martedì 30 dicembre 2014



AUGURI PER UN FELICE E 
SCOMBISCIATO
 ANNO NUOVO

Vorrei avere una bacchetta magica e donare
salute e felicità
lavoro e libertà
amicizia e serenità,
e tante cose belle,
ma la bacchetta non celò
ed un sorriso vi regalerò…
Anzi, non un sorriso
ma una bella
grassa e grossa risata
scombisciata.
Vi auguro risate grasse e grosse per tutto l’anno.




BUON 2015


domenica 28 dicembre 2014

SOGNI E SCAMBI DI NATALE


Evento Blogger and Blog

SOGNI E SCAMBI DI NATALE
Dicembre 2014 (Bloggidee)

#sogniescambidinatale

Ho partecipato a questo simpatico evento che rispecchia lo spirito natalizio che ciascuno di noi dovrebbe ricordare tutto l’anno, la proprietaria Ximi ha invitato a scrivere un proprio sogno e scegliere e pubblicizzarne un’altro sul proprio blog. Di sogni belli o divertenti da evidenziare ne ho letti tanti, oggi vi racconto quello di Olgica Valtorre del blog "Una finestra sul mondo" http://olga1212blogspot.it/2014/12/evento-blogger-and-blogquesto-e-il-mio.html
Olgica scrive:
Vorrei per l’anno prossimo che si risolvesse la crisi in tutta Italia, e pubblica una poesia scritta l’anno prima, è il racconto crudo di una situazione di disagio reale che non ha bisogno di svolazzi poetici.

NATALE A NORDEST
Elettromeccanico del nordest
Con moglie e tre figli,
fabbrica in chiusura
per trasferimento all’estero
dove costa meno.
Natale, in attesa
Della lettera di licenziamento,
quest’anno niente regali,
i pochi denari andranno
per cibo e tasse.
Sarà un povero e triste Natale del nordest.
(testo di Olgica T)

Il 2014 sta per concludersi e l’augurio che con questa poesia voglio lanciare è lavoro per tutti come è sancito nella nostra bellissima costituzione.

