sabato 28 febbraio 2015

22) MELISSA E LA NUVOLA


IL MARE

Seguivamo Mora nei corridoi della reggia. Con mio grande stupore notai che si allontanava dalla loggia, che ritenevo fosse l’unica entrata del palazzo. Le stanze  e i corridoi che attraversavamo erano senza finestre con grosse torce che li illuminavano, emanavano una luce verde violacea, ero come mio solito a bocca aperta e il solito coro di “Attenta alle rane” dei miei amici me la fece chiudere immediatamente, Centaura mi spiegò che era la luce elfica. Arrivammo davanti ad un enorme portone di legno finemente intagliato. Due elfi facevano la guardia con tanto di balestra. La sorreggevano con il braccio sinistro, la tenevano dritta, appoggiata alla spalla. Un pugnale pendeva dalla cintura e un enorme arco spuntava dalle loro spalle. Quello di Mora, in confronto, sembrava un giocattolo. Avevano una divisa verde bosco con le pantacalze più scure della casacca, e portavano scarpe con la punta all’insù. Mora emise uno suono simile ad un trillo, e loro inclinarono il capo a sinistra  portandosi la mano destra sul cuore, poi intonarono entrambi una melodia e le pesanti porte si aprirono… Un salone affollato di gente, che andava in ogni direzione, apparve ai nostri occhi. Anche il salone era privo di finestre ma era attraversato da coni un di luce. Percepivo che dovevamo essere nelle viscere della montagna dietro la reggia, zia Agnese mi spiegò che eravamo al centro di un vulcano spento da secoli e la luce proveniva dal suo cratere. Alzai gli occhi e vidi sulla mia testa l’interno di roccia del cratere con specchi circolari che riflettevano la luce catturata dal alto. Il salone era enorme, grande come Piazza Maggiore a Bologna. Al centro c’era una fontana che riproduceva la cascata del regno, attorno ad essa lampioni  di luce elfica e panchine di legno. In una un signore anziano stava leggendo il giornale, in un’altra una madre stava allattando con molta disinvoltura il suo piccolo; i veli lilla del vestito della donna formavano una nuvola vaporosa che circondava quel quadretto familiare così intimo e dolce. Madre e bambino non avevano le orecchie a punta, molto probabilmente era una fata, infatti le elfe vestono di bianco o delle varie sfumature del verde bosco. Ai lati della piazza vi erano negozi, gallerie e ascensori. Mora si fermò e guardò noi bambini.
«Ascoltatemi bene ora, seguitemi e non incantatevi col naso per aria, c’è un mucchio di gente che bazzica per i propri affari qui, e io non ho intenzione di perdervi in mezzo a questa confusione, è chiaro?» Facemmo tutti cenno di sì con il capo, tranne Allo che sbuffò:
«Mamma non vorrai mica farci fare tutta la strada a piedi?»
«Razza di sfaticato, non vorrai mica prendere il trenino per scendere dopo solo tre fermate?» Disse lei decisa, e Allo sussurrò:
«E ti par poco?» La madre imperterrita:
«Fare due passi a piedi ti farà bene, e poi è un modo come un altro per far visitare un po’ il nostro regno ai tuoi amici».
«Non ti preoccupare» disse Poppy «io e Melina chiudiamo il gruppo così li controlliamo».
Beh! Stavolta sbuffai io, “accipiripicchia mica siamo dei bambini di un anno per perderci!”
Mora mi guardò, ma io non fiatai. 
Imboccammo una galleria sulla sinistra. In un angolo c’era una targa dorata con scritto, Corso del viandante. Seguivo il gruppo e… giravo con il naso al insù. I soffitti avevano decori suggestivi, cieli stellati, fate che volavano, nuvole che si rincorrevano, elfi che scoccavano frecce. Attraversavamo corridoi immensi, senza finestre, illuminati da grandi lampadari di cristallo dalla luce verde violacea, con pavimenti lucidi di marmo, e negli incroci la gente creava ingorghi.
«Insomma Melissa sta attenta!» La zia era esasperata, ero andata a sbattere per la terza volta. Ero finita contro un signore distinto, con una lunga barba, che mi sorrise.
Una imbarazzata Agnese sussurrò:
«Ci scusi».
Lui allargò il sorriso e fece un cenno come dire, “fa niente”, e continuò la sua strada.
Ogni tanto davanti ad un portone, c’era un fiero e impettito elfo in divisa.
Imboccammo Corso Mare,  con negozi che vendevano zoccoli, costumi da bagno e oggetti per la pesca. La via sotterranea scendeva dolcemente. Più scendevamo e più le gallerie erano deserte e meno sontuose, ma ugualmente suggestive. I pavimenti erano in pietra, negli incroci, diventavano mosaici colorati raffiguranti pesci e barche fra le onde del mare. Sulle pareti c’erano affreschi di boschi, prati, giardini fioriti… Noi bambini passammo davanti a Mora, saltellando, e finalmente lei ci lasciò fare. Gli zaini ci limitavano un po’ e Nino brontolava.  
«Se me li lasciavano spedire…». Adesso che era certo che nessuno gli facesse tale richiesta, poteva fare il gradasso. Io lo prendevo in giro cantilenando:
«Brontolo, della famiglia dei brontoloni, brontolo della famiglia...». Cominciò a corrermi dietro con le sue gambotte storte urlando:
«Se ti becco vedi!»
Mora, con Gigaro addormentato sulle spalle, si unì a Poppy e Melina. Le tre donne chiacchieravano tra di loro, godendosi la passeggiata. Ogni tanto ci urlavano di fermarci. I rari passanti ci salutavano con un «Buona radiosa giornata!»
Noi, da bravi bambini educati, contraccambiavamo con:
«Buona e radiosa giornata a voi!»
Al quarto livello le pareti si erano trasformate in roccia, e i lampadari  in torce, ma c’erano feritoie che permettevano di vedere l’esterno.
«Cavolo! Il mare!» Urlai, sporgendomi da una feritoia. Tutti si precipitarono a guardare e Nino si scordò di farmela pagare. Sotto di noi c’erano le onde che si infrangevano sulla parete rocciosa. Vito, che durante il tragitto sembrava sempre più scettico sull’esistenza di un mare vero con tanto d’acqua e non dipinto, esclamò:
«Forte!!! Ma Allo non mi dirai che abbiamo attraversato tutta la montagna?» Un orgoglioso Allo, già dimentico del trenino che voleva prendere, rispose con estrema naturalezza:
«Certo che sì!»
«Accidenti è incredibile! Dai andiamo, ho voglia di tuffarmi e sguazzare come un pesce».
Vito riprese a camminare con più lena e io abbandonai la feritoia urlando:
«Non credere di tuffarti prima di me!»
Cominciai a correre con lo zaino che mi ballonzolava sulle spalle. Un coro di:
«No, prima io!» mi seguì.
Quando Centaura urlò:
«Ma dove andate, c’è ancora tutta la discesa con gli scalini!» Mi bloccai provocando un tamponamento a catena.
«E quanto è lunga?» Domandai incredula. “Alla faccia della passeggiata, era più di un’ora che camminavamo!”
Lei mi rispose con un:
«Ce n’è, ce n’è!» Chicco, che ogni passo nostro doveva farne due chiese esasperato:
«Quanto ancora?» Mora  risparmiò la risposta alla figlia.
«Una mezz’oretta, ma prima ci dobbiamo fermare per un po’».
Chicco non parlò, ma sospirò di sollievo, mentre i suoi figli si girarono preoccupati. Pensai:
“Questi amici elfi intuiscono al volo i voleri di una madre!”, mentre loro domandavano in coro:
«Perché?» e lei soave
«Per esercitarvi». Tutti e due esclamarono:
«Coosa?...»
Il viso di Chicco si trasformava da sollevato a preoccupato e nella mia mente arrivò il suo pensiero.
“Oh no, questi elfi fanatici e le loro corbellerie! E mo’ io che faccio nel frattempo, mi gratto i piedi?” Lo guardai meravigliata, ma lui aveva la sua solita espressione serafica. Ma no, me lo ero sognato, e poi io non so leggere nel pensiero. Centaura stava dicendo:
«Ma, mamma ci sono anche i nostri amici!». E lei imperturbabile
«Appunto, è proprio perché ci sono loro che lo facciamo».
Un secchio d’acqua fredda avrebbe meno dato fastidio a Chicco. Mentre Mora continuava «è ora che comincino ad usare i loro poteri, non vorrete che tornino a scuola senza aver appreso nulla da questa vacanza noo?!»
