmm .... che buona, mi sa che concluderò la cena  con una tigella ripiena di ricotta e marmellata di fichi, evviva il  menu montano!
Hai voglia a festeggiare! La bisnonna Uffa (la mamma dice spessissimissimo "uffa") mangia come un'uccellino e senza la figliolanza con prole, che me ne di tutta questa ricotta?!! E se facessi tortelloni?... Li metto in freezer, così sabato, sono pronti per la mega festa dei cinque anni di mio nipote la Birba, sarà meglio che a mezzogiorno ci trattiamo bene se vogliamo tener botta hai suoi amici briganti che arriveranno nel pomeriggio. Perfetto, mezzo menù già pensato.
Sparecchio, riordino e metto a letto la mamma, poi guardo la ricotta sconsolata.
No! Adesso proprio no! Ho il mio libro che mi aspetta.
Cosa succederà mai a "Q" scritto da quei furfanti che si firmano con pseudonimo Luther Blissett? Curiosa io sono .... 
Ore 18 del giovedì
La ricotta è ancora lì che aspetta .... Ok tiriamoci su le maniche ma ....
"Uffa uffa uffa" .... si sente dalla sala, controllo l'orologio il buio avanza e gli, uffa, aumentano. Dalla sua poltrona preferita la bisnonna Uffa mi comunica che vuole andare a letto.
"Mamma è già buio ma è presto, sono solo le 18".
Mannaggia!!! Queste stramaledette giornate sempre più corte e parche di luce stanno stressando me e lei.
Tiro fuori il tagliere per fare la sfoglia e .....
"Uffa, uffa, uffa, vado a letto."
"No aspetta ti do da mangiare, poi ti porto a letto"
Velocemente apparecchio la tavola in sala, il tavolo della cucina è occupata dal tagliere, infilo nel microonde il polpettone e le zucchine trifolate restate dal pranzo, e viaaa, sistemata la Bisnonna Uffa, torno al mio tagliere.
Le mani in pasta .... Bella la sensazione che si prova nel manipolare la pasta, il movimento ritmico mi fa partire ricordi .... piccole cose, piccole immagini .... sensazioni .... piccolo mondo mio, ma che mi riscalda il cuore, mi emoziona e mi lascia sul viso un sorriso ebete, ma ....
"Uffa,uffa,uffa ...." seguito dallo stridore del coltello arrotato contro la forchetta, il rumore fa accapponare la pelle come il gesso sulla lavagna, persino il mio gattone Cesarone infastidito si viene a rifugiare in cucina.
"Uffa, Uffa ..." .... mi scappa da ridere e rivedo la scena del pomeriggio, gli uffa sono Super aumentati, ora non si controllano più neanche quando passeggiamo.
Nel venire a casa, dalla scuola dell'infanzia, con mio nipote era tutto un Uffa con un più controllato e bisbigliato uf .... perciò io e Birba avevamo come sotto fondo un:
"Uffa uffa .... uf uf ....".
Che potevo dire? Con mio nipote al seguito, lungo la strada principale del mio paesino?
"Tu Tu .... Ciuf Ciuf ...." e bisnonna "Uffa Uffa .... uf uf".
Birba ride divertito e facciamo la strada in fila indiana, carrozzina con bisnonna davanti come locomotiva, io e Birba dietro,
"Ciuf Ciuf .... Tu Tu ...." "Uffa Uffa .... uf uf".
Per fortuna che non siamo a Bologna, ci prenderebbero per matti, ma sai che ghigne fare una cosa così sotto il portico del Pavaglione? Già oggi tra i passanti c'era chi ci guardava perplesso, ma molti sorridevano, mentre chi ci conosceva ci salutava ridendo.
Sono felice, ho ritrovato la sensazione di quando un Birba pigrone si faceva scarrozzare da una soddisfatta bisnonna.

