venerdì 13 febbraio 2015

20) MELISSA E LA NUVOLA

MELINA

Festuca, una elfo silenziosa, bionda e diafana di circa venti anni, mi seguiva ovunque. Stanca di avere un’ombra perenne alle costole, decisi di andare dalla zia.
Festuca si fermò sulla porta e mi lasciò entrare da sola. Avvicinai una seggiola al letto e appoggiai il capo sulla candida coperta tra le braccia addormentandomi. Nel mio sogno qualcuno mi accarezzava … Mi svegliai sbadigliando.
Ma cavolo! Una mano continuava ad accarezzarmi. Agnese mi stava sorridendo. Le lacrime mi salirono agli occhi, ma orgogliosa tentai di darmi un contegno:
«Mi è andato qualcosa in un occhio». La zia rise. Rincuorata, nel vederla sorridere, le chiesi belando come una pecora:
«Cooome staai?»
Lei alzando le spalle mi rispose «Bene». Come se non fosse mai successo nulla.
Finalmente una buona notizia. Un po’ di ansia se ne andava, ed io ritornavo ad essere la solita ed impaziente Melissa. Incrociai le braccia al petto e chiesi finalmente con voce decisa:
«Ma perché, ti chiami Melina?»
«Perché sono la fata del melo selvatico, Melina Malus Sylvestris. La tua mamma era mia sorella, la fata Melania Malus Sylvestris».
Cavolo! La cosa si faceva interessante. Quando gioco con le mie amiche le mie aspirazioni sono sempre modeste.
Beh!! Quasi modeste, voglio dire che fare la principessa con dei super poteri è nel sogno di tante bambine come me! Non che m’importi un gran che di primeggiare su tutti, ma giusto per avere un lungo vestito con veli, scarpe col tacco e che ne so anche un braccialetto luccicante e un diadema in testa.
E poi dai, sì, lo ammetto, vorrei essere un tantinello speciale e non pasticciona come sono e
“Cavolo, cavolo!” Adesso scopro che sono figlia della fata -Malusnonsocosa-. Quel nome che non avevo ancora memorizzato suonava molto bene alle mie orecchie, sognai ad occhi aperti un favoloso castello, e io seduta su un trono dorato.
Mi sembrava un titolo importante! Così mi ripresi, ed esclamai con esultanza:
«Ehi!... Allora anch'io sono una fata Malus ecc.!»
Lei mi guardò arricciando le labbra.
«Non lo so!»
Oh, oh, stavo di nuovo precipitando nella normalità.
Poi Agnese sorridendo riprese: «Non ti montare la testa, è che la tua mamma è emigrata in questo paese quando aveva venti anni per studiare gli usi e i costumi degli elfi». Guardavo la zia senza capire, ma lei continuò: «Eee già! Qui si è innamorata di un ragazzo meraviglioso. Il problema è che era un elfo…» continuavo a guardarla perplessa. «Tuo padre Arturo Quercus. Loro, erano veramente molto innamorati e sono andati contro tutte le tradizioni, tanto che si sono sposati».
Mi guardava intensamente e dovette capire che non comprendevo. Allora continuò: «Non succede spesso che nel nostro mondo si mescolino le razze. Anzi ad essere sincera non era mai successo. Gli elfi si sposano tra di loro e le fate con i loro simili, cioè i maghi».
Avevo la bocca spalancata dallo stupore, ma prima che la zia potesse riprendermi, esclamai:
«E allora?»
«E allora e allora… Non sappiamo se sei una fata o un elfo o cosa…»
La notizia mi lasciò sbigottita.
«Ma io non mi sento né fata, né elfo. Io sono la solita Melissa e non so fare nessuna magia».
Il dubbio dentro di me si instaurò, e il mio pensiero divenne certezza. “Non sono né fata e né elfo, non sono nulla di speciale, sono la solita pasticciona di sempre e sempre lo sarò”.
La zia mi diede un pizzicotto sulla guancia,  distogliendomi dalle mie insicurezze.