Melina annuì, Mora sorrise a Chicco e gli bisbigliò qualcosa al orecchio. Adesso anche lui sorrideva. Centaura e Allo erano sconsolati, io fingevo di esserlo, ma la cosa m’ intrigava, anche io avrei usato la magia?
La galleria terminava in una piccola grotta, in fondo c’era un’enorme squarcio che ci faceva intravvedere un cielo limpido e azzurro. Mi precipitai verso la luce e mi fermai di botto sul uscita della caverna, Vito si affiancò a me seguito da Nino che sbottò:
«Perdindirindina!» Il mare era a una decina di metri sotto di noi. Un sentiero assolato e stretto scendeva con gradini scavati nella roccia. Cespugli di ginestre e lavanda crescevano ovunque.  Onde turchesi si infrangevano spumeggiando sugli scogli. Melina e Poppy ci raggiunsero ed esclamarono in coro:
«Stupendo!» Si guardarono negli occhi e scoppiarono a ridere. Melina esordì:
«Come ai vecchi tempi?» Papaver annuì.
«Ti ricordi? Dicevamo sempre le stesse cose». Guardai incuriosita mia zia, comunque avevano ragione, il paesaggio era selvaggio, ma stupendo. Mora non perse tempo.
«Bene, ora ci riposeremo un po’ al ombra, poi ci eserciteremo».
Stese un telo per terra e vi mise a sedere un soddisfatto Gigaro, che, invece di starsene seduto, cominciò a gattonare, dirigendosi verso un cespuglio con degli spini. Poppy lo recuperò.
Noi ragazzi, ci eravamo già tolti gli zaini. Stramazzammo al suolo fingendo una stanchezza infinita. In verità era l’idea degli esercizi che faceva quel effetto. Mi misi vicino a Chicco.
«Che ti ha detto Mora prima?»  e lui serafico mi rispose:
«Tu hai il buon senso e sai essere un buon amico, doti che non tutti hanno». Annuii convinta e grata a Mora. Vito ci raggiunse e si mise a sedere  su una  pietra vicina. Non potei far a meno di chiedere:
«Secondo te che cosa ci faranno fare?» La risposta molto loquace, fu:
«Booh!!!»
 Io fingevo di essere svogliata per non tradire il gruppo, ma in realtà non stavo più nella pelle dalla curiosità. Sdraiata sul prato osservavo gli altri. Mia zia sembrava un po’ tesa, Poppy mi guardava sorridendo. Si girò verso gli altri e tirò fuori la bacchetta che aveva alla cintura.
«Basta! Direi di cominciare, così andiamo a fare il bagno». Mosse la bacchetta con un movimento circolare ed elegante del polso. Apparvero, tra le rocce e i cespugli di ginestre, quattro bersagli a distanze diverse. Si girò verso di noi e disse:
«Mora ha portato l’arco elfico, e vi insegnerà ad usarlo». Ma di un bersaglio si vedeva solo una parte del cerchio, l’altra metà era nascosta da un dirupo.
«Ehi Poppy, ti sei sbagliata!» Esclamai indicando il cerchio.
«No, che non si è sbagliata». Rispose Mora «Cominciamo, poi capirete». Si alzò.
Mia zia si avvicinò a Gigaro, per permettere alla amica di parlare tranquilla. Mora prese dalla faretra una freccia e rivolta a me, Nino e Chicco, fece vedere come si metteva nel arco, gli altri lo sapevano già fare. Chiamò Allo e gli ordinò di mettersi in posizione per il bersaglio più vicino. Lui si alzò svogliato chiedendo:
«Devo usare anche la voce?»
«No per ora no, mostra solo come bisogna tendere l’arco e tira normalmente». Allo colpì il bordo del cerchio. 
Poi fu la volta di Centaura che colpì quasi il centro con grande disappunto di Allo che imprecò sottovoce, ma bastò per meritarsi uno scappellotto dalla madre. 
A turno tirammo anche noi. Mora ci stava alle spalle e ci suggeriva come tenere l’arco. Non era così semplice. Chicco, centrò il bordo, io e Nino lo scagliammo del tutto. L’unico ad avvicinarsi al centro fu Vito, già, bella forza lui, era più di un mese che si esercitava! Nino si lamentò.
«Non è giusto, il terreno non è pari». Mora redarguì:
«I bersagli veri non sono sempre in un terreno pari e non stanno fermi. Bene ora riproviamo tutti sullo stesso bersaglio, ma con la voce». Nino sempre più ingrugnato.
«I nani non hanno il potere nella voce». Mora Imperturbabile
«No, ma puoi sempre provare, può darti sicurezza». Inforcò l’arco e fece un tiro, emettendo un suono lungo e intenso.
«EEEIIAAA» la freccia si conficcò nel centro come se fosse telecomandata. Provammo tutti, imitando il suono prima senza arco.  
A me e a Chicco scappava da ridere, mentre Nino era molto preso. Gli unici a non fare un centro perfetto fummo io e Nino. 
Quando poi si trattò di colpire quello mezzo nascosto, noi due lanciammo le nostre frecce lontane anni luce dal bersaglio; Chicco centrò il bordo visibile, mentre quelle degli altri, fecero miracolosamente una curvatura, piazzandosi dignitosamente vicino al centro. 
La vera sorpresa per gli adulti fu Chicco, che gongolava felice dei complimenti. Guardai mia zia sconsolata, ma Melina sembrava felice.
«Non ti preoccupare guarda!» Melina afferrò con la mano sinistra la sua bacchetta a metà, in posizione verticale davanti agli occhi, appoggiò l’indice della mano destra sulla punta dell’asticella socchiudendo gli occhi, come se prendesse la mira sussurrò:
«Freccia colpisci!» Tirò con l’indice la punta verso di sé, lasciandola andare…. La  bacchetta oscillò, divenne parte di un arco da cui scoccò una freccia non freccia, un fulmine di luce e aria?... Avevo avuto una visione? L’immagine dell’arco tremava nella brezza della scogliera, come fosse un miraggio, ma la freccia che colpì il centro era reale. «Prova tu» e mi allungò l’asticella.
Perplessa la presi, mi posizionai seguendo i consigli della zia e… dal mio arco tremolante scaturì una saetta che si diresse verso noi incurante del bersaglio. Ci fu un fuggi fuggi e un parapiglia generale, seguito da un coro di urla. Mia zia non sorrideva più.
«Ok, ok. Melissa direi che per oggi basta. Allora» girandosi verso Nino «Che ne dici di provare a spedire gli zaini in quella piccola insenatura?» Indicò un triangolo di spiaggia sulla nostra sinistra. lo sguardo di Nino si illuminò.
«Oh sì sono bravo a spedire gli oggetti, se riesco a vedere la meta».
«Bene, allora fallo, vogliamo tutti scendere velocemente da qui e andare finalmente a fare un bagno». Nino orgoglioso si apprestò a farlo e… in un battibaleno gli zaini sparirono, per apparire dopo un po’ al centro della spiaggia. Tutti scendemmo lungo il sentiero che portava al mare. A testa bassa e coi piedi che sembravano macigni seguivo gli altri. Poppy nel passarmi vicino mi scompigliò i capelli.
«Porta pazienza,era la prima volta…»
«Ehi ma se era così facile, perché ci avete fatto portare gli zaini a spalle?» Brontolò Allo.
«A parte il fatto che te l’abbiamo già spiegato, e comunque non mi sembra che vi abbia fatto male! La magia va usata con moderazione, altrimenti si rischia di diventare dei veri pappamolla». Le rispose la madre. Figuriamoci se il figlio stava zitto:
«Sì,sì! Questo si chiama schiavismo».
«Smetti di brontolare». Centaura si unì al alterco tra i due.
«Io non mi sento una pappamolla senza zaino. Guarda che salti che faccio, ora, senza nulla». 
«Oh ma la schiavista non lo ammetterà mai!» Disse il fratello. La madre sempre più inalberata, rispose.
«Allo non essere irriverente o ti arriva un parapicchia!» Che cavolo era?
«Un che?» bisbigliai, girandomi verso Vito. Lui allargò le braccia e scosse il capo, come dire non so. Allo, nel rincorrere la sorella, mise male un piede,  imprecò e subito dopo urlò:
«Ahi!.. ma mamma!» Si massaggiava una natica e con sguardo imbronciato si girò verso Mora. «Non è giusto, io stavo solo imprecando perché mi sono slogato una caviglia!» Mora arrossì.
«Beh vedi, questo è quello che succede quando uno brontola troppo. Non lo si ascolta più. Scusami, credevo fosse ancora per via degli zaini».
Io e Vito ci scambiammo uno sguardo di intesa e capimmo cosa era un parapicchia.

