lunedì 25 maggio 2015

UNA SCENEGGIATA DI CASA MIA



UNA SCENEGGIATA DI CASA MIA
25 maggio 2015
            
  Gli auguri quando sono sinceri si accettano sempre volentieri, anche se in ritardo.
Ore 7,45 mia figlia e mio nipote sono passati prima di andare a scuola per lasciare lo zaino contenente la roba per il Basket, oggi pomeriggio dopo la scuola lo dovrò portare io.
La bisnonna Uffa (chi mi legge, sa che questo soprannome buffo ma affettuoso, appartiene alla mia mamma di 97 anni, perché dice spessissimissimo Uffa) sentendo il trambusto si sveglia di buon umore e al mio «Buon giorno»,
risponde sorridendo: «Buona Pasqua».
la guardo interdetta... non è certo Pasqua.  
Il mio curioso nipotino di 5 anni, che mi ha seguita, si affaccia sulla porta della camera con gli occhi che già ridono  e chiede meravigliato: «Coosa ha detto?!»
Io interdetta: «Buona Pasqua!»
Lui mi guarda e sorridendo si avvicina ripetendo con ironia: -BUONA PASQUAAA?!!- e si appoggia al bordo del letto salutandola con un allegro:
«Ciao nonna Ida» lei gli allunga la mano per stringerla in un saluto molto formale, lui grande come un soldo di cacio, la prende indirizzandomi uno sguardo perplesso ma sempre con quel sorriso interrogativo ma furbetto, che da poco gli appartiene, mentre lei compunta ripete:
«Buona Pasqua»… Che dire?!!...
 Non sono riuscita a Pasqua a farle comprendere cosa si festeggiava che ogni due secondi chiedeva:
«Perché ci sono tutti? Che festa è?» E ora dopo quasi due mesi se ne esce così?!!
Mio nipote la Birba ora ride proprio, e ribatte:
«Ma non è Pasqua!!!»
lei: «Dov'è che vai?»
lui: «A scuola»
lei: «A casa?»
Lui: «No a scuola»
Lei: «La scala?»
Lui urla forte ridendo:
«Nooo a scuolaaaa!»
Bé il minimo che potevamo fare era: ridere, ridere, ridere con le lacrime agli occhi.
Mia figlia arriva veloce a recuperare il pargolo, la tabella di marcia mattutina va rigorosamente rispettata se non vuole arrivare in ritardo a lavorare, ma… si blocca, e vedendoci, ci chiede stupita: 
«Che cosa avete voi due da ridere così?»
Cosa mai potevo fare o dire?  Potevo perdermi una occasione così? No di certo, le auguro dandole la mano compunta:
«Buona Pasqua».
Lei mi guarda sempre più incredula,  la sua espressione non mente è proprio quella di chi crede che la madre sia fuori come un balcone e… cosa mai poteva fare mio nipote la Birba… ma ridere… ridere… ridere… e io pure.
             Sto ancora ridendo!!!
            Dovevo correggere e postare un’altra cosa ma questa la dovevo proprio  scrivere, la settimana è cominciata allegramente bene.


Buon inizio settimana a tutti 
^__^

domenica 17 maggio 2015

Noncelapossofare che livore!



Questo post partecipa all'iniziativa concorso per racconti di 200 caratteri, di Romina Tamerici.
La parola di maggio 2015 è livore.
Il link per le informazioni al concorso.

NONCELAPOSSOFARE CHE LIVORE!

Un racconto, più che un racconto una mezza pagina, nata leggendo il concorso "Una parola al mese" di Romina Tamerici, che tramite Marco Lazzara seguo da un po'. 
Mai pensavo di spingermi a singolar tenzone, ma al concorso "Una parola al mese" (la parola di maggio è LIVORE) si può partecipare anonimamente con un racconto di 200 caratteri, così codardamente mi son detta, perché no! Metto solo la prima frase, con la parola Livore, poi quatta, quatta, anonima, anonima, me ne vo', e il resto lo pubblico a giugno se non mi hanno bastonato. 
Questa era la mia intenzione bislacca e subdola, ora vorrei apparire coraggiosa, in definitiva è solo un gioco, vorrei appropriarmi della dignità di chi gareggia apertamente, ma non è così.
Il problema è, che da 10 giorni sto studiando come pubblicare da Romina anonimamente la prima frase della paginetta scritta, senza arrivarci a capo. Che ci posso fare è da me, non a caso ho un'etichetta sul mio blog intitolata noncelapossofrare... -Potrei scrivere in privato e chiedere a Romina Tamerici come partecipare anonimamente al concorso, ma allora lei scoprirebbe chi sono.
Uffa che livoreeee... noncelapossopropriofare.-  (Ora che rileggo anche questo potrebbe essere un racconto?) 
Ok! 
Mi butto, mi espongo alla pubblica gogna, vada come vada, ecco il mio mini racconto, da cui togliere la prima frase per il concorso di un racconto di 200 caratteri una parola al mese.
Ora però che mi sono lanciata senza paracadute, carissima Romina, aiutami e correggi pure i miei errori anche pubblicamente, perché ormai lanciata voglio sfruttare l'occasione, è risaputo che chi non risica non rosica, sbagliare per crescere.
Aiuuutoooo!!!