Art.1

L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

venerdì 26 dicembre 2014

13) MELISSA E LA NUVOLA



A CASA DA FERRUCCIO

La strada che conduceva al paese fiancheggiava il torrente. Il corso d’acqua era attraversato da ponticelli di legno. Fiancheggiammo un castagneto, quando Gnò indicò a Poppy, un ponticello dietro una curva. Era il sentiero che ci avrebbe portato a casa di Ferruccio, dove noi eravamo diretti.
Sbucammo in una radura circondata da boschi, al lato destro del prato vi era una graziosa baita, con il tetto spiovente ricoperto di muschio verde . Il mio primo pensiero fu: “sta a vedere che fa la guardia forestale anche qui”. Di fianco alla casa c’era una staccionata con dei cavalli.
Appena il calesse varcò il cancelletto del giardino, una giovane signora, con un bambino piccolo in braccio, uscì di casa. Aveva capelli corti, mori e ricci e orecchie a punta. Sorridendo ci venne incontro.
«Ciao Gnò, ben arrivati, io sono Mora e questo è Gigaro» il bimbetto per tutta risposta fece una  sonora pernacchia «monello di un bambino» disse la madre «ti sembra il modo di salutare?» Ma noi ormai stavamo ridendo, e lui continuò il suo show, felice di aver trovato un pubblico. La madre con un bavaglino gli puliva   la saliva provocata dalle pernacchie, seguite da risolini del monello, esasperata  e divertita la madre ci invitò dentro.
«Venite a rinfrescarvi, sarete stanchi. Ferruccio è andato al mercato con le altre due pesti.»
Papaver prese in braccio il piccolo e sollevandolo in aria, lo fece ridere.
«Mora hai un bambino splendido. Non sapevo che Ferruccio avesse tre figli, non vorrei darti troppo disturbo ospitandoci tutti.»
«Di che ti preoccupi, tu non hai la bacchetta magica?»
«Certo.» Rispose la fata stupita, «allora vedrai che ce la caveremo.» Fu la pronta risposta dell’elfo femmina.
Mora era spigliata e cameratesca, così tra le due donne si instaurò subito una famigliare intesa. Si misero al lavoro per sistemarci tutti.
L’apparizione delle valigie per me era sempre fonte di stupore, Nino e Chicco sghignazzavano.
«Beh, che c’è da ridere?»
Il nipote di Gnò si prese la briga di rispondere.
«Non è mica sto gran avvenimento da restare a bocca aperta!»
“Sarà stato così per loro, ma non per me!”
Avremmo dormito in una stanza , con i figli di Mora. A guardare i letti in fila, sembrava la stanza dei sei nani, mancava il settimo lettino e avrei pensato di essere nella favola di Biancaneve.
Quando sentimmo arrivare un calesse noi tre scavezzacollo ci precipitammo giù per salutare Ferruccio, ma soprattutto per conoscere le pesti.
Il guardaboschi o devo chiamarlo elfo? Beh, comunque lui, era seduto sul calesse, in mezzo a due bambini, un maschio e una femmina. A me sembravano tutto tranne delle pesti. Erano due bambini normali e basta. La ragazzina si chiamava Centaura, era mora e riccia come la mamma, e aveva nove anni come me. Allo, il fratello, aveva undici anni come Nino, ma ci superava tutti in altezza. Anche lui aveva la stessa zazzera e gli stessi occhi verdi della sorella. L’intesa tra noi e le pesti fu subito perfetta. Scorazzammo intorno alla casa, fino all’ora di cena, o meglio finché Mora non ci chiamò suonando una campana.
Ci radunammo tutti nell’accogliente cucina della famiglia di Ferruccio, il camino era acceso e mandava bagliori sulle pareti. Gigaro, seduto in un seggiolone, sgranocchiava con i suoi unici due dentini un crostino di pane, mentre Mora portava in tavola della polenta fumante con dei funghi. Gnò aveva aperto per gli adulti del buon vino, acquistato da Cantinello, e non finiva più di decantarne il profumo, il colore guardando contro luce il liquido versato nel bicchiere… il sapore sorseggiandolo a piccoli sorsi, finché Poppy esasperata intervenne canzonandolo «Sì sì, la fai tanto lunga perché sei tirchio e non ce lo vuoi far bere.» Inutile, a tutti scappò da ridere.  La conversazione era allegra, intercalata dai commenti sbrodolosi di Gigaro:
«Ma ma, brrr, pa pa nghe».
Nino rideva, facendogli le linguacce. Quando voleva sapeva essere  simpatico, sottolineo, quando voleva. La maggior parte del tempo la perdeva a polemizzare con me. Beh! Devo ammettere che io non ero da meno. Così adesso tra noi c’era un battibeccare continuo.
Feci assaggiare un po’ della mia polenta al piccolo, facendo fare al cucchiaino l’aeroplano. Nino ovviamente, per non perdere l’abitudine, disse:
«Ma così lo soffochi!»
Io sbuffando, come un treno a vapore, risposi piccata:
«Che simpaticone, non vedi che gli piace!».
Chicco , costretto a sopportarci, si consolò dicendo:
«per lo meno adesso non si ignorano» ma scuoteva la testa scoraggiato «però siete una vera pizza!»
Lo disse forte e l’intera tavolata rise di gusto, mentre io diventavo rossa fino alla radice dei capelli.
Fata Poppy chiese di Agnese a Ferruccio. O questo sì che mi interessava e mi rizzai sulla sedia attenta, anche Isotta, sdraiata ai miei piedi, nel sentirmi muovere si era seduta impettita.
«Non è ancora arrivata. Si è fermata nel paese fatato per capire e risolvere il caso della bambina sparita. Bisogna ammettere che era veramente molto lontana dalla culla. Sembra proprio che ci sia lo zampino di qualcuno, ma perché e chi? E’ strano, molto strano.»
«Non si sa ancora nulla?» Chiese Gnognò.
«No, ma per me c’è lo zampino dei Roliopet» rispose l’elfo e la fata continuò:
«Ma che senso avrebbe avuto portarla lì?»
Ferruccio si strinse nelle spalle.
«Per me intimidire, far capire che possono arrivare ovunque.» Gnognò era pensieroso.
«Se è così è una brutta storia.»
«Già, sarebbe la prima volta che accade da noi.» Commentò Poppy, ora nessuno sorrideva più e tutti erano pensosi.
Mi rivolsi sottovoce a Chicco:
«Ma chi cavolo sono questi Roliopet?»
«Brutta gente, con la quale è meglio non averci a che fare».
Poppy continuò:
«Domani andrò a salutare Ehloro, il Supremo. Non è certo gentile da parte mia entrare nel paese elfico senza salutare il suo capo.»
«Già, già» fu il commento di Gnò rivitalizzandosi «Per non dire come ci è entrata… La signorina qui non voleva farsi sorpassare, solo che ha trovato pane per i suoi denti.»
«Oooh sentilo, sentilo adesso, quello che urlava. Aiuto aiuto fermati» Poppy faceva il verso a Timoteo, prendendolo in giro: «Fermati fermaaati …». Così Gnognò rincarò la dose, raccontando ironicamente a modo suo tutto l’episodio, senza salvare nessuno di noi. A sentire lui: Isotta aveva il pelo dritto, io tremavo ed ero avvinghiata a Chicco, quello scalmanato di suo nipote voleva provare a guidare il calesse a duecento km all’ora, ma, arrivato vicino alla cascata, urlava di paura come un pazzo, Papaver, la scavezzacollo, improvvisamente era diventata bianca come un fantasma e aveva i capelli dritti dalla paura. Inutile dirlo, tutti faticavano a trattenere le lacrime dalle risate, e guardavamo le buffe espressioni del volto dello gnomo che imitava le nostre voci. L’unica a guardarlo torvo era Papaver, ma aveva gli occhi che la tradivano, sotto sotto se la rideva.
Io ridevo ma pensavo: “gli avvinghiati erano i due maschietti, e non c’erto io. Io sono stata molto coraggiosa … beh, forse, un po’ coraggiosa  … beh forse, no. Comunque non ero avvinghiata a nessuno”, inutile, anch’io come la fata sono un po’ permalosa.  A mezzanotte gli adulti ci mandarono a letto. Se Dolcetta avesse saputo che Gnò ci aveva fatto fare le ore piccole, si sarebbe ripresa il suo bambino. Ma non poteva saperlo. Così Chicco e io andammo a letto stanchi ma felici.

mercoledì 24 dicembre 2014

AUGURI


AUGURI

Da Anna, Melissa, Birba, binonna Uffa, il gattone Cesarone, la mia figliolanza e quel santo di mio marito



La foto è del Natale passato, quest'anno la torre degli Asinelli di Bologna non è illuminata, peccato! Era molto suggestiva.

BUON NATALE

Anna M.(la sognatrice noncelapossofare)