Inutile dirlo, la giornata fu splendida e tornammo a casa stanchi, ma felici, col trenino birichino, che, devo ammettere, è sempre un vero sballo. Questa volta però misi il casco.

giovedì 26 febbraio 2015

LIBRI PER ADULTI



CIO’ CHE INFERNO NON E’
(ALESSANDRO D’AVENA)

Sto letteralmente divorando questo libro


Qualcuno lo ha letto?

Chiederlo per me è una cosa inusuale, da quando ho aperto il blog (15 agosto 2014) non ho mai fatto una domanda diretta.
Principalmente pubblico a puntate un libro per bambini mai pubblicato, e ogni tanto scrivo ciò che mi frulla per la testa possibilmente con un po’ di ironia, ma mai mi sarei sognata di fare domande dirette, anche perché non saprei commentare o dare risposte corrette, non ne ho i mezzi. Tempo fa nel confidarmi con una mia amica sul blog e di come stava andando mi è scappato: “Della qualità non ne son per niente sicura, però mi sono buttata lo stesso e con le basi che ho io, decisamente senza rete”.
 Questa sono io, agisco e reagisco per empatia senza grosse basi, se tento di esporre un mio pensiero, io stessa nel rileggerlo lo trovo scarno e lacunoso, l’esposto non rappresenta appieno il guazzabuglio di emozioni  che c’è in me, ho un eccesso di: ma… se… benché…   
Perciò non mi dilungherò a recensire con paroloni ciò che mi piace. Scrivo solo che mi ha conquistato.
Chi vorrà o avrà voglia di commentare il libro sarà più che ben accetto e volentieri vi leggerò, anzi, vi leggerò volentierissimo, perché di natura sono curiosa, curiosa, di conoscere il parere di altri, ma non aspettatevi da me commenti che non sono in grado di dare se non dire BELLO, talmente BELLO che mi ha spinto a fare ciò che non faccio mai, una domanda diretta:
«Vi è piaciuto questo libro?»

Vi trascrivo due pezzi del libro - CIO’ CHE INFERNO NON E’- il primo è la descrizione di due personaggi, il secondo un racconto che approvo in toto:

1°:
«Pronto per le vacanze?»
«Sì, vado a studiare inglese in un posto vicino a Oxford. Ho visto le foto: è tutto verde, ci sono i campi da tennis e di calcio in erba. Vera erba, Don Pino! Sarà un paradiso… E lei che farà?»
«Io? Dove vuoi che vada in una città come questa? Siamo sempre in vacanza. Guarda che luce!»
«Lei lavora troppo.»
«E' quello che amo fare. A Brancaccio ci sono bambini e ragazzi a cui far capire che l’estate è diversa dal resto dell’anno.»
«Io n on ci sono mai stato a Brancaccio.»
«Io ci sono nato e non ti sei perso niente. Altro che erba, lì solo cemento. C’è tanto da fare, tutti quei bambini… a volte mi sembra di non combinare niente. Mi mancano le braccia».
«Le serve una mano?»
«Anche tre… Secondo te perché vi ho chiesto di venire quando avete tempo? Voglio fare il possibile perché questa estate sia diversa dalle altre.»
«Magari passo prima di patire. Basta che non parliamo di Dio.»   
Don Pino sorride. Un sorriso strano, quieto, come emerso dal profondo del mare quando la superficie è in tempesta. Mi ricordo ancora la prima lezione con lui. Si era presentato con una scatola di cartone. L’aveva messa al centro dell’aula e aveva chiesto cosa ci fosse dentro. Nessuno aveva azzeccato la risposta. Poi era saltato sulla scatola e l’aveva sfondata. «Non c’è niente. Ci sono io. Che sono un rompiscatole.» Ed era vero. Uno che le rompe le scatole in cui ti ingabbiano, le scatole dei luoghi comuni, le scatole delle parole vuote, le scatole che separano un uomo da un altro uomo simulando muri spessi come quelli della canzone dei Pink Floyd. La voce di Don Pino mi distoglie da quel ricordo fulmineo ma indelebile.
«A che serve parlare di Dio? Se ti spiego l’amore tu t’innamori? Quando ti innamori di una ragazza, forse prima te la spiegano?»
«No, prima la vedo e poi voglio conoscerla.»
«Bravo. Si vede che sei mio alunno. Dio bisogna darlo, poi dirlo. Dio o lo tocchi o non c’è teorema che te lo possa far piacere.»
«E come si fa?»
«Che fai, adesso, mi parli tu di Dio? Non mi hai appena detto che non vuoi?»

