sabato 28 febbraio 2015

22) MELISSA E LA NUVOLA


IL MARE

Seguivamo Mora nei corridoi della reggia. Con mio grande stupore notai che si allontanava dalla loggia, che ritenevo fosse l’unica entrata del palazzo. Le stanze  e i corridoi che attraversavamo erano senza finestre con grosse torce che li illuminavano, emanavano una luce verde violacea, ero come mio solito a bocca aperta e il solito coro di “Attenta alle rane” dei miei amici me la fece chiudere immediatamente, Centaura mi spiegò che era la luce elfica. Arrivammo davanti ad un enorme portone di legno finemente intagliato. Due elfi facevano la guardia con tanto di balestra. La sorreggevano con il braccio sinistro, la tenevano dritta, appoggiata alla spalla. Un pugnale pendeva dalla cintura e un enorme arco spuntava dalle loro spalle. Quello di Mora, in confronto, sembrava un giocattolo. Avevano una divisa verde bosco con le pantacalze più scure della casacca, e portavano scarpe con la punta all’insù. Mora emise uno suono simile ad un trillo, e loro inclinarono il capo a sinistra  portandosi la mano destra sul cuore, poi intonarono entrambi una melodia e le pesanti porte si aprirono… Un salone affollato di gente, che andava in ogni direzione, apparve ai nostri occhi. Anche il salone era privo di finestre ma era attraversato da coni un di luce. Percepivo che dovevamo essere nelle viscere della montagna dietro la reggia, zia Agnese mi spiegò che eravamo al centro di un vulcano spento da secoli e la luce proveniva dal suo cratere. Alzai gli occhi e vidi sulla mia testa l’interno di roccia del cratere con specchi circolari che riflettevano la luce catturata dal alto. Il salone era enorme, grande come Piazza Maggiore a Bologna. Al centro c’era una fontana che riproduceva la cascata del regno, attorno ad essa lampioni  di luce elfica e panchine di legno. In una un signore anziano stava leggendo il giornale, in un’altra una madre stava allattando con molta disinvoltura il suo piccolo; i veli lilla del vestito della donna formavano una nuvola vaporosa che circondava quel quadretto familiare così intimo e dolce. Madre e bambino non avevano le orecchie a punta, molto probabilmente era una fata, infatti le elfe vestono di bianco o delle varie sfumature del verde bosco. Ai lati della piazza vi erano negozi, gallerie e ascensori. Mora si fermò e guardò noi bambini.
«Ascoltatemi bene ora, seguitemi e non incantatevi col naso per aria, c’è un mucchio di gente che bazzica per i propri affari qui, e io non ho intenzione di perdervi in mezzo a questa confusione, è chiaro?» Facemmo tutti cenno di sì con il capo, tranne Allo che sbuffò:
«Mamma non vorrai mica farci fare tutta la strada a piedi?»
«Razza di sfaticato, non vorrai mica prendere il trenino per scendere dopo solo tre fermate?» Disse lei decisa, e Allo sussurrò:
«E ti par poco?» La madre imperterrita:
«Fare due passi a piedi ti farà bene, e poi è un modo come un altro per far visitare un po’ il nostro regno ai tuoi amici».
«Non ti preoccupare» disse Poppy «io e Melina chiudiamo il gruppo così li controlliamo».
Beh! Stavolta sbuffai io, “accipiripicchia mica siamo dei bambini di un anno per perderci!”
Mora mi guardò, ma io non fiatai. 
Imboccammo una galleria sulla sinistra. In un angolo c’era una targa dorata con scritto, Corso del viandante. Seguivo il gruppo e… giravo con il naso al insù. I soffitti avevano decori suggestivi, cieli stellati, fate che volavano, nuvole che si rincorrevano, elfi che scoccavano frecce. Attraversavamo corridoi immensi, senza finestre, illuminati da grandi lampadari di cristallo dalla luce verde violacea, con pavimenti lucidi di marmo, e negli incroci la gente creava ingorghi.
«Insomma Melissa sta attenta!» La zia era esasperata, ero andata a sbattere per la terza volta. Ero finita contro un signore distinto, con una lunga barba, che mi sorrise.
Una imbarazzata Agnese sussurrò:
«Ci scusi».
Lui allargò il sorriso e fece un cenno come dire, “fa niente”, e continuò la sua strada.
Ogni tanto davanti ad un portone, c’era un fiero e impettito elfo in divisa.