giovedì 18 dicembre 2014

12) MELISSA E LA NUVOLA


VIAGGIO VERSO IL REGNO DEGLI ELFI

Una nuvola dorata atterrò davanti a noi, era Poppy in camicia e pantalone sportivo, ma pur sempre vestita di rosso, senza spighe e robe varie in testa.
«Buon giorno a tutti allora si parte?»
Noi tre, Chicco, Nino ed io, saltammo sul calesse, mettendoci comodi. Cominciammo a salutare agitando le mani, con un sorriso sulle labbra che raggiungeva le orecchie, Gnò divertito disse:
«Già, già, piccole pesti! Avete una smania che non aspettate neanche che salga. Dai Poppy, dammi una mano, voi fate non potreste fare calessi più bassi!».
 La fata afferrò la mano di Gnognò, e lo tirò su, con un sorriso furbetto. La mamma di Chicco, che si asciugava gli occhi nel grembiule, mandava baci  al figlio con la mano. La risposta del mio amico fu immediata:
«Dai mamma, non vado mica in guerra!»
Mi sarebbe piaciuto poter salutare la mia mamma. Isotta era acciambellata sul mio grembo, il suo calore mi trasmise conforto.
Il calesse uscì dal paese in modo convenzionale, cioè come fanno tutti i calessi normali.
«Allora Gnò, che strada ci conviene fare?» Chiese Papaver
«Direi delle acque». rispose Timoteo.
«Ok.» La fata con fare spiccio cominciò: «Su su, or dunque lavora e solleva, or dunque il tuo lavoro accingiti a fare. Solleva e lavora. La carrozza fa volare e alle Acque Tuonanti facci arrivare.»
Le acque tuonanti non sapevo cosa fossero, però, in quel momento, mi godevo il volo e già pensavo alla faccia che avrebbe fatto Carlo Rossi, quando gli avrei raccontato che io avevo volato sui calessi, con il vento fra i capelli.
L’andatura era tranquilla, volavamo appena sopra le cime degli alberi, di nuvole in cielo neanche l’ombra. Arrivati sopra la stazione Biricchina, la fata tirò leggermente le redini per sorvolarla.
Ero seduta tra Nino e Chicco, tutti e due avevano le braccia appoggiate sullo schienale dietro le mie spalle, fin qua nulla di male, ma cominciarono a stuzzicarsi, propri lì dietro al mio capo. Sbuffai… Isotta scese dalle mie ginocchia e si rifugiò sotto il seggiolino. La tresca tra loro non finì. Si misero a solleticarsi schiacciandomi, non potevo mica stare zitta e subire.
«Ehi… smettetela branco di buzzurri!» nuova parola imparata qui nel diquamondo «se continuate così vi butto giù dalla carrozza!» e assestai sia a destra che a manca due poderose gomitate.
In risposta alle mie gomitate si sentì un unisono e lamentoso “ahi”, seguito da un’ azzuffata generale.
Gognò urlò: «Piantatela lì di dietro, o vi butto fuori io di qui!» si girò a guardarci in cagnesco «avete capito!»
Tutti e tre assumemmo una posizione dignitosa e accennammo un sì con la testa, nessuno di noi voleva volare fuori dal calesse, il capitombolo era troppo alto.
Fiancheggiavamo la ferrovia, quando un’altra carrozza con un puledro bianco ci superò con un’andatura molto sostenuta. Lo spostamento d’aria ci fece oscillare. Poppy prontamente si alzò spronando la sua cavalla e incitandola.
«Oh oh!»
Sembrava punta da una vespa. La carrozza fece un balzo in avanti, e Gnognò si strinse il cappellaccio sulla testa.
«Ehii! Ma che fai! Rallenta …»
La fata non lo considerò affatto.
«Oh … oh!»
Affiancò l’altro mezzo e guardò l’altro conducente, con chiare intenzioni di sfida. Lui ricambiò lo sguardo e l’accontentò subito. Il suo mezzo accelerò. Noi lo seguivamo a ruota, “accidenti questa fata  è proprio pepata”, e io che la credevo, dopo averla vista ballare, dolce e soave. Poppy riuscì ad affiancarlo un’altra volta. Lui divertito ci osservò. Aveva capelli lunghi e castani legati dietro. Le ruote dei calessi si toccarono, attimi di panico attanagliarono il mio stomaco, ma il giovane si rivolse al suo cavallo in una lingua molto musicale. L’animale sembrò aver ingranato la quinta (non so cosa sia la quinta, ma Chicco, amante delle macchine sportive, che vede sui giornali del mondo Tunturlo, dice sempre così, quando vuole correre e vincere).
«Guai a te se lo segui!» esclamò Gnò furibondo. A questo punto tutti gli altri occupanti del calesse, io compresa, erano molto eccitati.
«Se lui ingrana la quinta, io metto la sesta.» Fu la pronta risposta di Papaver, come se mi avesse letto nel pensiero, mentre Chicco esclamava:
«Mitico!!»
Io e Nino concordavamo, così il nipote di Timoteo rincarò: «Altro che mitico, è spaziale!!»
 Euforica rincarai: «Super spaziale». Lo zio era in netta minoranza.
«Piantatela! E tu Nino, smetti di aizzare quei due!» era veramente arrabbiato «allora Poppy vuoi rallentare?».
Per tutta risposta la fata tirò fuori la bacchetta magica e recitò:
«Veloce veloce, veloce come il vento, devi volare, e quella carrozza va a superare. Su Freccia da brava, il tuo lavoro accingiti a fare».
Volavamo, anzi sfrecciavamo tra le cime degli alberi, alzandoci e abbassandoci, la ferrovia ormai era lontana. Stavamo seguendo un fiume, in lontananza si vedevano alte montagne. Papaver raggiunse l’inseguito che, sbirciandoci con un sorriso malandrino, cercava zigzagando di impedirci di superarlo; si stava chiaramente divertendo anche lui. Inforcammo una vallata con un lago, che sorvolammo sempre restando incollati al rivale, il lago si restringeva fra le montagne, trasformandosi in un fiume… poi in torrente. Noi ce la spassavamo tenendoci stretti al veicolo. Gnognò era torvo, la fata con i capelli al vento, ogni tanto guardava Gnò sorridendo. Entrammo in un bosco, e tra il rumore del vento, percepii un rumore che si faceva sempre più forte, sembrava un tuono, ma il cielo era sereno.
«Per il CORNO DI UNICORNO, rallenta stiamo per arrivare!» urlò Gnonò, ma lei si era affiancata e stava per superare l’avversario, scartando gli alberi. “Certo che è veramente in gamba sta fata”, pensai. Stavamo sfrecciando ad una velocità stratosferica, con gli urli di Gnò e quello strano rumore nelle orecchie.
«RALLENTA….PAZZA D’UNA FATA!»
Cavolo… gliel’avevamo fatta, avevamo superato l’altro mezzo. Il rumore s’era fatto frastornante. Uscimmo dal bosco e ci trovammo di fronte ad un muro d’acqua, stavamo finendo contro una gigantesca cascata. Il ragazzo che avevamo superato, corse a folle velocità al nostro fianco cantando una dolce melodia. “Santa puzzola! Ci stavamo fracassando contro una cascata e questo cantava?” Gnognò urlava:
«POPPY, ACCIDENTI POPPY, DAMMI LE REDINI E TIRA FUORI LA BACCHETTA!»
Mamma mia! Io e i miei compagni eravamo atterriti, il rumore era assordante. L’altro calesse ci superò, con il giovane che cantava sempre più forte, buttandosi dentro alla massa d’acqua. Freccia la nostra cavalla,  non riuscendo a rallentare la folle corsa, lo stava seguendo. Mi chinai su Isotta, che avevo in grembo come un uovo, mentre Chicco e Nino erano abbracciati e …  finimmo dentro …
Le acque si aprirono… La cascata, come una pesante tenda si aprì. Il mezzo davanti a noi faceva da spartiacque, la sua  e la nostra velocità diminuivano e sbucammo dall’altra parte. Io e i miei compagni di viaggio sembravamo pietrificati, nel giro di pochi attimi eravamo passati dallo spavento al sollievo unito alla meraviglia.
Gnò fu il primo a rompere il silenzio.
«Sono stato tante volte nel Paese degli Elfi, ma mai così! Non sono mai stato tanto felice di essere arrivato.»
Una valle verde, lunga e stretta, circondata da alte montagne, era davanti a noi. La Cascata, alle nostre spalle, cadeva rumorosamente dentro al torrente che attraversava il territorio.
Le carrozze erano affiancate, finalmente ferme su un prato pieno di erica e campanelle blu.
«Mi chiamo Arton Aron» il giovane urlò superando il frastuono dell’acqua ancora seduto sul suo mezzo, con le redini appoggiate sulle ginocchia, «con chi ho il piacere di aver gareggiato?»
Una fata un po’ scarmigliata rispose:
«Poppy Papaver.»
Uno sguardo indagatore la fissò.
«Poppy, Poppy Papaver la fata?» Lei  accennò un sì con il capo, e lui continuò, «Complimenti la tua cavalla è veloce.» Riapparve sul suo viso quel sorriso leggermente beffardo. Aveva un arco e la faretra, da cui uscivano le piume delle frecce a tracolla sulla schiena.
«Benvenuta fra noi fata dei papaveri!». Il sorriso canzonatorio di Aron si allargò guardando lo gnomo «Ciao Gnò, hai fatto buon viaggio?»
Un nano imbronciato gli rispose: «Accidenti a te Aron, non potevi fermarti così si fermava anche questa pazza?»
Arton con una risata contaggiosa prese in mano le redini «Mi stavo divertendo, e a quanto ho visto si è divertita anche lei ...» Riguardò Poppy «volevo vedere fino a che punto arrivavi.»
Poppy lo fulminò con lo sguardo, stava per rispondergli per le rime, ma Gnognò non le diede il tempo  urlando  
«Pazzo, pazzo, come lei! Ha ragione tuo padre a dire che sei uno scavezzacollo!» Urlava e scuoteva il suo testone diventando sempre più paonazzo <<Pazzi site due Pazzi!>>
«D’accordo Gnò, non avevo dubbi che tu la pensavi come mio padre, adesso tranquillizzati e rimettiti il tuo cappellaccio» Aron adesso rideva «Ci vediamo in paese». Ci fece un cenno con la mano e se ne andò.
Un’impettita Poppy prese in mano le redini.
«E così io sarei pazza. Vedi di non rivolgermi più la parola.»
Gnò, si tolse il cappello grattandosi la testa.
«Eh adesso fai l’offesa! Dopo l’ora che mi hai fatto passare!? Devi ammettere che sei stata un tantinello imprudente se non interveniva Aron...» La guardò con le sopracciglia alzate, sembrava volerla prendere in giro. La fata continuò ad essere impettita, mentre noi dietro, dopo lo scampato pericolo, stavamo di nuovo sorridendo delle loro schermaglie.