venerdì 20 febbraio 2015

21) MELISSA E LA NUVOLA

IL PICNIC

La vacanza tornava ad essere piacevole, a parte l’ombra fastidiosa di Festuca, sempre alle calcagna, e una zia super apprensiva da quando le era stato raccontato del roliopet. Per il resto era una vacanza perfetta, ma che dico, spettacolare cavolo, ero nel Mondo Magicogiga! … Siamo sicuri che non stavo sognando?
Ogni tanto il dubbio mi veniva, ma stava diventando un sogno un po’ lungo per non essere una situazione vera.
Quel giorno io e Vito eravamo gli unici alla reggia, gli altri dovevano raggiungerci per il picnic al mare. Era un’idea di mia zia, speravo solo che non fosse una delle sue organizzazioni catastrofiche. Ogni tanto io e Vito volavamo nei dintorni del Villaggio Bianco con i moschitoscopa. Lui tentava di insegnarmi a cavalcare quelle scope bizzarre, ma il risultato non era gran che, la mia specialità, si fa per dire, era falciare le cime degli alberi. Festuca ci osservava silenziosa scuotendo il capo a cavalcioni della sua spiderscopa. Comunque, nelle nostre scorribande, avevo potuto constatare che nella valle del “mare” non c’era neanche l’ombra.
Eravamo nella loggia della reggia, Vito parlava guardandomi dal alto, mentre io seduta per terra  con le gambe incrociate avevo Isotta in grembo, con mia grande sorpresa, Vito diede voce hai miei dubbi:
«Ma secondo te oggi usciamo dal Regno Elfico?»
«Non lo so, io penso di sì. Tu hai visto il  mare qui vicino?»
«No, io non ho visitato altri posti al di fuori di questa vallata. Aron mi è venuto a prendere al campeggio estivo, dove vado tutte le estati e mi ha portato direttamente qui». Alzai lo sguardo, Festuca era appoggiata alla balaustra intenta a limarsi le unghie e per niente interessata ai nostri discorsi.
«Booh» risposi «staremo a vedere, … non sapevo che conoscessi già Aron…»
«Ma io non lo conoscevo affatto. I miei genitori mi hanno portato al campeggio per ragazzi, come tutti gli anni. Là mi hanno fatto salire su un furgoncino che mi doveva portare alla mia tenda, ma io alla tenda non ci sono mai arrivato, al volante c’era un sorridente Aron!»
«Vuoi dire che i tuoi non lo sanno?» lo guardai sempre più confusa «Ma scusa i tuoi?.. Ma non sei orfano anche tu?»
Lui storse la bocca con quel ghigno canzonatorio che ormai conoscevo molto bene rispondendomi:
«Certo che lo sono, somarottola, io sono stato adottato».
«Oh scusa! Non lo sapevo! E come sono i tuoi genitori adottivi?» Sbuffò rumorosamente, gli era sparito il sorriso.
«Certo che sei proprio curiosa, ma che ti frega di come sono i miei!»
«Oh scusa! Non mi sembra di aver fatto una domanda così strana. Ero solo curiosa di sapere come ci si sente ad avere dei genitori adottivi». Strinsi le spalle, ma la sua reazione fu esagerata.
«Cribbio, come vuoi che ci si senta! Sono i genitori che mi hanno cresciuto gli voglio bene, non mi sono posto troppe domande. Sono grato di essere stato adottato, anche se tutta questa storia della riconoscenza per essere stato scelto da loro comincia a stufarmi… Adesso si sono anche divisi… Io, io mi sento...» allargò le braccia sconsolato scuotendo il capo «non lo so come mi sento. Anzi sì lo so, mi sono sentito male, molto male. Non subito, al inizio ero felice di avere finalmente una famiglia, andava tutto meravigliosamente bene, e poi … e poi hanno cominciato a litigare, e litiga oggi e litiga domani  si sono divisi, e io sto male. A volte mi assale il dubbio di essere io il motivo dei loro litigi». Era passato dal tono di voce alterato a quello sconsolato e ora gesticolava esageratamente «Cribbio! Loro mi dicevano che erano la mia famiglia, e poi? ... Ma che razza di famiglia è la mia con uno di qua e uno di là?»
Insomma!.. Io avevo la bocca aperta e lui si fermò a guardarmi come se si aspettasse una risposta. Chiusi immediatamente la bocca e cominciai a pensare febbrilmente a cosa dire.
«Melissa!… Melissa dove sei? Insomma vuoi rispondere?»
Isotta si alzò e si stirò inarcando la schiena, mentre la zia continuava a chiamarmi.
«Melissa!…  Melissa!…» Festuca rispose flemmatica, continuando a limarsi le unghie:
«Sono qui!» Lei arrivò tutta trafelata.
«Ah eccoti!» poi verso Vito «Ah bene ci sei anche tu!» lo osservò «Ma stai bene?» 
lui rispose seccato:
«Mai stato meglio!»
«Non direi …»
«Oooh, ma cosa avete oggi tutti quanti? Lei che mi fa domande stupide», indicandomi con il braccio e il dito indice teso, «poi una fata, che si crede di avere le capacità elfiche, si mette a leggermi nel pensiero. Ma cosa volete da me?» Parlava a raffica, gesticolando, e poi dicono che sono gli italiani che gesticolano? Mia zia mi guardò con aria interrogativa.
«Ehm… ehm…» ero abbastanza imbarazzata, ma la zia  continuava a guardarmi aspettando una risposta. Festuca, che era stata presente alla conversazione, non mi permetteva certo di mentire.
«Beh … lui mi stava parlando della sua famiglia nel mondo Tunturlo». Beh! Ora anche mia zia era senza parole. Vito intervenne:
«Sentite, non mi piace essere compatito!»
Finalmente la zia si sbloccò.
«No. Non piace a nessuno e nessuno vorrebbe essere orfano o vedere i propri genitori separarsi. Immagino che, per chi ha dovuto passare tutte e due le situazioni, non sia il massimo. Che si può dire in un frangente simile? Credo che non ci siano parole che si possano dire e che ti possano far stare meglio, però una cosa posso dirtela, mi sto affezionando a te, e sono pronta ad aiutarti o anche solo ascoltarti, se avrai bisogno, in qualsiasi momento. Poi tu sai che anche Ehloro ti vuole molto bene e in tutti questi anni ti ha sempre tenuto d’occhio». Lui sbuffò.
«Certo, certo, da molto lontano!»
Cavolo! Vito stava diventando davvero irriverente. Lui era sempre in combutta con Allo, Teo e Chicco, e le nostre conversazioni erano state per lo più pratiche del tipo dove andiamo, cosa facciamo, perché non giochiamo a… intercalate da frasi canzonatorie rivolte a me e Centaura, tipo, “ma va là principesse intergalattiche dei miei stivali”, quando noi principesse proponevamo i “Giochi da femmine”, come dicevano i maschietti. Noi femmine così potevamo rispondere molto femminilmente  a musi e gestacci. Nel mondo Magicogiga i giochi tra bambini non sono molto diversi che nel mondo Tunturlo. Adesso questo nuovo Vito mi confondeva. Ero dispiaciuta per lui e imbarazzata per come stava rispondendo a mia zia, in definitiva lei voleva solo essere gentile. Mia zia non sembrò imbarazzata.
«Capisco la tua rabbia. E’ una situazione molto difficile da accettare, ma, credimi, lui vuole solo il tuo bene, e fino ad ora il tuo bene era stare lontano da qui. So che ti ha già raccontato che tua madre era sua figlia. Credimi, tuo nonno e tuo zio Aron hanno molto sofferto per la perdita di Amalia, ed erano molto in pensiero per la tua sorte. Non vedi che da quando sei arrivato Ehloro non vuole che tu esca dal regno?»
Lui ammutolì guardandosi i piedi, poi mi guardò sottecchi con un’espressione che sembrava dicesse, “sì, sì, tutte belle parole …”
Mia zia si rivolse a Festuca.
«Melissa e Vision vengono con me, tu sei libera fino a domani».
Lei ci salutò, mentre noi seguivamo la zia che camminava a passo veloce e ci comunicava che gli altri erano già arrivati e ci attendevano in cucina.
Gigaro era legato con uno scialle verde alle spalle della mamma e, quando ci vide, cominciò ad agitarsi tutto contento, battendo le gambotte cicciotte sulla schiena di Mora che indossava pantaloncini con una blusa leggera, modello hippy, verde chiaro.
Gli altri, Chicco, Nino, Allo e Centaura, stavano parlando con una povera e frastornata Poppy, tutti insieme accavallando le voci.
Beh, insomma, in cucina trovammo la solita allegra caciara.
«Che cosa sta succedendo?» tutti si girarono a guardare Melina, e cominciarono a risponderle al unisono. Un’esasperata Poppy urlò:
«Zitti!»
Ottenendo un momentaneo silenzio aggiunse:
«Non vogliono portare gli zaini sulle spalle».
Nino incalzò:
«Non capisco perché accollarci tutto questo peso? Non possiamo farli viaggiare sotto terra?»
Poppy,  guardandolo negli occhi e parlando, scandendo bene le parole, per fargli capire il problema disse:
«Tuo zio è in missione … e chi fa viaggiare sotto terra  i bagagli … siete solo voi gnomi … chiaro?»
«Lo faccio io» rispose Nino «mio zio mi ha insegnato».
«Oooh, certo, certo» intervenne mia zia dubbiosa «e quanto lontano riesci a mandarli?»
Un incerto Nino:
«Ehm… dalla cucina alla Piazzetta?!!». Ma nel dirlo non era più così convinto.
 Una tranquilla Mora:
«Perfetto… Sei sicuro di riuscire a coprire la distanza fino al mare e farci trovare gli zaini al posto giusto?» Lui sempre più confuso e pentito di essersi offerto.
«Ehm… E’ da poco che ho cominciato a provare … e solo per tratti brevi».
«Per l’appunto, è meglio non rischiare, tra l’altro perderemmo un’eccellente torta». Lo bloccò una decisa Mora.
Allo e Centaura sconsolati esclamarono in coro:
«Ma mamma!!» ma la madre non accettò repliche.