                                                                                                                                                                  Generazioni cosi lontane a spasso assieme facevano fiorire sorrisi a molti passanti, ma da quando siamo tornati dalla montagna Birba ha deciso che è grande  e non richiede più di essere preso in braccio.
Giusto! Quante volte l'ho rimproverato dicendogli:
"Sei un pigrone!".
Le birbe crescono e un po' mi dispiace.
Impasto e schiaccio, schiaccio e impasto, mentre di là lo stridore del coltello con la forchetta accompagnato dagli uffa continua.
Anche in pianura la vita scorre .... Però la montagna mi manca .... Ci saranno ancora le castagne nel bosco? E i funghi?
Impasto e schiaccio, schiaccio e impasto .... e i ricordi affiorano.
Piccole birbe crescono.                                            

venerdì 7 novembre 2014

6) MELISSA E LA NUVOLA

POPPY  PAPAVER

Una graziosa ragazza con un vestito rosso, di tessuto leggerissimo, ci venne ad aprire. Era alta e aveva capelli lunghi e biondi, con una ghirlanda di papaveri e spighe in testa. Non aveva le orecchie a punta e i suoi piedi normali calzavano scarpe rosso e oro. Sembrava felice di vedere Spiga, così ci fece entrare, insistendo perché assaggiassimo la sua focaccia con semi di papavero, che aveva appena sfornato.
“Beh! Anche se saltavamo la cena della mamma di Chicco, ora non aveva più molta importanza”.
Spiga le raccontò che io ero la figlia di Quercus e Melania. Lui ormai sapeva tutto di noi, durante il giro in calesse non eravamo stati zitti neanche un battisecondo, come dicono qui.
Poppy si voltò  e mi guardò con i suoi occhi scuri e penetranti, incuriosita.
«Melissa?! Ecco chi mi ricordavi!! Certo, assomigli molto alla tua mamma».
Ora era io ad essere colpita e incuriosita.
“Santa puzzola! Una persona che non è mia zia che conosceva mia madre?”
La guardavo con la bocca aperta incapace di fiatare.
Lei continua sorridendomi.
«Sei già stata a trovare il popolo degli elfi?».
Scossi la testa in segno di diniego. Avrei voluto chiederle cosa si ricordava di mia madre e  perché mai dovevo andare a trovare gli elfi, ma quando sono molto emozionata, non so il perché, la voce non mi esce.
«Melania ed io eravamo amiche, sai?» aggiunse con aria di intesa «Siamo dello stesso popolo».
La mia mente lavorava febbrilmente. Papaver non era piccola, non era una piedona, non aveva le orecchie a punta, ma di che popolo stava parlando? Riuscii a sbloccare la lingua per chiederglielo.
«Ma delle Fate!!» mi rispose stupita.
 “Oooh mamma mia, la mia MAMMA era una fata?”
La mia bocca non era aperta, era spalancata. Fortunatamente nessuno ci fece caso, così non mi sentii dire il solito attenta alle rane!
 La Fata mi chiese da quanto tempo ero arrivata, riuscii a rispondere balbettando che ero lì da una settimana, e via via che mi si sbloccava la lingua a raccontarle che mi era venuto a prendere Timoteo detto Gnognò e che l’esistenza del mondo Magicogiga, per me, era stata una vera sorpresa.
«Agnese» borbottò la fata incredula «non ti aveva detto nulla?» io scossi la testa come un somarello, dicendo no.
«Noi Fate-Maghi facciamo parte della flora» si sentì in dovere di spiegarmi Papaver «anzi noi siamo la flora; quando un bosco brucia, o una catastrofe provocata dall’uomo modifica l’habitat nel mondo Tunturlo o Dilamondo, noi corriamo grossi rischi. L’inquinamento nel mondo Tunturlo ha portato l’estinzione di varietà vegetali e animali, con la relativa scomparsa dell’essere magico che lo cura. Il mio popolo che controlla la flora …» non potei far a meno di interromperla «La che??».
Mi guardò indulgente «La flora …» mi guardava negli occhi per vedere se capivo, ma per me, lei vedeva solo il vuoto assoluto. «Ma sì, Melissa, le piante!»
«Aah!» Feci finta di ricordare cos’ era mai la flora, dato che io avrei dovuto saperlo benissimo, dalle lezioni di Nunzia, si intende, ma che giustamente, da brava somara, non sapevo affatto.