Imboccammo Corso Mare,  con negozi che vendevano zoccoli, costumi da bagno e oggetti per la pesca. La via sotterranea scendeva dolcemente. Più scendevamo e più le gallerie erano deserte e meno sontuose, ma ugualmente suggestive. I pavimenti erano in pietra, negli incroci, diventavano mosaici colorati raffiguranti pesci e barche fra le onde del mare. Sulle pareti c’erano affreschi di boschi, prati, giardini fioriti… Noi bambini passammo davanti a Mora, saltellando, e finalmente lei ci lasciò fare. Gli zaini ci limitavano un po’ e Nino brontolava.  
«Se me li lasciavano spedire…». Adesso che era certo che nessuno gli facesse tale richiesta, poteva fare il gradasso. Io lo prendevo in giro cantilenando:
«Brontolo, della famiglia dei brontoloni, brontolo della famiglia...». Cominciò a corrermi dietro con le sue gambotte storte urlando:
«Se ti becco vedi!»
Mora, con Gigaro addormentato sulle spalle, si unì a Poppy e Melina. Le tre donne chiacchieravano tra di loro, godendosi la passeggiata. Ogni tanto ci urlavano di fermarci. I rari passanti ci salutavano con un «Buona radiosa giornata!»
Noi, da bravi bambini educati, contraccambiavamo con:
«Buona e radiosa giornata a voi!»
Al quarto livello le pareti si erano trasformate in roccia, e i lampadari  in torce, ma c’erano feritoie che permettevano di vedere l’esterno.
«Cavolo! Il mare!» Urlai, sporgendomi da una feritoia. Tutti si precipitarono a guardare e Nino si scordò di farmela pagare. Sotto di noi c’erano le onde che si infrangevano sulla parete rocciosa. Vito, che durante il tragitto sembrava sempre più scettico sull’esistenza di un mare vero con tanto d’acqua e non dipinto, esclamò:
«Forte!!! Ma Allo non mi dirai che abbiamo attraversato tutta la montagna?» Un orgoglioso Allo, già dimentico del trenino che voleva prendere, rispose con estrema naturalezza:
«Certo che sì!»
«Accidenti è incredibile! Dai andiamo, ho voglia di tuffarmi e sguazzare come un pesce».
Vito riprese a camminare con più lena e io abbandonai la feritoia urlando:
«Non credere di tuffarti prima di me!»
Cominciai a correre con lo zaino che mi ballonzolava sulle spalle. Un coro di:
«No, prima io!» mi seguì.
Quando Centaura urlò:
«Ma dove andate, c’è ancora tutta la discesa con gli scalini!» Mi bloccai provocando un tamponamento a catena.
«E quanto è lunga?» Domandai incredula. “Alla faccia della passeggiata, era più di un’ora che camminavamo!”
Lei mi rispose con un:
«Ce n’è, ce n’è!» Chicco, che ogni passo nostro doveva farne due chiese esasperato:
«Quanto ancora?» Mora  risparmiò la risposta alla figlia.
«Una mezz’oretta, ma prima ci dobbiamo fermare per un po’».
Chicco non parlò, ma sospirò di sollievo, mentre i suoi figli si girarono preoccupati. Pensai:
“Questi amici elfi intuiscono al volo i voleri di una madre!”, mentre loro domandavano in coro:
«Perché?» e lei soave
«Per esercitarvi». Tutti e due esclamarono:
«Coosa?...»
Il viso di Chicco si trasformava da sollevato a preoccupato e nella mia mente arrivò il suo pensiero.
“Oh no, questi elfi fanatici e le loro corbellerie! E mo’ io che faccio nel frattempo, mi gratto i piedi?” Lo guardai meravigliata, ma lui aveva la sua solita espressione serafica. Ma no, me lo ero sognato, e poi io non so leggere nel pensiero. Centaura stava dicendo:
«Ma, mamma ci sono anche i nostri amici!». E lei imperturbabile
«Appunto, è proprio perché ci sono loro che lo facciamo».
Un secchio d’acqua fredda avrebbe meno dato fastidio a Chicco. Mentre Mora continuava «è ora che comincino ad usare i loro poteri, non vorrete che tornino a scuola senza aver appreso nulla da questa vacanza noo?!»
Melina annuì, Mora sorrise a Chicco e gli bisbigliò qualcosa al orecchio. Adesso anche lui sorrideva. Centaura e Allo erano sconsolati, io fingevo di esserlo, ma la cosa m’ intrigava, anche io avrei usato la magia?
La galleria terminava in una piccola grotta, in fondo c’era un’enorme squarcio che ci faceva intravvedere un cielo limpido e azzurro. Mi precipitai verso la luce e mi fermai di botto sul uscita della caverna, Vito si affiancò a me seguito da Nino che sbottò:
«Perdindirindina!» Il mare era a una decina di metri sotto di noi. Un sentiero assolato e stretto scendeva con gradini scavati nella roccia. Cespugli di ginestre e lavanda crescevano ovunque.  Onde turchesi si infrangevano spumeggiando sugli scogli. Melina e Poppy ci raggiunsero ed esclamarono in coro:
«Stupendo!» Si guardarono negli occhi e scoppiarono a ridere. Melina esordì:
«Come ai vecchi tempi?» Papaver annuì.
«Ti ricordi? Dicevamo sempre le stesse cose». Guardai incuriosita mia zia, comunque avevano ragione, il paesaggio era selvaggio, ma stupendo. Mora non perse tempo.
«Bene, ora ci riposeremo un po’ al ombra, poi ci eserciteremo».
Stese un telo per terra e vi mise a sedere un soddisfatto Gigaro, che, invece di starsene seduto, cominciò a gattonare, dirigendosi verso un cespuglio con degli spini. Poppy lo recuperò.
Noi ragazzi, ci eravamo già tolti gli zaini. Stramazzammo al suolo fingendo una stanchezza infinita. In verità era l’idea degli esercizi che faceva quel effetto. Mi misi vicino a Chicco.
«Che ti ha detto Mora prima?»  e lui serafico mi rispose:
«Tu hai il buon senso e sai essere un buon amico, doti che non tutti hanno». Annuii convinta e grata a Mora. Vito ci raggiunse e si mise a sedere  su una  pietra vicina. Non potei far a meno di chiedere:
«Secondo te che cosa ci faranno fare?» La risposta molto loquace, fu:
«Booh!!!»
 Io fingevo di essere svogliata per non tradire il gruppo, ma in realtà non stavo più nella pelle dalla curiosità. Sdraiata sul prato osservavo gli altri. Mia zia sembrava un po’ tesa, Poppy mi guardava sorridendo. Si girò verso gli altri e tirò fuori la bacchetta che aveva alla cintura.
«Basta! Direi di cominciare, così andiamo a fare il bagno». Mosse la bacchetta con un movimento circolare ed elegante del polso. Apparvero, tra le rocce e i cespugli di ginestre, quattro bersagli a distanze diverse. Si girò verso di noi e disse:
«Mora ha portato l’arco elfico, e vi insegnerà ad usarlo». Ma di un bersaglio si vedeva solo una parte del cerchio, l’altra metà era nascosta da un dirupo.
«Ehi Poppy, ti sei sbagliata!» Esclamai indicando il cerchio.
«No, che non si è sbagliata». Rispose Mora «Cominciamo, poi capirete». Si alzò.
Mia zia si avvicinò a Gigaro, per permettere alla amica di parlare tranquilla. Mora prese dalla faretra una freccia e rivolta a me, Nino e Chicco, fece vedere come si metteva nel arco, gli altri lo sapevano già fare. Chiamò Allo e gli ordinò di mettersi in posizione per il bersaglio più vicino. Lui si alzò svogliato chiedendo:
«Devo usare anche la voce?»
«No per ora no, mostra solo come bisogna tendere l’arco e tira normalmente». Allo colpì il bordo del cerchio. 
Poi fu la volta di Centaura che colpì quasi il centro con grande disappunto di Allo che imprecò sottovoce, ma bastò per meritarsi uno scappellotto dalla madre. 
A turno tirammo anche noi. Mora ci stava alle spalle e ci suggeriva come tenere l’arco. Non era così semplice. Chicco, centrò il bordo, io e Nino lo scagliammo del tutto. L’unico ad avvicinarsi al centro fu Vito, già, bella forza lui, era più di un mese che si esercitava! Nino si lamentò.
«Non è giusto, il terreno non è pari». Mora redarguì:
«I bersagli veri non sono sempre in un terreno pari e non stanno fermi. Bene ora riproviamo tutti sullo stesso bersaglio, ma con la voce». Nino sempre più ingrugnato.
«I nani non hanno il potere nella voce». Mora Imperturbabile
«No, ma puoi sempre provare, può darti sicurezza». Inforcò l’arco e fece un tiro, emettendo un suono lungo e intenso.
«EEEIIAAA» la freccia si conficcò nel centro come se fosse telecomandata. Provammo tutti, imitando il suono prima senza arco.  
A me e a Chicco scappava da ridere, mentre Nino era molto preso. Gli unici a non fare un centro perfetto fummo io e Nino. 
Quando poi si trattò di colpire quello mezzo nascosto, noi due lanciammo le nostre frecce lontane anni luce dal bersaglio; Chicco centrò il bordo visibile, mentre quelle degli altri, fecero miracolosamente una curvatura, piazzandosi dignitosamente vicino al centro. 
La vera sorpresa per gli adulti fu Chicco, che gongolava felice dei complimenti. Guardai mia zia sconsolata, ma Melina sembrava felice.