domenica 14 dicembre 2014

Il NATALE DEGLI INCANTASTORIE



GLI INCANTASTORIE

Da poco faccio parte di questo Gruppo


e nella biblioteca di Calderara di Reno (BO) ci siamo divertiti a leggere favole, liberamente trattate dai testi sotto indicati, sul tema del Natale.



Ingresso gratuito
Sabato 13 dicembre per i bambini dai 6-8 anni:

1)COME CATERINA SALVO’ BABBO NATALE.
Autore e illustratore Cecco Mariniello   
Caterina è una bambina speciale che ama cucinare e salva Babbo Natale dalla perfida strega Mestolona, aiutata da Marcello. La strega Mestolona ha fatto diventare Babbo Natale “secco secco secco” con un incantesimo, togliendogli l’appetito. (Da ghignarsela… Eheheheheh!!!)



















2)BUON NATALE, SAMIRA!
Autore Bolliger Max Illustratore Giovanni Manna
I compagni di scuola aiutati dalla maestra spiegano a Samira che cosa è il Natale. Samira è una profuga che viene da un paese lontano (integrazione, multirazziale, multietnico)



3)BUON NATALE MOSTRI
Autore Jo Hoestlandt 
Un racconto deliziosamente orripilante, L’amicizia, la capacità di accettare l’altro anche nella sua diversità.
Narra dell’amicizia inaspettata tra Oxi piccolo mostro, che ha l’abitudine di mordere tutto e tutti compresi i genitori deliziosamente abominevoli, e Cirillo il coniglio suo contrapposto che si è perduto nel bosco. Una storia teneramente orribile o orribilmente tenera. (Libro assolutamente da non perdere esilarante fino all’ultima battuta).


Ingresso gratuito
Domenica 14 dicembre per bambini dai 3 ai 6 anni


1)A CASA DI BABBO NATALE
Babbo Natale perde il suo medaglione, gli animali del bosco lo trovano, che fare? Alcuni se lo vogliono tenere ma prevale il buon senso e decidono di regalarlo... 

2)LE SCARPE DELLA BEFANA
Autore Anna Mellito illustratore C. Ghigliano
La Befana vien di notte con le scarpe tutte rotte… Daria è una bambina altruista che decide di comperare delle scarpe alla befana... ma fatica a trovare una persona che l'aiuti... Non vorrete che vi racconti tutta la storia?


3)Il COMPLOTTO DEI BABBI NATALE
Scrittore e illustratore Ute Krause
Un giornalista pubblica la notizia che i Babbi Natale non esistono, tutti gli altri giornali per mancanza di notizie interessanti lo pubblicano. I primi a dispiacersi della notizia sono i Babbi Natale e adesso che fare? Trovato! Se non esistiamo, vediamo se se la cavano senza di noi, andiamo in vacanza, pensano i furbacchioni.
Rupert un bambino determinato che non si lascia scoraggiare li va a cercare. Libro divertente con finale interessante.
























Poi ci siamo mangiati i biscotti... ma ce ne è rimasto solo uno "Che fò?"... poverino è "solo soletto"... lo mangio.


