venerdì 2 gennaio 2015

14) MELISSA E LA NUVOLA

EHLORO IL SUPREMO

Il mattino seguente si andava tutti in paese. Noi bambini e Mora eravamo stipati sul calesse di Poppy, mentre Ferruccio e Gnò ci seguivano a cavallo. Poppy voleva andare a salutare Ehloro, il capo degli elfi, io invece speravo di vedere Agnese. Quella mattina avvertivo come un presagio negativo, a tutti chiedevo quando sarebbe arrivata la zia, e il povero mal capitato di turno mi rispondeva: «Oggi».
«Ma oggi quando?» tutti alzavano le spalle senza rispondere. Mora fu l’unica che mi rassicurò: «Non ti preoccupare Melissa arriverà, e la prima che vorrà vedere sarai tu.»
Ero in ansia senza capire il perché, a volte mi capitava anche nel mondo reale o Tunturlo… o Dilamondo o come cavolo si chiama.
Ero proprio confusa e frastornata, da quando ero partita da Pavullo nel Frignano me ne erano capitate di tutti i colori.
Il paese si chiamava Villaggio Bianco, si stendeva su un lato della montagna, nell’altra sponda del torrente. Al Villaggio Bianco di che colore potevano mai essere le case? Ma bianche! Ce n’erano di grandi, piccole, quadrate, rettangolari, ma tutte rigorosamente bianche, con grandi terrazze con pergolati e tendoni parasole ovviamente bianchi. Si respirava un’aria serena e tranquilla. Sotto la fresca ombra estiva dei tendoni si scorgevano persone che leggevano o scrivevano. Le terrazze erano come salotti. Lungo le vie del paese s’incontravano gruppetti di persone con fresche vesti, lunghe e bianche, che chiacchieravano o passeggiavano. Altri erano vestiti con pantaloni e casacche con le varie sfumature del bosco, questi avevano cesti di erbe a mazzetti ben divise, appena raccolte.
Nel punto più alto del paese c’era l’abitazione del Supremo elfo. Il palazzo era una grande costruzione bianca e semicircolare che abbracciava la montagna. Lungo il suo perimetro c’era una grande loggia ricoperta di edera che si affacciava sulla vallata dominandola. Alla reggia si accedeva attraverso una scala scavata nella roccia.
Allo, mi bisbigliò:
«E’ la grande casa dove gli elfi si riuniscono e prendono le decisioni più importanti» avvertii nella sua voce un misto di riverenza e rispetto «qui si decide tutto.» Ovviamente la riverenza e il rispetto durarono poco.
Mora e Poppy avevano il loro bel da fare nel tenere a bada noi bambini chiassosi, ma per quanto si fossero raccomandate di essere dei bambini educati e per quanto noi avessimo giurato di sì, ci presentammo alla reggia per quello che eravamo, cioè dei bambini. In un attimo di distrazione delle due povere donne imboccammo la scalinata gareggiando a chi sarebbe arrivato prima. Non era colpa nostra se il Supremo si accingeva a scendere, e non era colpa nostra se la scala saliva tutta a curve, come si faceva a vedere cosa c’era dietro? Così tutti e cinque, ma solo perché il sesto, il piccolo Gigaro, non camminava ed era in braccio alla madre, se no ci sarebbe stato anche lui, investimmo un ignaro e superbo elfo, mandandolo a gambe all’aria.
Le due sventurate donne quando arrivarono in cima alla scala trovarono un mucchio di corpi accatastati, con sotto il povero Ehloro.
La sorpresa fu tale che esclamarono in coro:
«Oh! Per il corno di unicorno!!» seguito da esclamazioni confuse tipo: «Oh! Supremo», «Quale vergogna!», «Oh! Come possiamo scusarci?» Seguito da un reverenziale «Non ci sono scusanti per un affronto simile» e ancora un po’ per l’imbarazzo si sarebbero prostrate a terra, come forse era il caso fare, visto che sotto c’era il Supremo, ma era meglio risolvere quell’aggroviglio di corpi.
Mora e Poppy avevano il loro bel da fare nel tirarci su, quando sbucò dalla scala Aron, che nel vedere la scena scoppiò in una sonora risata seguita da un canzonatorio:
«E’ così che badate ai bambini voi due?»
Poppy lo fulminò con lo sguardo. Ehloro intervenne arrabbiato:
«Arton, invece di ridere vuoi degnarti di tirare su tuo padre?»
«Sì, sì scusa» faticava a trattenere le risate «ma vedi, ho incontrato nelle stalle Gnognò e Ferruccio che sistemavano i cavalli, e mi hanno raccontato che il viaggio da casa a qui è stato un tormento. Una tiritera di raccomandazioni da parte di queste due donne verso questi poveri bambini e poi …» Aveva tirato su il padre , ma ora rideva di gusto contagiando Ehloro e noi bambini. Poppy lo guardava in cagnesco, Mora era sinceramente imbarazzata. Quando arrivarono Timoteo e Ferruccio ci guardarono meravigliati senza capire perché ridevamo tanto, e francamente non lo so neanche io. L’avevamo fatta grossa, buttare a terra il capo del popolo degli elfi era una bella irriverenza, ma se ridevano Aron e Ehloro, ridevo anche io, meglio ridere che essere sgridati. Nel  mondo Tunturlo per una simile irriverenza come minimo finivo querelata, che non so cosa è, ma lo sento dire spesso dalla zia. Ma dove era Agnese, l’ansia mi assaliva sempre più.