Così ciascuno di noi si accollò uno zaino. Lei era l’unica a non portarlo perché aveva Gigaro sulle spalle. In compenso aveva un bellissimo arco elfico, piccolo e flessuoso, con una faretra con frecce dal piumaggio colorato. Eravamo diretti  alla spiaggia del loro regno.

giovedì 19 febbraio 2015

OSSA ROTTE

OSSA ROTTE

Ossa rotte!
Questo è il mio stato!
Sto aiutando una delle mie figlie a fare trasloco e sono a pezzi.
Le mie ossa sono rotte, mi consolo nel vedere che anche le ossa dei più giovani ne risentono… i traslochi non sono uno scherzo, però questa condizione di stanchezza,  mi hanno ricordato una favola che ho scritto tempo fa.

OSSAROTTE E TUTTOSSA

In una notte senza luna un gatto bianco a macchie nere miagola dentro al piccolo cimitero,


quando… una voce gracchiante comincia a cantare:
A mezzanotte sai
che io ti penserò…
Maaooo!!…  Rizza il pelo quel povero gatto, quella voce fa pauraaaa!!
Ma la voce continua imperterrita:
Ovunque tu sarai
sei miaaaa…
Maramaooo! Fa il gattaccio spaventato che con il pelo arruffato a grandi balzi se ne va.
Ma quella voce lugubre per nulla impressionata, continua il suo canto stonato
… e stringerò il mio cuscino di pietra fra le ossa
mentre cercherò il tuo teschioooo
che pauroso nel buio
apparirà…
“Piantala!” 
“Toc toc toc…” 
“Che c’è adesso?” 
“Batto i denti.” 
“Perché?” 
“Questa tomba è fredda, noi non usciamo mai!” 
“Ma come! Non ti ricordi che abbiamo spaventato quel cavaliere con tanto di elmo e spada sul suo destriero?” 
“Ahahahahahahah!!!.. Sì, che ridere, il cavallo si è impennato e lui è caduto… Ahahahah… correva più forte lui del cavallo… Dai usciamo a spaventare qualcun altro?” 
“Va bene, se mi prometti di non cantare usciamo.” 
“Iuuu… parola di scheletro per questa sera non canto.” 
“Per cento anni, altrimenti stiamo in tomba.” 
“Cattivo come adessooo… non sei stato mai… lalalalala.” 
“Piantala! Usciamo! Ma non cantare.” 
“Parola d’onore di scheletro.” 
“Per 100 anni?” 
“Lo giuro sulle mie preziose ossa.” 
Così Tuttossa e Ossarotte escono pensando già al divertimento…
Ihihihihi… Chissà quante urla!
Ihihihih… quanti strilli!
Ihihihih… quanti spaventi spaventosi…
Quanti svenimenti!
Si avviano verso la strada e…


“Ma cosa è questa striscia grigia?.. E’ il sentiero?.. Che fine ha fatto il sentiero con sassi e terra?” 
“Non lo so!! Dai, dai, andiamo avanti… Uuuuu… Arriviamooo…” 


“Aiutooo…” Gridano in coro, Tuttossa e Ossarotte, mentre un fascio di luce illumina proprio loro. Sì loro che amano il buio, ma quel mostro enorme e rumoroso li travolge manco fossero fuscelli e foglie secche.



“Ehi Ossarotte, ma quando siamo usciti l’ultima volta?” chiede Tuttossa
“Poco… Saranno 500 anni!” 
“Mi sa che ci sono mostri che non conosciamo…  Che facciamo? Andiamo a cercare un audace cavaliere col suo destriero?” 
“Non vorrai già tornare indietro?” 
“Toc toc.” 
“Tremi?” 
“Nooo..Toc toc..” 
“Mi hai fatto uscire e ora andiamo!” 
“Già, ma ricomponiti.” 
“Senti chi parla.” 
Tuttosso e Ossarotte mettono insieme i loro pezzi e tremanti vanno alla ricerca di un baldo cavaliere.



Quando…



“Aiutooo e questo cosa…” urla Tuttosso
“Toc toc toc!!” Fa la dentiera di Ossarotte

 Uno strano cavallo con occhio di brace avanza sul sentiero grigio.


Quel occhio di brace punta deciso sui due poveri spaventati e tremanti scheletrini,
che… dalla paura finiscono in un mucchietto d’ossa scomposte.
“Ma che orrido cavallo!! Non ha neanche la coda!”
"E la testa?.. Dov'era la testa del destriero?"
“Ma quanti mostri con occhi fiammeggianti ci sono?” 
“Questi cavalieri sono pazzi a stare con mostri simili… io non mi fiderei.” 
“Hai visto che brutto elmo che aveva quel cavaliere?” 
“Non ho più voglia di spaventare, voglio tornare nella nostra buia e sicura tomba!” 
“Sì cara tomba, tomba nostra…” 
Nella notte tenebrosa senza luna, un lupo ulula, mentre mesti, mesti, se ne vanno tenendosi per mano due scheletrini.
“Toc toc.” Fa la dentiera di Tuttossi.
“Toc toc.” Risponde la dentiera di Ossarotte.