«Sciocchina la magia si impara, nessuno ti ha ancora insegnato ad utilizzare i tuoi poteri. Sono gli adulti che devono aiutarti ad utilizzarli. Prima bisogna capire chi sei. Non puoi certo usare una bacchetta se sei una elfo, e non puoi usare la melodia e la lingua elfica, che avvolge e incanta, se sei una fata».
Ero ancora più sbigottita e avevo la bocca aperta. Davvero la zia credeva che potessi appartenere a categorie così speciali?
Agnese rise. «Attenta alle rane!»
Anche io questa volta risi di gusto: «Oooh, anche tu con questa storia delle rane!»
E lei: «Che storia?»
Feci una smorfia. «Ma sii … me lo dicono in continuazione tutti».
Mi scompigliò i capelli. Cominciavo a capire. Non tutto, ma era già qualcosa.
«Perché hai cambiato nome e perché non abbiamo viaggiato insieme?»
«La mia signorina perché…» mi guardava con quel suo dolce sorriso, che conoscevo e che tanto mi era mancato.
«Ti ho già spiegato il perché del nome cambiato alla fiera delle fate, ma capisco che tu possa essere confusa, perciò cercherò di essere più chiara. Vedi, ho dovuto cambiarlo per poterti accudire, ma questo te l’avevo già detto no?» Accennai un sì con la testa «Non ricordo bene cosa ti ho raccontato tra il pasticcio dei piatti rotti e il rapimento di Misotys, forse mi ripeterò».
Mi misi a sedere sul letto con le gambe incrociate, sistemandomi meglio, pronta per una lunga chiacchierata.
«Dai racconta! Non ha importanza se ti ripeti, tu racconta».
Inutile dirlo, mi sentivo sempre più facente parte di una storia da favola.
La zia incrociò le braccia e fece un buffo muso.
«D’accordo curiosona. Il Consiglio aveva deciso di proteggere i tre bambini che si erano salvati dal incidente del Nuvolcargo» La interruppi.
«I tre? … Chi è il terzo?» Mi ricordai che anche Ehloro aveva detto che eravamo in tre.
«Ma non so a chi tu ti riferisca, comunque uno è Vito l’altro è Nino e poi» non riuscì a finire la frase che intervenni:
«Nino??»
«Sì. Lo conosci?»
«Conosco un Nino, ma è quel Nino? Il Nino nipote di Gnognò?»
«Sì proprio lui». Inutile dirlo, avevo la bocca spalancata. Direi proprio che io e Nino, al di là dell’aspetto fisico, avevamo parecchie cose in comune. Agnese continuò.
«Stavo dicendo? Ah sì, l’incidente del nuvolcargo. Non risultò che ci fosse stato un errore del pilota, ma non riuscimmo neppure a stabilire se fosse stato causato da un sabotaggio. Sai, i polimaghi, allora, erano sotto l’autorità dai Re Tiranni. Re Crudelio, Re Malalingua e Re Caino, erano despoti terribili e feroci, e se loro dicevano che non c’era nulla da indagare e che non era un attentato, tutti obbedivano. Nessuno di noi osava contraddirli in pubblico, ma in privato … Beh, in privato tutti si lamentavano. Nessuno di noi è malvagio nel animo come lo erano loro. Desideravano solo il potere e la ricchezza. A noi fate e maghi non serve la ricchezza, a noi interessano le bellezze della natura, il bene del pianeta, e di questo parere sono anche gli elfi e parte dei nani. Si formò un gruppo di persone, appartenenti ai tre regni, che si riuniva in gran segreto per tentare di togliere il potere ai Re. Queste riunioni venivano chiamate Consiglio. I primi che accorsero per aiutare i superstiti della disgrazia, furono i membri di una squadra elfica capitanata da Ehloro, che si trovò di fronte ad una scena raccapricciante. In mezzo ai rottami trovarono la stanza di evaporazione intatta. Il nuvolcargo era piccolo, e la sua stanza di entrata e di uscita poteva contenere solo tre persone alla volta. E’ risaputo che l’ambiente più sicuro degli oggetti volanti morbido e resistente agli urti, è la parte che deve toccare il suolo, cioè la stanza di evaporazione. Lì trovarono voi. I vostri genitori, avevano tentato di mettervi in salvo e ci erano riusciti. Ehloro vi nascose e riunì il Consiglio in gran segreto. Se si trattava di un attentato, di certo, centravano i Re. Chi poteva volere la morte delle nostre menti migliori? Quindi, erano da proteggere anche i piccoli. I Re erano così perfidi che avrebbero potuto uccidere anche loro.  