AUGURI da tutto il gruppo degli INCANTASTORIE per un NATALE mostruosamente BELLO!

Lora Buratti
Vincenza Cuomo
Stefano Dadani
Anna Maria Fabbri
Nicoletta Frignani
Barbara Ghiselli
Loretta Miglioli
Micaela Moroni
Samuele Rodolfi
Lisa Mestrini per il progetto grafico

venerdì 12 dicembre 2014

11) MELISSA E LA NUVOLA


NINO

Facevamo il viaggio con il calesse della fata, che, a detta di Chicco, era come una Ferrari.
«Tu conosci le Ferrari?» domandai stupita
«Certo, non posso viaggiare nel mondo Tunturlo, ma i giornali e i racconti, portati da chi viaggia come voi due» ed indicò Nino e me «arrivano anche qui.»
Mi sembrava un po’ offeso, così gli diedi una gomitata.
«Dai Ferrari, vedrai che ci divertiremo».
Il buontempone mi rispose ridendo «Già, non ho mai visto una Ferrari, ma un calesse fatato sì, e cavolo! Ci divertiremo un sacco.»
Eravamo seduti  sul muricciolo sotto al ciliegio che era dall’altra parte della strada, di fronte alla taverna. Stavamo aspettando Poppy, quando Nino esordì:
«Non avrai mai visto dal vero una Ferrari, ma non hai perso nulla».
Beh! a uno che diceva così non gli si poteva che chiedere:
«Oh ma che ti piglia? Perché non ti piacciono le Ferrari?»
Fece una smorfia. «Uffa, non sono le Ferrari che non mi piacciono, è tutto il mondo che c’è di là, che non mi piace».
 Risposi piccata. «Ma tu di là, ci sei mai stato?»
«Se ci sono stato?! Io ci vado a scuola in quel dannatissimo mondo».
« Ma dai!» ora ero curiosa «E dove vai a scuola?»
Chicco mi lanciò una occhiata, ma io non capii.
«Faccio la prima della bla ...bla …» rispose facendo un’altra smorfia «di primo grado in una scuola di Milano, ma si può mai chiamare una classe, con un nome così lungo?». Era proprio disgustato.
Cavolo! parla uno, che chiama il suo mondo, Magicogiga detto Diquamondo, se vi sembra corto?  Che ha uno zio con un corto e semplice nome: Timoteo dei Timotei, detto Gnognò, del popolo degli Gnomi.
Fortunatamente non dissi nulla, così lui continuò sempre più disgustato. «Ma non è tanto la scuola che non mi va giù, è la gente del mondo Tunturlo. Sono i  tunturlini che non digerisco.»
«E che cosa ti avranno mai fatto? In definitiva c’è gente simpatica o antipatica come qui». Una gomitata di Chicco mi trafisse le costole.
«Ah sii, tu dici! Là mi giudicano un diverso, se questo ti pare piacevole, un Handicappato. Alcuni ti guardano con scherno, altri con aria compatita. Per il corno di unicorno! non si rendono conto che non sono io lo sbagliato, ma i loro stradannatissimi mobili, non adatti alla mia statura. Per sedermi tra un po’ mi ci vuole la scala! Se si rendessero conto che non esiste il Superuomo perfetto, e che tutti al mondo hanno delle mancanze, o handicap, come parapicchia le chiamano loro, visibili o invisibili, la vita da loro sarebbe una pacchia».
Inutile dirlo, non capii una mazza di quello che aveva detto. Però percepii che forse… il nano, inteso proprio come facente parte del popolo dei Nani, non ce l’aveva con me perché ero una bambina, ma con chi gli aveva fatto del male nel mio mondo. Ora capivo l’occhiataccia, e la gomitata di Chicco, evidentemente lui sapeva già, ciò che Nino aveva subito nel Dilamondo… Poi, ad essere sinceri, io gli avevo rubato per un po’ di tempo anche lo zio. Visto che sono una testa dura e so esasperare per benino tutti, continuai e chiesi:
«Cosa vuoi dire, con visibili o invisibili? Tutto quel discorso lì, non l’ho mica capito.»
«Ma sei proprio una gran testona!»
 Mi sa proprio che me l’ero cercata, accettai l’insulto, si fa per dire, facendo una smorfia e piccata risposi:
«Oooh, ma tu puoi anche spiegarti meglio sai?»
Sbuffando continuò: «Testona! La mia statura si vede, ma la mancanza di magia dei tunturlini no.»
Avevo la bocca spalancata. Un’altra gomitata di Chicco me la fece chiudere «Ahi?»
Che potevo fare? Restituire a Chicco un’altra gomitata, che mi fece una pernacchia a cui io risposi, un esasperato Nino sbottò:
 «Smettetela voi due, siete peggio di quelli che abitano di là e che credono di essere dei Super uomini, mi sa invece, che senza la magia, sono più handicappati di me.» La mia bocca era di nuovo super spalancata dallo stupore, non avevo mai pensato di avere una mancanza e forse neanche Valentina la mia migliore amica del Dilamondo ci aveva mai pensato… Quando torno glielo chiedo.
Cominciavo a capirlo, era sì strafottente, ma solo perché era offeso.
“Beh!” pensai, “forse possiamo diventare amici”.
Isotta era scesa dal ciliegio e lo annusava, lui l’accarezzò, e la gatta  cominciò a fare le fusa.
“Venduta!”
Gli adulti sotto il pergolato si stavano salutando. Qualcuno rideva dando delle pacche sulle spalle di Gnò, qualcun altro, era triste. Tra questi c’era Spiga, che ormai sera affezionato anche a noi piccole pesti.


mercoledì 10 dicembre 2014

COME POSSO INTITOLARE QUESTO RACCONTO



Oggi il computer ha voglia di collaborare, finalmente posso raccontare con l’aiuto delle foto cosa è successo Venerdì 5 dicembre.

COME POSSO INTITOLARE QUESTO RACCONTO? 

Io e mio nipote la Birba, ci siamo divertiti a fare il presepe. Gli altri anni rivestivo uno scatolone che usavo come piano, quest’anno il mio nipotino di 5 anni, è più alto e ho utilizzato una scrivania, fin qui tutto bene, un presepe come tanti, però è il nostro eccolo qui.