venerdì 13 febbraio 2015

20) MELISSA E LA NUVOLA

MELINA

Festuca, una elfo silenziosa, bionda e diafana di circa venti anni, mi seguiva ovunque. Stanca di avere un’ombra perenne alle costole, decisi di andare dalla zia.
Festuca si fermò sulla porta e mi lasciò entrare da sola. Avvicinai una seggiola al letto e appoggiai il capo sulla candida coperta tra le braccia addormentandomi. Nel mio sogno qualcuno mi accarezzava … Mi svegliai sbadigliando.
Ma cavolo! Una mano continuava ad accarezzarmi. Agnese mi stava sorridendo. Le lacrime mi salirono agli occhi, ma orgogliosa tentai di darmi un contegno:
«Mi è andato qualcosa in un occhio». La zia rise. Rincuorata, nel vederla sorridere, le chiesi belando come una pecora:
«Cooome staai?»
Lei alzando le spalle mi rispose «Bene». Come se non fosse mai successo nulla.
Finalmente una buona notizia. Un po’ di ansia se ne andava, ed io ritornavo ad essere la solita ed impaziente Melissa. Incrociai le braccia al petto e chiesi finalmente con voce decisa:
«Ma perché, ti chiami Melina?»
«Perché sono la fata del melo selvatico, Melina Malus Sylvestris. La tua mamma era mia sorella, la fata Melania Malus Sylvestris».
Cavolo! La cosa si faceva interessante. Quando gioco con le mie amiche le mie aspirazioni sono sempre modeste.
Beh!! Quasi modeste, voglio dire che fare la principessa con dei super poteri è nel sogno di tante bambine come me! Non che m’importi un gran che di primeggiare su tutti, ma giusto per avere un lungo vestito con veli, scarpe col tacco e che ne so anche un braccialetto luccicante e un diadema in testa.
E poi dai, sì, lo ammetto, vorrei essere un tantinello speciale e non pasticciona come sono e
“Cavolo, cavolo!” Adesso scopro che sono figlia della fata -Malusnonsocosa-. Quel nome che non avevo ancora memorizzato suonava molto bene alle mie orecchie, sognai ad occhi aperti un favoloso castello, e io seduta su un trono dorato.
Mi sembrava un titolo importante! Così mi ripresi, ed esclamai con esultanza:
«Ehi!... Allora anch'io sono una fata Malus ecc.!»
Lei mi guardò arricciando le labbra.
«Non lo so!»
Oh, oh, stavo di nuovo precipitando nella normalità.
Poi Agnese sorridendo riprese: «Non ti montare la testa, è che la tua mamma è emigrata in questo paese quando aveva venti anni per studiare gli usi e i costumi degli elfi». Guardavo la zia senza capire, ma lei continuò: «Eee già! Qui si è innamorata di un ragazzo meraviglioso. Il problema è che era un elfo…» continuavo a guardarla perplessa. «Tuo padre Arturo Quercus. Loro, erano veramente molto innamorati e sono andati contro tutte le tradizioni, tanto che si sono sposati».
Mi guardava intensamente e dovette capire che non comprendevo. Allora continuò: «Non succede spesso che nel nostro mondo si mescolino le razze. Anzi ad essere sincera non era mai successo. Gli elfi si sposano tra di loro e le fate con i loro simili, cioè i maghi».
Avevo la bocca spalancata dallo stupore, ma prima che la zia potesse riprendermi, esclamai:
«E allora?»
«E allora e allora… Non sappiamo se sei una fata o un elfo o cosa…»
La notizia mi lasciò sbigottita.
«Ma io non mi sento né fata, né elfo. Io sono la solita Melissa e non so fare nessuna magia».
Il dubbio dentro di me si instaurò, e il mio pensiero divenne certezza. “Non sono né fata e né elfo, non sono nulla di speciale, sono la solita pasticciona di sempre e sempre lo sarò”.
La zia mi diede un pizzicotto sulla guancia,  distogliendomi dalle mie insicurezze.
«Sciocchina la magia si impara, nessuno ti ha ancora insegnato ad utilizzare i tuoi poteri. Sono gli adulti che devono aiutarti ad utilizzarli. Prima bisogna capire chi sei. Non puoi certo usare una bacchetta se sei una elfo, e non puoi usare la melodia e la lingua elfica, che avvolge e incanta, se sei una fata».
Ero ancora più sbigottita e avevo la bocca aperta. Davvero la zia credeva che potessi appartenere a categorie così speciali?
Agnese rise. «Attenta alle rane!»
Anche io questa volta risi di gusto: «Oooh, anche tu con questa storia delle rane!»
E lei: «Che storia?»
Feci una smorfia. «Ma sii … me lo dicono in continuazione tutti».
Mi scompigliò i capelli. Cominciavo a capire. Non tutto, ma era già qualcosa.
«Perché hai cambiato nome e perché non abbiamo viaggiato insieme?»
«La mia signorina perché…» mi guardava con quel suo dolce sorriso, che conoscevo e che tanto mi era mancato.
«Ti ho già spiegato il perché del nome cambiato alla fiera delle fate, ma capisco che tu possa essere confusa, perciò cercherò di essere più chiara. Vedi, ho dovuto cambiarlo per poterti accudire, ma questo te l’avevo già detto no?» Accennai un sì con la testa «Non ricordo bene cosa ti ho raccontato tra il pasticcio dei piatti rotti e il rapimento di Misotys, forse mi ripeterò».
Mi misi a sedere sul letto con le gambe incrociate, sistemandomi meglio, pronta per una lunga chiacchierata.
«Dai racconta! Non ha importanza se ti ripeti, tu racconta».
Inutile dirlo, mi sentivo sempre più facente parte di una storia da favola.
La zia incrociò le braccia e fece un buffo muso.
«D’accordo curiosona. Il Consiglio aveva deciso di proteggere i tre bambini che si erano salvati dal incidente del Nuvolcargo» La interruppi.
«I tre? … Chi è il terzo?» Mi ricordai che anche Ehloro aveva detto che eravamo in tre.
«Ma non so a chi tu ti riferisca, comunque uno è Vito l’altro è Nino e poi» non riuscì a finire la frase che intervenni:
«Nino??»
«Sì. Lo conosci?»
«Conosco un Nino, ma è quel Nino? Il Nino nipote di Gnognò?»
«Sì proprio lui». Inutile dirlo, avevo la bocca spalancata. Direi proprio che io e Nino, al di là dell’aspetto fisico, avevamo parecchie cose in comune. Agnese continuò.
«Stavo dicendo? Ah sì, l’incidente del nuvolcargo. Non risultò che ci fosse stato un errore del pilota, ma non riuscimmo neppure a stabilire se fosse stato causato da un sabotaggio. Sai, i polimaghi, allora, erano sotto l’autorità dai Re Tiranni. Re Crudelio, Re Malalingua e Re Caino, erano despoti terribili e feroci, e se loro dicevano che non c’era nulla da indagare e che non era un attentato, tutti obbedivano. Nessuno di noi osava contraddirli in pubblico, ma in privato … Beh, in privato tutti si lamentavano. Nessuno di noi è malvagio nel animo come lo erano loro. Desideravano solo il potere e la ricchezza. A noi fate e maghi non serve la ricchezza, a noi interessano le bellezze della natura, il bene del pianeta, e di questo parere sono anche gli elfi e parte dei nani. Si formò un gruppo di persone, appartenenti ai tre regni, che si riuniva in gran segreto per tentare di togliere il potere ai Re. Queste riunioni venivano chiamate Consiglio. I primi che accorsero per aiutare i superstiti della disgrazia, furono i membri di una squadra elfica capitanata da Ehloro, che si trovò di fronte ad una scena raccapricciante. In mezzo ai rottami trovarono la stanza di evaporazione intatta. Il nuvolcargo era piccolo, e la sua stanza di entrata e di uscita poteva contenere solo tre persone alla volta. E’ risaputo che l’ambiente più sicuro degli oggetti volanti morbido e resistente agli urti, è la parte che deve toccare il suolo, cioè la stanza di evaporazione. Lì trovarono voi. I vostri genitori, avevano tentato di mettervi in salvo e ci erano riusciti. Ehloro vi nascose e riunì il Consiglio in gran segreto. Se si trattava di un attentato, di certo, centravano i Re. Chi poteva volere la morte delle nostre menti migliori? Quindi, erano da proteggere anche i piccoli. I Re erano così perfidi che avrebbero potuto uccidere anche loro.  