Poppy continuò: «Noi tentiamo con i nostri incantesimi di salvare ciò che l’uomo danneggia, ma fatichiamo a mantenere l’ordine delle cose senza la collaborazione di tutti. Ad esempio, adesso c’è Centaures Cyamus che ha denunciato la scomparsa dei suoi fiori in molti campi coltivati, causa i pesticidi …»
«Chi è?» bisbigliai a Chicco.
Lui sussurrò: «E’ il fiordaliso».
«Ma perché lo chiamano così?» incalzai.
Spiga spazientito «Ragazzi non fate i maleducati, non interrompete la Fata!»
Poppy mi sorrise, aveva un sorriso dolce e gentile.
«Ma no, ma no, è un bene che facciano domande se non capiscono. Centaures Cyamus è il nome in latino del Fiordaliso, i botanici, che sono coloro che nel mondo da dove vieni tu studiano le piante, usano questa vecchia lingua per dare ad ogni pianta un nome, cioè per classificarle».
Come al mio solito, quando ritengo ci sia una cosa troppo difficile da imparare, sbottai:
«E che Cavolo! Non la potevano fare più semplice quella cosa lì!».
La fata questa volta rise divertita, contagiando anche Spiga, io arrossi.
«Guarda che il latino è l’antica lingua dei Romani» mi spiegò «ma non te ne hanno parlato a scuola  quando fate storia?»
Inutile dirlo, ora ero bordeaux.
«Ehm» annuii «sì, ora ricordo».
Devo ammettere che, come alunna, sono un po’ distratta. Mentalmente mi ripromisi di chiacchierare meno in classe e di stare più attenta, non era divertente fare la figura della somara.
Lei continuò: «Il consiglio supremo delle Fate-Maghi sta valutando come intervenire. Siamo indecisi se tentare di suggerire all’uomo cosa fare, facendogli credere che sia una sua idea, o intervenire direttamente con un incantesimo potente».
Io ero stupita e incantata, tanto per cambiare avevo la bocca aperta. Questa volta un coro di: «Attenta alle rane!» me la fece chiudere. Ormai dentro al mio stomaco doveva esserci un intero stagno di rane.
Salutammo la Fata dei Papaveri che era quasi l’ora di cena. Spiga, nel ritorno verso casa, ci fece guidare il calesse, solo che quando aveva le redini Chicco, poni Express non si muoveva, mentre con me trotterellava che era un vero piacere.
Ero molto orgogliosa. Io lo sapevo che noi bambine siamo più persuasive, ed ero presuntuosamente felice. C’era solo un ronzio fastidioso, in questa scampagnata. Era la voce di Chicco che cantilenava:
«Melissa la rana, la rana Melissa …»
“Uffa questi ragazzi! Non sopportano di essere meno bravi di noi ragazze”.
Come avrei voluto condividere quest’esperienza con Valentina. Lei sì, che è una amica, non mi prende mai in giro, come a volte fanno i miei compagni di scuola. Lei mi difende sempre … o quasi sempre. Valentina è la mia migliore amica nel Dilamondo, prima o poi ve la presenterò.
Tornati alla taverna, la mamma del mio amico decise che io, visto che ero l’ospite, potevo mangiare i tortelli alle erbe degli Habbet,  e Chicco, che non aveva ancora fatto i compiti, no.
Ero dispiaciuta per lui, che non poteva mangiare. Stavo già pensando come nascondere qualche tortello, quando Spiga lo difese.
«Andiamo Dolcetta» mi ero dimenticata di dirvi il nome della mamma di Chicco, che in quel momento, inutile dirlo, non era affatto dolce Continuò Spiga «guarda che hanno chiesto scusa, e pulito bene la cucina tutti e due».
Dolcetta, brontolando, aggiunse un piatto e sottolineò: «Per questa volta vada, ma la prossima a letto senza cena».
“Mi sa che tornerò a casa cicciottella”, pensai.
Finito di cenare uscimmo dalla taverna e andammo sotto il pergolato, dove c’era la solita chiassosa allegria. Chi giocava a carte, chi raccontava storielle divertenti, il mio amico nano invece stava contrattando con i contadini. In qui giorni era indaffarato a comprare le provviste per il suo popolo, il Regno degli Gnomi. Era un rituale molto curioso e buffo da vedere. Timoteo ad ogni acquisto saltellava davanti al venditore, gli stringeva vigorosamente la mano, poi sputavano entrambi a terra, confermando il patto.
A Campo Verde non esiste la televisione, ma vi posso garantire che non se ne sentiva la mancanza.