Birba ha tagliato il nastro adesivo per mettere la carta e il cielo con il mio aiuto, ha messo i sassolini per la strada, la paglia nella capanna, la fascina di legna vicino al fuoco, sta diventando proprio baravo, la sua parola d’ordine quest’anno è: “faccio io nonna”. Ha voluto la carta argentata per l’acqua e qui ci siamo aiutatati a vicenda. Praticamente è tutta opera sua tranne la montagna e qualche mia dritta. Lo facciamo ascoltando canzoni alla radio e ogni tanto balliamo, si fa per dire, diciamo che abbiamo saltato, visto che non ho mai frequentato sale da ballo se non da giovanissima.
 Alla fine siamo molto soddisfatti del risultato, bello o brutto, è il nostro presepe, il nostro capolavoro e lo ammiriamo con le lucine accese. Ovviamente Birba ha spento il lampadario della sala “per vedere che effetto che fa”, non so perché ma mi è venuta in mente la canzone di Iannacci, il gattone Cesarone si avvicina  e guarda il nostro capolavoro,  io lo guardo e canto “Vengo anch’io no tu no!” Birba ride, e insieme cantiamo “vengo anch’io no tu no”, facendo no con il dito al gatto che ci guarda seduto ritto sul pavimento scodinzolando. 



Comunque il nostro gattone sarà un micione ma è proprio un tranquillone, così dico al nonno e a Birba:
“Ma sapete che Cesarone è proprio bravo, oggi ho letto in un blog con il nome di una gattina –Myrtilla's house- un pezzo di Patricia Mol intitolato "Frivolesss" scritto il 4 dicembre, dove racconta l’impossibilità di fare il presepe e l’albero di Natale perché la gatta furbetta che ha, distrugge tutto. Il nostro Cesarone sarà un gattone grande e grosso ma  è proprio bravo e buono, più che toccare e rovesciare le statuine al bordo o le palline basse nell’albero di Natale non fa… Adesso che ci penso non ha mai tentato di arrampicarsi sull’albero”.
Mio marito conferma “eee sì, è proprio bravo”.
Nostro nipote la Birba accarezza soddisfatto il suo micione.
Io e il bambino andiamo in bagno a lavarci le mani, lui se le lava velocemente e mi dice: “ti faccio una sorpresa”, e scappa via.
Bah!!! Chi sa cosa starà combinando adesso? Sistemo l’asciugamano vado in sala  e… mio nipote sta dando l’aspirapolvere? Sì proprio così. Lui che per raccogliere i giochi dice sempre “Dopo”!!! E’ lì che aspira diligentemente i rimasugli di paglia… Sbalordita lo guardo e lui mi dice: “ti piace la sorpresa?” il nonno sorride e aggiunge: ”ha voluto farlo lui”.
Ma che bravo cucciolo abbiamo! Nonni gongolanti lodano una Birba gentile, ma che bella sorpresa sta proprio crescendo.
E’ ora di cena e Il ragazzo è già andato a casa con la sua mamma, io apparecchio e… guardo il presepe!!!



Opss!!! Ma, non è che Myrtilla e Cesare si sono telefonati?... O forse il piano più alto è molto più intrigante di un basso scatolone?
“Mai dire mai” perché è proprio la volta buona che succede...


Ora come intitolare questo racconto "La sorpresa" o "Mai dire mai"?

martedì 9 dicembre 2014

STANCHEZZA


Sembra che abbia un potere magico... quello di appesantire e fiaccare tutti con le mie richieste.
Così si è stancato anche lui, è da venerdì che il computer va a rilento, ragiona non si sa su che o chi... pensieri e problemi suoi che non mi vuole rivelare, è molto suscettibile, poi ogni tanto fa una pausa e si blocca.
Venerdì volevo postare un racconto con foto ma... ha deciso lui quelle che le piacevano e quelle no.
Sta di fatto che non sono riuscita a scaricare quelle che mi servivano al fine del racconto.
"Vabbè!"... Chissà?... Prima o  poi ci riuscirò.
Intanto sperando di risolvere il problema metto queste... che a lui sono piaciute.


Il presepe che abbiamo fatto divertendoci , io e mio nipote, e dopo...


un sano riposo di Birba il nipote, e Cesarone il gattone, uno guarda cartoni in TV, l'altro dorme beato. Spaparanzati sulla poltrona di bisnonna, si godono il momento relax approfittando della poltrona libera, Uffa (soprannome di bisnonna) sta sorseggiando il suo te pomeridiano, la signora è molto English.
Oggi quando Birba torna da scuola, ci tocca fare l'albero di Natale... Chissà se sarà divertente come lo è stato per il presepe? Spero di poter scrivere qui e documentare come è andata venerdì, computer permettendo... pomeriggio con finale esilarante.