Così si decise di tenere i bambini il più lontano possibile dal nostro mondo, diffondendo la notizia che nessuno si era salvato. Io in quel periodo ero ancora convalescente a causa di un duello avuto con un Roliopet».
Un brivido mi attraversò la schiena ripensando a quell'essere viscido. La zia intanto, ignara di quello che mi era successo, continuava il suo racconto.
«Beh! Lui voleva danneggiare con la sua melma un’intera vallata di mele, in Italia, precisamente nel Trentino, ed ero depressa. La notizia della morte di mia sorella mi gettò nel più nero sconforto. Solo tu mi eri rimasta». Il labbro inferiore le tremò, gli occhi si fecero lucidi e si fermò a pensare.
Ero abituata a vederla con gli occhi lucidi, ma quel giorno avevo gli occhi lucidi anch'io e incalzai:
«Allora cosa hai  fatto?»
«Chiesi aiuto al popolo delle fate come sua cittadina, al popolo degli elfi come zia di un loro cittadino» mi sfiorò il naso con un dito «tu!... Sì proprio tu Melissa Malus Sylvestris Quercus. Poi chiesi aiuto anche ai nani tramite il mio amico, Gnognò. Lui, in quel momento mi capiva molto bene, visto che suo nipote era uno dei tre bambini. Così, quando il Consiglio si riunì, si trovò gente che perorava la mia causa in tutti e tre i Regni. L’incidente in cui ero incappata in Trentino mi aveva procurato un danno irreparabile, ma anche una certa notorietà, che giocò a mio favore. Il Consiglio votò al unanimità e acconsentì a patto che  cambiassi nome. Avrei destato sospetti: che cosa ci facevo io nel mondo Tunturlo da sola con una bambina? Avrei suscitato curiosità. Chi era quella bambina? Tu non sai quanto erano subdoli i Re. Avrebbero di certo indagato, nessuno era veramente libero». L’abbracciai …
«Meno male che hanno cambiato idea, ma di che danno parli?»
«E’ difficile dirlo a una bambina, ma comunque … quel dannato roliopet mi ha contaminato con la sua melma, e io non posso più avere figli». Gli occhi le si riempirono di nuovo di lacrime, ma continuò «ma per fortuna io ho te». Stropicciandomi i capelli mi disse sorridendo: «E mi basti e avanzi, signorina pasticciona, tu sei la cosa più importante che ho».
Ero una bambina ma capivo benissimo quando mi comportavo in modo imbecille, e mi ricordai quello che Gnognò mi aveva raccontato sull'astronuvola. Mi buttai fra le sue braccia, col viso schiacciato sul suo seno.
«Ti voglio bene zia».
«Anch’io piccola, anch’io». Restammo abbracciate per un po’, poi le chiesi:
«Ma zia come ti devo chiamare? Agnese o Melina?»
«Come vuoi sbanderno, anche il nome Agnese ormai fa parte della mia vita, tanto quando torneremo nella casa del Dilamondo dovrai chiamarmi solo così, però devi fare attenzione a chiamarmi Agnese solo quando siamo sole, altrimenti salta la mia copertura nel mondo Tunturlo. Forse è meglio se qui ti abitui a chiamarmi Melina».
Mi alzai e cominciai a sgranchirmi le gambe, nel vedermi in piedi Melina esordì «Ma sei cresciuta tantissimo in questo mese!».
«A non so se sono cresciuta, so soltanto che si mangiano cose buonissime soprattutto a Campo Verde». La zia rise di gusto.
«E’ così eh… Vuoi forse dirmi che la mia cucina fa schifo?»
«No, no, voglio solo dire che questa è un po’ meno bruciacchiata».
«Impertinente di una bambina, te lo faccio vedere io adesso cosa sono capace di fare con una bacchetta!»
Le lanciai uno sguardo dubbioso e lei mi rispose subito:
«Melissa piantala, non essere irriverente con me».
Capivo perfettamente quando la zia fingeva di essere arrabbiata, il suo volto adesso aveva ripreso colore ed era più rilassato. Anche io dopo tanto tempo mi sentivo più rilassata, e continuai con il mio interrogatorio.
«Ma perché non abbiamo viaggiato insieme?»
«Oh, ma oggi non finisci più di fare domande?»
«Dai solo questa, poi basta».
«Qui tutti mi conoscono con il mio vero nome, ed io mi sono già scontrata diverse volte con dei roliopet. I Re tiranni li abbiamo sconfitti, ma due di loro sono ancora in vita e hanno chiesto asilo al loro capo, Zar Ngherapazzo. Ngherapazzo è sempre stato in combutta con loro, ma i Re lo ritenevano inferiore. Quando Re Crudelio e Re Malalingua gli hanno chiesto asilo non gli sarà sembrato vero. Finalmente due Re lo ritenevano degno di stare in loro compagnia e gli  chiedevano asilo. I Re e Zar Ngherapazzo non devono sapere dei tre bambini, soprattutto di te».
«Di me? Perché?»
«Perché tu sei un po’ speciale».
 «Ioo?!»
«Sì tu, piccolo sbanderno. Era meglio non rischiare. Se dopo tanto tempo mi facevo rivedere qui con una bambina che veniva dal mondo Tunturlo si sarebbero incuriositi».
«Perché speciale? Che ho di speciale io?»
«Beh! Non c’è nessuno tra noi mezzo elfo e mezzo fata. Te l’ho già detto, sei una bambina speciale, potresti avere dei poteri sconosciuti».
Beh! Adesso si esagerava... Non mi piaceva più essere considerata una cosa speciale, avrei deluso tutti. Io sapevo di essere una gran pasticciona, e tutta questa storia cominciava ad intimorirmi. Melina continuò:
«Qui nel paese elfico è tutto più sicuro, ed è difficile entrare. Gli elfi tengono molto alla loro sicurezza e alla loro privacy, non amano far sapere al esterno ciò che succede nel loro regno». Mi fece cenno di avvicinarmi, e bisbigliò «soprattutto non vogliono far conoscere il potere delle erbe che utilizzano per guarire».
Per non angustiarla non le raccontai che io un roliopet lo avevo già incontrato e proprio  qui.
Papaver venne a trovare l’amica e fu felice di vederla sveglia. Poppy fece portare la cena per tutte e tre in infermeria. Anche lei non le raccontò dell’incidente. Dopo mangiato passò il guaritore che visitò la zia e le confermò la sua perfetta salute, l’indomani poteva alzarsi.
La giornata era stata intensa e, stanca, andai a riposare, con Festuca ai calcagni e Isotta che mi seguiva così da vicino che avevo paura di pestarla.

