sabato 24 gennaio 2015

17) MELISSA E LA NUVOLA

NEL REGNO DEGLI ELFI

Per tutta la settimana seguente la preoccupazione, per la zia che non si risvegliava, mi faceva girare per la reggia come un fantasma triste e sconsolato, tutti cercavano di consolarmi. Vito fu molto carino anche se non gli avevo chiesto scusa mi portava in giro per il paese su un moschitoscopa, un modello  vecchio e lento, più adatto ad essere usato da noi ragazzi che le scattanti motoscopa usate dagli adulti, ma pur sempre un oggetto volante che nel mondo Tunturlo non esiste. Si andava dai nostri amici, a casa di Mora e Ferruccio.
Alla vista del moschitoscopa Mora storceva il naso, ma le decisioni del Supremo non si potevano discutere senza mancare di rispetto, così assisteva passiva alle scorribande nostre e dei figli, con quel vecchio e rumorosissimo ronzino, con la raccomandazione di non allontanarci da casa. Chicco e Nino erano ancora loro ospiti.
In quelle giornate seguivo i miei amici nei boschi mentre giocavano a rimpiattino o facevano il bagno nel ruscello. Quando venivano loro, accompagnati da Mora,  andavamo a giocare nella piazzetta del paese a pallone con gli altri ragazzi del luogo, ma tutte le volte era una gara per convincermi a partecipare, io li seguivo, ma la mia mente era altrove.
Mora andava a trovare Melina, l’elfa era davvero super impegnata con tutti quei bambini, dato che Ferruccio, Gnognò e anche Poppy continuavano ad indagare sull’accaduto.
Nino, vedendomi depressa, era meno polemico. Capitava che ci sedessimo sui gradini della famigerata scala, e riuscissimo a chiacchierare senza battibeccare. Imparai che Gnò era l’unico parente che aveva, così scoprii che io e Nino avevamo parecchie cose in comune. Non avevamo i genitori ed eravamo accuditi da un unico parente, zio o zia che fosse. Capii che la sua antipatia iniziale nei miei confronti non era altro che gelosia per quell’unico zio, che invece di andarlo a prendere da scuola, per le vacanze estive, se ne era andato a prendere una perfetta sconosciuta, mentre lui aveva dovuto fare il viaggio con un nano mai visto, scorbutico e poco loquace.
Quel giorno ero sola. Vito era ad esercitarsi con Ehloro sulle magie elfiche con Allo e Centaura, al poligono, così non erano venuti alla reggia. Invece di girovagare sconsolata per la grande casa, decisi di passeggiare per il paese a piedi. Gruppetti di bambini scorazzavano allegri, mi sembravano secoli che anch’io, non mi divertivo così. Alcuni di loro mi guardavano incuriositi, tra loro c’era una bambina con i capelli rossi che mi guardò altezzosa, ma perché poi? Lei continuava a fissarmi, e pensai “ma che vuole quella lì? Poi sono più belli i capelli rossi della mia amica Valentina!” Quando vidi Nino che mi veniva incontro correndo, con quelle sue buffe gambette che lo facevano dondolare, mi sembrò che la tipa rossa nel vedere la scena sorridesse con scherno. Mi stava proprio antipatica. Nino urlò:
«Ehi Melissa, vieni con me?» La rossa  ci guardò con disprezzo e mentre ci allontanavamo insieme, chiesi:
«Ma chi è quella?»
«Quale? … Ah sì quella, è Potentilla Vaniatosa, ma tutti la chiamano Vania carina vero?»
«Carina? ... Mah! ... Voi ragazzi avete proprio degli strani gusti!!»  feci una smorfia, ma sapevo benissimo che la mia era pura invidia, però  avvertivo in quell’antipatia qualcosa d’altro.  Nino continuò:
«Vito dice che, tra le ragazze, è la migliore negli esercizi elfici, anche Allo lo dice. Oggi, dopo il poligono, si esercitano anche ad un percorso con salti ad ostacoli nel bosco elfico con i loro veloci cavalli, e sai la nuova?...» Il mio sguardo  indifferente non lo fermò dal proseguire con enfasi « Oooo… Chicco è con loro!…»  lo ascoltai con più attenzione « Eheheheh… Mora gli ha dato un poni, è un poni di razza elfiexpres.»…   Aveva un sorriso sornione «Sarà difficile che riesca a stare dietro al gruppo… Oooo, Cicco era così contento di poter cavalcare con loro, che ha detto che non gli importava se era ultimo e perdeva il gruppo nel bosco. Non è da tutti far parte di un gruppo elfico anche se solo alla partenza.»
«Che non si azzardino a lasciarlo indietro…»
Nino stupito: «E’ solo un gioco!» ma io visibilmente alterata:
«Gioco o non gioco se non gli danno il vantaggio che gli aspetta se la vedranno con me!»
Nino mi guardò perplesso e dubbioso.
«Beh!... Che sarà mai?!! Comunque oggi pomeriggio alle cinque sentiremo come è andata.»
Nella grande casa la tisana delle cinque del pomeriggio, servita nel salotto sotto la loggia, è un rituale a cui nessuno vuole rinunciare. Alle cinque le strade del Villaggio Bianco diventavano deserte, tutti trovavano un po’ di tempo per un buona e aromatizzata tisana possibilmente in compagnia.