«Non ti preoccupare guarda!» Melina afferrò con la mano sinistra la sua bacchetta a metà, in posizione verticale davanti agli occhi, appoggiò l’indice della mano destra sulla punta dell’asticella socchiudendo gli occhi, come se prendesse la mira sussurrò:
«Freccia colpisci!» Tirò con l’indice la punta verso di sé, lasciandola andare…. La  bacchetta oscillò, divenne parte di un arco da cui scoccò una freccia non freccia, un fulmine di luce e aria?... Avevo avuto una visione? L’immagine dell’arco tremava nella brezza della scogliera, come fosse un miraggio, ma la freccia che colpì il centro era reale. «Prova tu» e mi allungò l’asticella.
Perplessa la presi, mi posizionai seguendo i consigli della zia e… dal mio arco tremolante scaturì una saetta che si diresse verso noi incurante del bersaglio. Ci fu un fuggi fuggi e un parapiglia generale, seguito da un coro di urla. Mia zia non sorrideva più.
«Ok, ok. Melissa direi che per oggi basta. Allora» girandosi verso Nino «Che ne dici di provare a spedire gli zaini in quella piccola insenatura?» Indicò un triangolo di spiaggia sulla nostra sinistra. lo sguardo di Nino si illuminò.
«Oh sì sono bravo a spedire gli oggetti, se riesco a vedere la meta».
«Bene, allora fallo, vogliamo tutti scendere velocemente da qui e andare finalmente a fare un bagno». Nino orgoglioso si apprestò a farlo e… in un battibaleno gli zaini sparirono, per apparire dopo un po’ al centro della spiaggia. Tutti scendemmo lungo il sentiero che portava al mare. A testa bassa e coi piedi che sembravano macigni seguivo gli altri. Poppy nel passarmi vicino mi scompigliò i capelli.
«Porta pazienza,era la prima volta…»
«Ehi ma se era così facile, perché ci avete fatto portare gli zaini a spalle?» Brontolò Allo.
«A parte il fatto che te l’abbiamo già spiegato, e comunque non mi sembra che vi abbia fatto male! La magia va usata con moderazione, altrimenti si rischia di diventare dei veri pappamolla». Le rispose la madre. Figuriamoci se il figlio stava zitto:
«Sì,sì! Questo si chiama schiavismo».
«Smetti di brontolare». Centaura si unì al alterco tra i due.
«Io non mi sento una pappamolla senza zaino. Guarda che salti che faccio, ora, senza nulla». 
«Oh ma la schiavista non lo ammetterà mai!» Disse il fratello. La madre sempre più inalberata, rispose.
«Allo non essere irriverente o ti arriva un parapicchia!» Che cavolo era?
«Un che?» bisbigliai, girandomi verso Vito. Lui allargò le braccia e scosse il capo, come dire non so. Allo, nel rincorrere la sorella, mise male un piede,  imprecò e subito dopo urlò:
«Ahi!.. ma mamma!» Si massaggiava una natica e con sguardo imbronciato si girò verso Mora. «Non è giusto, io stavo solo imprecando perché mi sono slogato una caviglia!» Mora arrossì.
«Beh vedi, questo è quello che succede quando uno brontola troppo. Non lo si ascolta più. Scusami, credevo fosse ancora per via degli zaini».
Io e Vito ci scambiammo uno sguardo di intesa e capimmo cosa era un parapicchia.

Inutile dirlo, la giornata fu splendida e tornammo a casa stanchi, ma felici, col trenino birichino, che, devo ammettere, è sempre un vero sballo. Questa volta però misi il casco.

2 commenti:

  1. Annamaria bella l'inizio del tu0 post mia ha fatto ritornare alla mente un sogno che facevo spesso da bambina..Un lungo porticato all'aperto tende svolazzanti, arcate e portoni enormi dove uno era chiuso ed era proibito entrare . E io entravo ed era inverno pieno , il fuoco scoppiettava, una cassapanca nera vicino e non si doveva aprire , ma disobbedivo. E dentro un pricipe bellissmo vestito di nero che si inceneriva ed io volevo fuggire via, ma tutte le grandi porte erano chiuse...e ..basta altrimenti scrivo un'altra storia..Ma chissà perchè leggendo il tuo bel racconto , mi è venuto in mente questo sogno così ricorrente?
    Ti stringo forte amica mia!

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    1. Ciao carissima Nella, il tuo sogno non mi sembra per nulla elfico ha poco del sogno e molto dell' incubo... dispiaciuta di avertelo rammentato. Baci, baci.

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