venerdì 5 dicembre 2014

10 MELISSA E LA NUVOLA



LO SCIOPERO

Quella sera a tavola c’era un’aria pesa. Era tutto il giorno che tentavo di convincere la mamma di Chicco. Volevo che lasciasse venire suo figlio con noi, nel regno degli Elfi, il noi sta per Nino ed io. Inutile dirlo, Chicco ci appoggiava.
Avendo sempre ricevuto come risposta un NO secco, dalla signora Dolcetta, avevo organizzato uno sciopero della fame, a cui aderiva, con entusiasmo Chicco e caso strano anche Nino.
Qualsiasi cosa facevo o dicevo Nino trovava sempre qualcosa da ridire, ma la proposta dello sciopero l’aveva accettata subito. Io desideravo e lottavo perché il mio amico venisse con noi. L’idea di fare il viaggio con il nipote di Gnognò, che quando non mi ignorava, mi prendeva in giro, non mi andava giù per niente. Avevo bisogno di Chicco per rendere il tragitto meno pesante… ripensandoci, forse anche Nino, pensava la stessa cosa. Io non sono certo la tipa che sta tanto zitta. Così quella sera eravamo seduti a tavola tutti e tre davanti a deliziosi piatti fumanti che facevano venire l’acquolina in bocca, con le braccia conserte, e il viso imbronciato per ragioni diverse: Chicco, perché voleva venire dagli Elfi, io e Nino per non ritrovarci soli a faccia a faccia.
Gli adulti, erano decisamente sconcertati.
Timoteo  detto Gnognò intervenne:
«Su andiamo Dolcetta»
“in quel momento Dolcetta non mi sembrava affatto dolce”,
«un viaggio con i suoi amici» continuò lui «non gli farà certo male, è in vacanza. Ti prometto che, se lo fai venire, controllerò che  faccia i compiti» guardò me e Nino burbero «non illudetevi la cosa riguarda anche voi!». Nino ed io, che eravamo sconsolati al pari di Chicco, ci aggiustammo sulla seggiola, rassegnati.  Dolcetta finalmente si addolcì, acconsentendo. Per fortuna! Perché il mio stomaco brontolava parecchio, non so quanto ancora avrei resistito a quella farsa. Dolcetta non finì di dire sì che io Nino e Chicco già spazzolavamo accuratamente tutti i piatti di portata che avevamo davanti.
Il fatidico giorno era arrivato, finalmente partivamo per il Regno degli Elfi. Tutta la notte mi ero rigirata nel letto, dentro la mia testa c’erano troppe domande che richiedevano una risposta. Dov’era mia zia? Perché non viaggiavamo insieme? Da chi mai mi dovevano proteggere da dover prendere tante precauzioni, e poi, se mia madre era una fata, perché non lo ero anch’io? Era un Mago mio padre? Forse lui non era magico e io gli assomigliavo. Che io mi ricordi, non mi è mai scappata nessuna magia o puzzetta magica, come dicevano le fate dei loro piccoli. Insomma io, chi ero?
Quella mattina mi alzai dal letto con delle spaventose occhiaie. Dolcetta nel vederle, volle a tutti i costi che io mangiassi uno zabaione, la poveretta pensava fossi ammalata.
Gnò fece sparire le valigie picchiando sul pavimento tre volte le nocche della mano sinistra, parlando una strana lingua:-Sàttà Sobit Sàttà!!! TòòT quèl cat vàd a cà!- Mi spiegò, che i nostri bagagli ci avrebbero seguito sotto terra. Il suo popolo controllava tutto ciò che succedeva nel sottosuolo, e gongolando sottolineò che lì la loro magia era  la più forte di tutto il Diquamondo.
Gli acquisti alimentari erano stati portati davanti alla taverna, e furono spediti, nel suo regno, con una formula più complessa:-Sàttà Sàttà Sàttà Sobit Sobit Sobit Travels Tenebris, cucina gnomo Fortunato, Puf Puf Paf-  La scena era comica, il nano saltellò, un po’ come un canguro con il fiatone, e un po’ come un gambero ansimante e… puf improvvisamente la merce sparì. Il povero Gnognò si asciugò col suo fazzolettone rosso il sudore dalla fronte, forse aveva fatto troppi contratti di acquisto, e tutto quel saltellare lo doveva aver molto affaticato.
“Certo che qui, le strade, non sono intasate dai camion”.
Fata Poppy veniva con noi. Sosteneva che Agnese avrebbe potuto aver bisogno di lei, ma soprattutto era curiosa di vedere le reazione degli Elfi. Gnognò, nell’ascoltare le sue motivazione, sorridendo  mi sussurrò:
«C’è un po’ di rivalità tra i due popoli».

Boh! a me non interessavano le loro rivalità, volevo solo partire. Comunque percepivo che Gnognò era contento che ci fosse anche Poppy.

giovedì 4 dicembre 2014

NE CAPO E NE CODA



NON C’E’ CAPO NE CODA

La recita scolastica di Birba mi porta a delle riflessioni, questi narratori di 5 anni che andranno in prima elementare, troveranno chi li saprà valorizzare? Bellissima la parola Narratori, suona bene ne sono affascinata. Narratore colui che racconta, che ha “cose” da dire, se avete letto il racconto “Linguaggio da Birba” comprenderete perché abbia messo le virgolette alla parola “cose”, inutile, amo mio nipote e le sue espressioni.  Pensieri senza capo ne coda. Si avvicina il tempo per la scelta della scuola, della classe, tempo pieno, modulo… boo… che fare? Ogni età ha le sue scelte. Ma non è il tipo di classe che segnerà il percorso di crescita e apprendimento di questi Narratori ma le persone che incontreranno. Chi accoglierà questi Narratori saprà far amare la scuola a queste Birbe? Troveranno insegnanti che oltre al sapere sapranno ascoltarli, osservarli, tentare di  capirli, condurli, seguirli, farli crescere nella loro globalità? Fondamentale per far passare messaggi è una buona relazione, e questa sintonia passa attraverso la comunicazione verbale e non verbale (il gesto, lo sguardo, insomma il linguaggio corporeo). La parola “Narratori” mi ha fatto scattare una serratura che era lì chiusa e latente, la parola e il passaggio di scuola me l’hanno fatta  riaprire, dentro al cassetto chiuso c’è la riflessione sulla “ Comunicazione”. Credo fermamente che chi si occupa di insegnamento, si debba avvalere di una buona comunicazione (facile a dirsi difficile da fare, ma già averne la coscienza aiuta). Nella Comunicazione, non c’è un capo e ne una coda, non c’è un inizio e una fine, la comunicazione è un cerchio che gira parte e ritorna. Si ascolta, si metabolizza, si impara, si dissente, si risponde, si allarga, ritorna, si riflette, si ririsponde...
Non si può comunicare a senso unico, ci vuole l’ascolto e l’osservazione  dell’altro. E questo processo non deve avere ne un capo ne una coda, ma deve crescere e allargare, altrimenti non è comunicazione ma un soliloquio.