Nino mi portò nell’Arena elfica. L’Arena del pese elfico e il Poligono erano famosi  per le loro strutture sportive e attiravano durante i mesi estivi  bambini e adolescenti dai vari regni del Magicogiga per esercitarsi ed allenarsi. Vicino all’Arena vi era un Campus estivo molto frequentato. Nino aveva conosciuto un gruppetto di nani, suoi coetanei, quel giorno i suoi amici si esercitavano al tiro dell’ascia colpendo un grosso bersaglio rosso con un cerchio giallo e il centro più piccolo verde. Era come il gioco delle freccette, solo che si usavano delle asce leggere. Tra i suoi amici c’erano anche due simpatiche ragazze nane, che Nino mi presentò, Nanà e Ninì. Decidemmo di sfidarci al gioco delle asce, formammo due squadre da tre, io ero con Ninì e Nanà. Dopo i primi colpi maldestri riuscii a capire come lanciare quello strano attrezzo leggero, seguendo i suggerimenti delle nanette.  Inutile dirlo, dopo un principio catastrofico, principalmente dovuto alla mia inesperienza con quel coso o attrezzo da boscaiolo, alla terza partita vincemmo noi ragazze. La nostra reazione fu esageratamente da Super Vincitrici, scordandoci completamente delle partite perse. Ninì e Nanà cominciarono ad urlare saltando dalla gioia facendo sberleffi e pernacchie a destra e a manca, coinvolgendo anche me, mentre Nino e i suoi amici ci guardavano con sufficienza. Arrivarono le cinque senza che ce ne accorgessimo. Era il fatidico momento della tisana. Non so spiegarvi bene che cosa ci sia di bello in questo, bisognerebbe essere nel paese elfico per capirlo. Una cosa è certa, non è la tisana che fa il clima giusto, io non le amo particolarmente, ma è l’atmosfera che si respira, che in nessun altro luogo, se non nel paese elfico, ha un valore così intenso. E’ un momento tranquillo e magico  che vede riuniti, adulti e bambini. Tutti possono raccontare come hanno passato la giornata, o cosa si pensa riguardo ad un determinato argomento. La cosa magica, è che tutti hanno la voglia di ascoltare e di essere ascoltati. E’ bello perché sottolinea l’avvicinarsi della sera, la fine del lavoro quotidiano, e cosa interessante è che a tutti, sia si tratti di un adulto, o un bambino, viene data la stessa importanza. E’ un momento magico, in cui le preoccupazioni accumulate durante la giornata, una volta raccontate e condivise con gli altri, si sciolgono come neve al sole, in questo caso nella tisana, per essere più sereni e leggeri l’indomani. Quel giorno Chicco era euforico. Aveva fatto anche lui il percorso che avevano fatto i suoi amici, era veramente orgoglioso di essere arrivato, ultimo, ma pur sempre ai calcagni di cavalli elfici, noti per la loro velocità. Io avevo il sospetto che Ehloro, non avesse fatto ai ragazzi richieste troppo difficili, mentalmente lo ringraziai e … lui mi sorrise … “Cavolo! Mi ha letto nel pensiero?” Devo ammettere che, più lo conoscevo, più lo stimavo. 

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