Così si decise di tenere i bambini il più lontano possibile dal nostro mondo, diffondendo la notizia che nessuno si era salvato. Io in quel periodo ero ancora convalescente a causa di un duello avuto con un Roliopet».
Un brivido mi attraversò la schiena ripensando a quell'essere viscido. La zia intanto, ignara di quello che mi era successo, continuava il suo racconto.
«Beh! Lui voleva danneggiare con la sua melma un’intera vallata di mele, in Italia, precisamente nel Trentino, ed ero depressa. La notizia della morte di mia sorella mi gettò nel più nero sconforto. Solo tu mi eri rimasta». Il labbro inferiore le tremò, gli occhi si fecero lucidi e si fermò a pensare.
Ero abituata a vederla con gli occhi lucidi, ma quel giorno avevo gli occhi lucidi anch'io e incalzai:
«Allora cosa hai  fatto?»
«Chiesi aiuto al popolo delle fate come sua cittadina, al popolo degli elfi come zia di un loro cittadino» mi sfiorò il naso con un dito «tu!... Sì proprio tu Melissa Malus Sylvestris Quercus. Poi chiesi aiuto anche ai nani tramite il mio amico, Gnognò. Lui, in quel momento mi capiva molto bene, visto che suo nipote era uno dei tre bambini. Così, quando il Consiglio si riunì, si trovò gente che perorava la mia causa in tutti e tre i Regni. L’incidente in cui ero incappata in Trentino mi aveva procurato un danno irreparabile, ma anche una certa notorietà, che giocò a mio favore. Il Consiglio votò al unanimità e acconsentì a patto che  cambiassi nome. Avrei destato sospetti: che cosa ci facevo io nel mondo Tunturlo da sola con una bambina? Avrei suscitato curiosità. Chi era quella bambina? Tu non sai quanto erano subdoli i Re. Avrebbero di certo indagato, nessuno era veramente libero». L’abbracciai …
«Meno male che hanno cambiato idea, ma di che danno parli?»
«E’ difficile dirlo a una bambina, ma comunque … quel dannato roliopet mi ha contaminato con la sua melma, e io non posso più avere figli». Gli occhi le si riempirono di nuovo di lacrime, ma continuò «ma per fortuna io ho te». Stropicciandomi i capelli mi disse sorridendo: «E mi basti e avanzi, signorina pasticciona, tu sei la cosa più importante che ho».
Ero una bambina ma capivo benissimo quando mi comportavo in modo imbecille, e mi ricordai quello che Gnognò mi aveva raccontato sull'astronuvola. Mi buttai fra le sue braccia, col viso schiacciato sul suo seno.
«Ti voglio bene zia».
«Anch’io piccola, anch’io». Restammo abbracciate per un po’, poi le chiesi:
«Ma zia come ti devo chiamare? Agnese o Melina?»
«Come vuoi sbanderno, anche il nome Agnese ormai fa parte della mia vita, tanto quando torneremo nella casa del Dilamondo dovrai chiamarmi solo così, però devi fare attenzione a chiamarmi Agnese solo quando siamo sole, altrimenti salta la mia copertura nel mondo Tunturlo. Forse è meglio se qui ti abitui a chiamarmi Melina».
Mi alzai e cominciai a sgranchirmi le gambe, nel vedermi in piedi Melina esordì «Ma sei cresciuta tantissimo in questo mese!».
«A non so se sono cresciuta, so soltanto che si mangiano cose buonissime soprattutto a Campo Verde». La zia rise di gusto.
«E’ così eh… Vuoi forse dirmi che la mia cucina fa schifo?»
«No, no, voglio solo dire che questa è un po’ meno bruciacchiata».