Nella scuola chi fa parte di queste cerchie? I bambini, l’insegnante, i genitori, la società. La scuola è per i bambini, lì, loro devono essere aiutati ad apprendere, ma anche a rapportarsi correttamente tra loro (comunicazione). Gli adulti devono collaborare e aiutare questo processo di crescita. Chi coordina le cerchie di comunicazione  nella scuola, deve essere l’insegnante, una buona comunicazione crea una buona relazione e un buon ambiente dove far passare l’apprendere. L’insegnante deve avere l’occhio che colga il bambino nella sua globalità, e per questo occorre un buon passa parola tra casa e famiglia. Un buon educatore deve aiutare e far crescere anche il gruppo di genitori, creando armonia e integrazione.  Non ci deve essere prevaricazione di ruoli, ma collaborazione, altrimenti non c’è buona comunicazione. Occorre l’umiltà da parte del genitore di apprendere da chi ha più competenza in materia, l’insegnante a sua volta deve tenere i canali di ascolto  aperti per conoscere meglio il bambino. Mi stupisco sempre più di come questo processo, passi solo attraverso colloqui sporadici, quando le Birbe mutano e crescono alla velocità della luce. Ho l’impressione che adulti e bambini viaggino a velocità diverse, come possono insegnanti e genitori conoscere i loro bambini se non sanno cosa succede quando sono a casa e viceversa? Hanno entrambi una conoscenza del bambino parziale. Una buona società nasce, cresce ed esce, della scuola, e parte fondamentale è la corretta comunicazione che porta al rispetto dell’altro. Ecco cosa intendo con il titolo e l’etichetta “Non c'è capo e ne coda”. Narratori e insegnanti, fateci sognare, siate portatori di un futuro migliore.   

martedì 2 dicembre 2014

Linguaggio da Birba


"Ciao Birba cosa hai fatto oggi a scuola?"
"Ho fatto le cose"
"quali cose?"
"Ma quelle che mi hanno detto di fare!" Chiuso il discorso. Tu nonna volevi sapere di più? Accontentati perché Birba si è già fermato a guardare la nuova vetrina del cartolaio piena di oggetti Natalizi e... aiuto... ci sono anche Tartarughe Ningia, astucci e zaini con l'immagine di Spider Man... Super Aiuto!!! Riuscirà la nostra eroina Super Nonna a togliere il nipote dal vetro e dirigersi verso casa?... Wawww... si sono aggiunti altri amichetti anche loro appena usciti da scuola, mi sa che qui ci mettiamo le radici. E invece no! Il gruppo delle pesti ha deciso che è più bello rincorrersi. Giulive e contente, mamme nonne, segue il branco, approfittando della spinta accelerata dei propri pargoli. Inspiegabilmente raggiungiamo casa e... quando meno te l'aspetti Birba ti racconta che ci sono gli indiani penna bianca e penna nera.
"Davvero?!! Ma che bella storia mi stai raccontando."
"No no, c'è una tenda dove troviamo i messaggi che ci dicono di seguire le tracce e che dobbiamo disegnare, tratteggiare, pitturare... bla bla bla bla bla bla bla...  Ma gli indiani penna nera sono furbi, ma noi penna bianca bla bla bla bla bla". Però! Brave queste insegnanti, sono riuscite a far amare hai propri bambini gli esercizi di prescrittura (nonna felice con un sorriso ebete sulla faccia). Il ragazzo non ha mezze vie, o ti intontisce di bla bla bla, o è conciso, succinto, stringato, super breve ecc.
Siamo in Dicembre, che può fare una nonna che non vuole invecchiare nello spirito? Bazzica nel mondo dei bambini (un po' della mia vita precedente di insegnanti di scuola dell'infanzia mi è rimasta appiccicata addosso), così frequento il gruppo di "Incantastorie" della biblioteca, e mentre scegliamo delle bellissime favole di Natale da leggere pubblicamente, una mamma racconta che la sua polpetta di 5 anni, alla domanda cosa hai fatto a scuola, le ha risposto imbronciata:
"O insomma!!! Non è giusto i piccoli ballano, i 4 anni cantano e io devo parlare e ci sono anche delle parole difficili". Tutti ridono, io la guardo incantata e penso, e Birba? Che parte ha Birba?
Mi riprometto di chiedere, ma quando il giorno dopo lo vado a prendere da scuola, Birba ha in testa solo il basket
“ Tu nonna non entrare nello spogliatoio che faccio tutto io, ci penso io bla bla bla bla…”
Che ci posso fare… mi intorta, così mi dimentico di chiedere, di sicuro ha fatto cose, quali cose non si sa, però sono quelle cose che gli hanno chiesto di fare.
Mentre lui gioca felice e beato, sto proprio pensando a queste cose, quando dei genitori che conosco cominciano scherzare:
“o quest’anno siamo cresciuti di grado, da pecorelle sono diventati Angeli e Birba cosa fa?” Mi chiede una mamma ridendo, e mo che gli dico?
“Boo!!! Non mi ha ancora detto nulla… ma sapete già tutti cosa fanno le vostre pesti allo spettacolo di Natale?” Un po’ sì e un po’ no, menomale che non sono l’unica a non essere aggiornata, molto probabilmente mia figlia, la mamma di Birba, sa, ma con tante cose da dire e fare di questo non abbiamo parlato.
Mi riprometto di chiederlo a Birba al ritorno in macchina.
E così chiusi, dentro il bozzolo confortevole della macchina, avanziamo nelle tenebre di ritorno verso casa e comincia lui:
“E’ notte.”
“Eee già! Ora le giornate fino a Natale si accorciano e il buio arriva presto, ma a proposito di Natale, tu, alla recita, che parte fai?” Lui tranquillo e serafico
“Il narratore”
“ah!... Ma ci sono parole difficili da dire?”
“Dico quello che mi dicono di dire.” come per dire -o bella è così!-
“Ahh!! E cosa devi dire?”
“ C’è grande fermento tra gli Angeli Bla Bla bla…”
“Ah!”
Il narratore… il mio cucciolo è il narratore, ma può una nonna essere più scema di così, mi sto sciogliendo mentre guido, -IL NARRATORE- già me lo vedo che incanta il pubblico con il suo eloquio o sproloquio… Lui è il NARRATORE… Sto già volando anche se non ho le ali, ma il narratore mi tira con i piedi per terra.
“Io sono l’Angelo pensatore… e i pensieri si costruiscono tutti qui e indica la testa.”
“Ma allora i 5 anni sono tutti Angeli?”
“Sì”
“e tutti parlano?”
“Sì”
“Aaa! Ma che bello. Sono proprio curiosa, curiosa di vedervi recitare.” Ma l’Angelo pensatore è già con i sui pensieri tra le nuvole, e io da sola mi do della deficiente, ma perché noi adulti vogliamo che i nostri pargoli siano più speciali degli altri? Per fortuna che nella mia vita precedente ero un’insegnante.