giovedì 12 febbraio 2015

UFFA UFFA



Che forte questo libro!!!
UFFA UFFA
di
Silvia Roncaglia
Giunti junior

Giovedì 5 febbraio alle ore 17 ho passato insieme a mio nipote la Birba di 5 anni, un’ora e mezza molto piacevole. Sono cominciate LE FAVOLE A MERENDA al centro Bacchi di Calderara di Reno (Bo). Ogni giovedì ci sarà una cosa diversa e una diversa fascia di età.
So che per leggere il volantino bisogna fare esercizi yoga, ma non sono riuscita a girare l'immagine e purtroppo nel post ce ne sono altre... è da me... noncelapossopropriofare.


 Il primo giovedì di ogni mese sarà il turno degli INCANTASTORIE di cui io faccio parte, cosa mai potrà fare un gruppo che si chiama INCANTASTORIE?!! Ma ovviamente raccontare favole, e per il  primo debutto al centro sociale il gruppo ha proposto il libro “UFFA UFFA” di Silvia Roncaglia per una fascia di 6-8 anni.


Potevo mai io non partecipare, e leggere con altri tre compari, un libro con questa parola magica “Uffa”, Super Ricorrente in casa mia?!! Per chi non ne fosse al corrente può leggere i miei racconti per comprendere a cosa alludo: QUI “Bisnonna Uffa” e QUI  “Uffa, Uffa, Uf, uf”.
Così il libro “UFFA UFFA” mi ha subito incuriosito.
Il libro comprende due favole super divertenti:
“UFFA , PROPRIO ADESSO CHE” e “UFFA LA CONOSCO GIA’”.
Il target presente, circa 15 bimbi, era per lo più di età prescolare. I bambini sono stati attenti e chiedendo, mentre facevano merenda con pizza calda, ciambella con succo di frutta, quale delle due favole fosse piaciuta di più, hanno dimostrato di aver recepito le storie anche se un po’ lunghe, ma soprattutto le hanno trovate divertenti.
Come nonna ne ho avuto ulteriore conferma da mio nipote una volta in macchina che ha sentenziato: “Nonna sei stata brava.” Quando vuole la Birba sa come conquistarmi.
“Davvero?!! Sono stata brava o erano belle le storie che abbiamo letto?” Ho chiesto:
“Sì. Mi è piaciuto il principe.” Parola di Birba.
Non posso postare le foto perché ci sono i visi dei bambini, e non ho chiesto i permessi, ma riassumo le storie spassose.

UFFA, PROPRIO ADESSO CHE…

C’era un principe di nome Filippo che tutti presero a chiamarlo “Proprio Adesso Che”. Ma siccome il soprannome era un po’ lungo tutti presero a chiamarlo PAC.
Quando sua madre lo chiamava perché era pronto in tavola, lui che giocava con lo scudiero Gualtiero


a pallone sbuffava: “Uffa! Ma come? Proprio adesso che mi stavo divertendo!”
Quando doveva fare i compiti:
 “Uffa proprio ora che stavo guardando in TV una partita di caccia alla beccaccia!”
Per andare a letto non era mai ora, perché doveva giocare con il suo Game King:
“Uffa! Proprio adesso che stavo battendo il Mega Drago Finale e mi ero guadagnato altre due vita da cavaliere Senza Macchia e Senza Paura!”



Crescendo non cambiò abitudini e quando si trattò di prendere in moglie la bella principessa Cunegonda esordì:
“Uffa! Ma come? Proprio adesso che ho un sacco di impegni con gli amici!”
Avevano aperto una nuova discoteca e lui era campione di ballo in armatura a ritmo di heavy-metal.
Aveva comprato una nuova carrozza 40 cavalli truccata che faceva i 200 all’ora, e tutti i giorni gareggiava in rally spericolati.


Poi si era iscritto a un corso di sopravvivenza per cavalieri erranti, e a un concorso di bellezza per cavalieri aitanti… Insomma aveva un sacco di impegni.
Il Re e la Regina rimandarono le nozze di un anno, e nel frattempo il principe PAC avrebbe dovuto frequentare la principessa Cunegonda, ma lui non aveva mai tempo, mentre Pinin Malempo ne aveva.


Pinin Malempo portava al ballo in piazza la principessa Cunegonda in groppa al suo mulo, e ballavano la tarantella, il salterello, la giga… Tanto lui aveva tempo.
La portava in campagna e gli insegnava i nomi dei fiori... Tanto lui aveva tempo.


Così quando il principe PAC si decise a portare la principessa Cunegonda a fare un giro sulla sua carrozza 40 cavalli truccata, la principessa scelse di sposare Pinin Malempo che non aveva soldi ma aveva tempo.



UFFA, LA CONOSCO GIA'

Gina è una bambina che ama le torte e ama le storie. Gianna è una mamma che sforna torte e sforna storie.


Gina a merenda, mangia una fetta di torta alle mele e chiede:
“Mi racconti una storia?” Allora la mamma comincia a raccontare Cappuccetto Rosso.
“Uffa la conosco già!” esclama Gina.
“C’erano una volta tre porcellini…” racconta la mamma.
“Uffa, anche la storia dei tre porcellini la conosco già”.
Così la mamma racconta una storia nuova per Gina.
C’erano tre casette: una di paglia, una di legno e una di mattoni. Erano nella stessa radura vicino ad un bosco, le tre casette non erano abitate.


Quella di paglia avrebbe voluto come padrone un contadino, quella di legno un boscaiolo, quella di mattoni che si dava delle arie perché si sentiva più bella e robusta disse:
“Che desideri banali!”.
Lei voleva un porcellino roseo e grassottello.
“Che idea stupida!” Dissero le altre due “Se offriamo riparo a un porcellino verrebbe un lupo per mangiarsi il porcellino e soffierebbe, soffierebbe, soffierebbe e ci farebbe volar via”.
Ma proprio mentre discutevano si sentirono arrivare, dal bosco vicino, tonfi di passi di lupo e sibili di respiro da lupo.
“Oh, ma che storia!” Esclama Gina, dando un altro morso alla torta di mele“Continua!”


Il lupo si chiamava lupo Cattivo, ma era semplicemente un lupo arrabbiato. Era cresciuto cercando bambine con il cappuccio rosso e casette dei porcellini senza mai trovarle, perché anche i lupi hanno mamme che raccontano storie.



Quando il lupo Cattivo arrivò alla radura e vide le tre casette esultò di gioia e gli occhi gli brillarono dalla contentezza.


“Le casette dei tre porcellini!” Esclamò felice.
Soffiò, soffiò, soffiò sulla casetta di paglia che volò per aria e ricadde a terra in un disordinato mucchio, ma del porcellino neanche l’ombra.


“C’era da aspettarselo! Me lo aveva detto la mamma… Quel porcellino furbastro sarà scappato nella casetta di legno del fratello!”… Così anche la casetta di legno finì in un mucchio confuso di assi sparse, ma anche lì non c’era traccia di porcellino.



“Come previsto! I due furbastri saranno scappati nella casetta di mattoni del fratello più furbo”.
Così arrivò alla casetta di mattoni e ripasso la storia che le aveva raccontato la mamma:
“TERZO punto: non soffiare. E’ fatica sprecata con i mattoni, quindi risparmiare i polmoni! QUARRRRTO” Continuò allora battendo i denti dalla paura. “Non entrare dal camino perché se no…” E qua il lupo non fu in grado di continuare la frase , ma rabbrividì al ricordo del pentolone bollente.
Allora bussò semplicemente alla porta e chiese:
“Permesso?”
“Avanti!” Disse la casetta di mattoni, che era una casetta vanitosa ma educata.
Così il lupo Cattivo entrò, annusò in giro e frugò in tutte le stanze. Poi molto deluso disse:
“Ma qui non c’è neanche l’ombra di un porcellino!”
“No, ma lo sto aspettando!” Rispose la casetta.
“Ah, benone, allora aspetterò anch’io”.
E andò a sedersi in poltrona.



La casetta di mattoni non ebbe mai per padrone un porcellino roseo e grassottello. Anzi ebbe come inquilino un vecchio lupo spelacchiato che aveva trovato quella casa più confortevole di una tana, per trascorrervi la vecchiaia, e poi aspettava sempre di veder arrivare un porcellino.



Anche la casetta di mattoni ogni tanto sognava che arrivasse ad abitarla un porcellino roseo e grassottello. Ma si sa che nessun porcellino con un po’ di sale in zucca si avvicina a una casa dove vive un lupo!
E le altre due casette?
Un contadino raccolse la paglia e ci fece una casetta per anatroccoli e pulcini.
Un boscaiolo raccolse il legname e ci fece una casetta per i sui attrezzi.
“E così la storia è finita.” Dice la mamma
“Ma che storia!” dice Gina che intanto ha finito la torta di mele.
“Domani ti faccio una torta di cioccolata” promette la mamma.
“No, voglio ancora la torta di mele!” Dice Gina.
“Uffa, questa storia della torta di mele la conosco già!” Protesta la mamma ridendo.



Letto (in ordine alfabetico) da:
Vincenza Cuomo
Stefano Dandani
Anna M. Fabbri
Micaela Moroni