«Impertinente di una bambina, te lo faccio vedere io adesso cosa sono capace di fare con una bacchetta!»
Le lanciai uno sguardo dubbioso e lei mi rispose subito:
«Melissa piantala, non essere irriverente con me».
Capivo perfettamente quando la zia fingeva di essere arrabbiata, il suo volto adesso aveva ripreso colore ed era più rilassato. Anche io dopo tanto tempo mi sentivo più rilassata, e continuai con il mio interrogatorio.
«Ma perché non abbiamo viaggiato insieme?»
«Oh, ma oggi non finisci più di fare domande?»
«Dai solo questa, poi basta».
«Qui tutti mi conoscono con il mio vero nome, ed io mi sono già scontrata diverse volte con dei roliopet. I Re tiranni li abbiamo sconfitti, ma due di loro sono ancora in vita e hanno chiesto asilo al loro capo, Zar Ngherapazzo. Ngherapazzo è sempre stato in combutta con loro, ma i Re lo ritenevano inferiore. Quando Re Crudelio e Re Malalingua gli hanno chiesto asilo non gli sarà sembrato vero. Finalmente due Re lo ritenevano degno di stare in loro compagnia e gli  chiedevano asilo. I Re e Zar Ngherapazzo non devono sapere dei tre bambini, soprattutto di te».
«Di me? Perché?»
«Perché tu sei un po’ speciale».
 «Ioo?!»
«Sì tu, piccolo sbanderno. Era meglio non rischiare. Se dopo tanto tempo mi facevo rivedere qui con una bambina che veniva dal mondo Tunturlo si sarebbero incuriositi».
«Perché speciale? Che ho di speciale io?»
«Beh! Non c’è nessuno tra noi mezzo elfo e mezzo fata. Te l’ho già detto, sei una bambina speciale, potresti avere dei poteri sconosciuti».
Beh! Adesso si esagerava... Non mi piaceva più essere considerata una cosa speciale, avrei deluso tutti. Io sapevo di essere una gran pasticciona, e tutta questa storia cominciava ad intimorirmi. Melina continuò:
«Qui nel paese elfico è tutto più sicuro, ed è difficile entrare. Gli elfi tengono molto alla loro sicurezza e alla loro privacy, non amano far sapere al esterno ciò che succede nel loro regno». Mi fece cenno di avvicinarmi, e bisbigliò «soprattutto non vogliono far conoscere il potere delle erbe che utilizzano per guarire».
Per non angustiarla non le raccontai che io un roliopet lo avevo già incontrato e proprio  qui.
Papaver venne a trovare l’amica e fu felice di vederla sveglia. Poppy fece portare la cena per tutte e tre in infermeria. Anche lei non le raccontò dell’incidente. Dopo mangiato passò il guaritore che visitò la zia e le confermò la sua perfetta salute, l’indomani poteva alzarsi.
La giornata era stata intensa e, stanca, andai a riposare, con Festuca ai calcagni e Isotta che mi seguiva così da vicino che avevo paura di pestarla.

6 commenti:

  1. L'ho letta tutta d'un fiato,grazie!Buona serata Anna Maria .-.

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    1. Ma grazie a te... meravigliosa Olgica felice che ti piaccia. Buona serata anche a te.

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  2. Annamaria, son proprio triste, conto di tornare per leggerti con calma..
    Abbiamo un temporale megagalattico che fa scomparire ogni dieci minuti la connessione..ma io sono sempre insieme a te le tue fatine e i tuoi elfi!
    Bacio speciale!

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    1. Ciao Nella sei sempre molto carina, spero che il temporale si sia risolto. Ti auguro una serena notte. Chiss

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  3. Altra pagina di questo bel racconto.
    Buon inizio di settimana.

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    1. Grazie Cavaliere per la tua perseveranza, buonissima settimana anche a te.

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