Ehloro con un gesto cortese indicò la loggia «Su via signore, non drammatizziamo l’accaduto, andiamo a sedere a bere qualcosa.»
Ci portò in un salotto accogliente. Mi aspettavo che, superato il momento iniziale, ci rimproverasse, e invece ci presentò un bambino. Il suo nome elfico era Vision, un ragazzino alto e magro, con i capelli neri e dritti che gli coprivano le orecchie, aveva occhi scuri e penetranti. Sembrava imbarazzato, ma lo sarei stata anche io se undici paia di occhi, non contiamo quelli di Gigaro che dormiva fra le braccia della mamma, mi avessero guardata così come facevamo noi, gli adulti con interesse, noi con curiosità. Ehloro lo fece sedere accanto a sé, e continuò:
«Vision è uno dei tre bambini sopravvissuti al incidente dell’astronuvola, verificato otto anni fa: uno era elfico, ed è Vision, uno era del mondo dei nani, e l’altro era… non so neppure io cosa dire del terzo.» Poppy si rizzò dalla poltrona attenta, mentre lui continuava «potrebbe essere del popolo delle fate come potrebbe essere elfico» la fata fece una smorfia. «La cosa certa che vi posso dire è che col tempo scoprirà da solo quali poteri e caratteristiche sente di avere.» Gli adulti annuirono. Inutile dirlo io ero stupita e con la bocca aperta, ma nessuno se ne accorse, l’aria era tesa, Papaver intervenne, la sua voce risultò pacata, ma a me sembrò un po’ alterata:
«Non sarebbe il caso di aspettare Melina?»
«Sì, hai ragione dovrebbe essere già qui. Mentre aspettiamo vi faccio assaggiare la mia nuova tisana che apre la mente e acuisce i poteri.» Ehloro batté le mani e subito due elfi con una tunica bianca portarono una torta con una teiera fumante e ci servirono. Tutti eravamo silenziosi, non so il perché,  ma capivo che il momento era importante, tenevo la tazza tra le mani, quando mi sentii mancare… La tazza cadde, finendo in mille frantumi, mentre  io dicevo, flebilmente, scivolando giù dalla poltrona:
«La zia … salvate la zia!»
“Ma perché lo dicevo? Avevo una strana confusione in testa.”
Poppy e Gnò, mi furono subito accanto prendendosi cura di me, mentre percepivo che Aron diceva:
«E’ successo qualcosa, è successo qualcosa a Melina, bisogna andare.»
Aprii gli occhi e vidi che il giovane si precipitava giù dalle scale seguito da Ferruccio. Gnognò urlò:
«Ehi, aspettate,  vengo anch’io!» mentre con le sue gambette corte arrancava dietro ai due.
«Piccola come stai?» Poppy mi reggeva la testa con espressione molto preoccupata, alla mia destra c’era il Supremo. Mora aveva il suo bel da fare nel tenere lontano i miei amici, Chicco sbraitava:
«Ma perché non mi posso avvicinare? Melissa, Melissa!»
«Su da bravi, non possiamo stargli tutti addosso, lasciatela respirare.» Mora li stava portando via dalla terrazza. Isotta arrivò correndo, quella mattina non mi aveva seguita. Si avvicinò silenziosa, poi annusandomi cominciò a fare le fusa strofinandosi a me. Ehloro sbottò:
«E questo cos’è? Glielo avete dato voi il gatto?» guardava dubbioso Poppy.
«No, è stato il gatto che ha scelto lei. Eravamo tutte impegnate per la festa del nostro paese, Melissa in quel momento era proprio uno dei nostri ultimi pensieri» sostenne Poppy con enfasi, «quando ce ne siamo accorte, il gatto c’era già. Abbiamo chiesto a Melissa dove l’ aveva trovato e ci ha risposto così.»
«Così, come?» Il Supremo era chiaramente alterato
«Che nessuno glielo aveva dato, che lei non lo aveva cercato, e che era stato il gatto a farsi trovare da lei.»
Arrivarono dei servitori con dei sali.
«No, non ce n’è più bisogno, è già rinvenuta, è meglio potarla a letto» disse Ehloro. Mi aiutarono ad alzarmi e mi portarono in un’ampia stanza, con un comodo letto a baldacchino bianco. Una parete dell’ambiente aveva un leggero tendaggio bianco, la brezza estiva entrava, facendo muovere dolcemente la tenda.  Frastornata chiesi a Poppy:
«Chi è Melina?» lei guardò Ehloro che allargò le braccia come dire, -fai tu-. «Melina, Melissa, è tua zia Agnese» mi stava sistemando le coperte.
«Perché la chiamate così?»
«Preferirei aspettare che fosse lei a  raccontartelo» rispose la fata. Ehloro, preoccupato, intervenne:
«Come ti senti?»
«Non so cosa mi sia successo, io non sto male, io … io …» non sapevo spiegare cosa provavo, lui mi fissava interessato, ed esordì:
«Sei in ansia, questo lo vedo bene, ma non distingui ancora bene il perché.» La fata sembrò scocciata.
«Ehloro non trarre conclusioni affrettate!»
«Mi era sembrato che il solo profumo della tisana avesse acuito nella bambina il senso percettivo, … Ho l’impressione che Melissa abbia delle sensazioni intense.» Papaver sbuffò:
«Per piacer Ehloro usciamo di qui e lasciamola riposare!»

Riposare? Avevo una ridda di domande e sensazioni che mi frullavano in testa che il riposo era uno dei miei ultimi pensieri.

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