Il RANCORE SOPITO ESPLOSE CON LIVORE

-Credeva di averlo dimenticato, risolto, ma c’era ancora, il livore come un boomerang ritornò ad esplodere nel corpo, nella mente, lasciando un buco nero nell'anima, che faceva male, un male cane.-

Era passato davvero molto tempo da quell'episodio, ed ora lei gli diceva:
«E io?...»
Quelle due parole, quello sguardo risentito di chi si sente escluso, dimenticato, di chi non ricorda o non ha mai riconosciuto la sue dimenticanze, le sue mancanze, i suoi abbandoni.
Quante volte tu ti eri chiesto da piccolo “e io?...”, ma quella volta aveva varcato il limite, non avresti voluto, ma avevi pianto.
Ed ora lei ti diceva: “e io?...”.
Ora era troppo tardi per recriminare, perché il passato era passato, non si cambia una persona, poi solo cambiare te stesso, a fatica controllò e ricacciò da dove era venuto quel boomerang, perché sapeva che faceva solo male, lui non voleva essere così, andò in bagno si guardò allo specchio e si sforzò di sorridere alla sua immagine. Ritornò di là, sentendosi un po' meglio e tentò di farla sorridere, lei incapace di osservare non si era accorta di nulla.
Era ora di andare, era una giornata che non era il caso di tardare al lavoro, e la salutò dandole un bacio:
"Ciao mamma devo andare, ricordati che domani non posso venire ho il dentista."
E lei rispose:
"E io?".
"Ti telefono". Gli sarebbe piaciuto sentire un, d'accordo non ti preoccupare.



Storia di un gatto e del topo che diventò suo amico



GLI INCANTASTORIE

Continua l’avventura degli Incantastorie e tra le loro letture per le classi delle scuole primarie, c’è questa dolcissima storia:



70 pagine scritte da Luis Sepùlveda, per raccontare una grande amicizia che diverte e commuove.
Il libro conquista già dalla prima frase:
Potrei dire che Mix è il gatto di Max, oppure che Max è l’umano di Mix, ma come ci insegna la vita non è giusto che una persona sia padrona di un’altra persona o di un animale, quindi diciamo che Max e Mix, o Mix e Max, si vogliono bene….

Purtroppo invecchiando il gatto Mix diventa cieco, ma un giorno sente provenire dalla dispensa dei passettini lievi, ma svelti che si avvicinavano, si fermavano e ricominciavano ad avvicinarsi… chi è l’intruso?

Dal libro:
All'improvviso, con la rapidità dei suoi anni migliori Mix allungò una zampa anteriore… 
e chiese:
«Va bene, sentiamo un po’ che strano essere sei, tu?»

Si rivelò essere un personaggio buffo e alquanto furbetto, un topo messicano che prima di rispondere pensò in fretta e furia quello che in teoria, i gatti trovavano ripugnante.

Dal libro:
«Sono una lumaca, signor gatto. In effetti sono una lumaca viscida e schifosa, una bestiaccia brutta e ripugnante, al punto che non oso guardarmi allo specchio perché mi faccio paura e ribrezzo. In effetti sono molto brutta, anzi bruttissima, perciò la prego di non aprire gli occhi perché l’impressione di trovarsi davanti una bestia così brutta potrebbe farla star male, toglierle l’appetito, provocarle orribili incubi.
Perché mai sono così brutta?!»

Un racconto dove si superano le barriere delle differenze, le paure, le diffidenze, tanto da accettare per amico chi dovrebbe esserti nemico.
L’autore conclude la storia così:
Per tutto il tempo – lungo o breve, non importa, perché la vita si misura dall'intensità con cui si vive – che il gatto e il topo trascorsero assieme, Mix vide con gli occhi del suo piccolo amico e Max fu forte grazie al vigore del suo amico grande.
Un libro divertente, con tante perle di saggezza disseminate qua e là:

-Non è giusto che una persona sia padrona di un’altra persona o di un animale.

-Gli amici si danno man forte, si insegnano tante cose, condividono i successi e gli errori.

-Un amico si prende cura di ciò che piace all'altro.

-Un amico si prende sempre cura della libertà dell’altro.

-Un amico capisce i limiti dell’altro e lo aiuta.

-I veri amici condividono anche il silenzio.

-I veri amici si prendono sempre cura uno dell’altro.

-I veri amici condividono i sogni e le speranze.

-Fra amici bisogna sempre dire la verità.

-I veri amici condividono anche le piccole cose che allietano la vita.

-Gli amici non si ingannano mai e poi mai!

-I veri amici si aiutano a superare qualsiasi difficoltà.

-I veri amici condividono il meglio che hanno.


Un libro che ha conquistato il cuore degli adulti che lo hanno letto e incantato e divertito i bambini che lo hanno ascoltato.

STORIA DI UN GATTO E DEL TOPO CHE DIVENTO' SUO AMICO
Gruppo editoriale Mauri Spagnol 
 L’autore Luis Sepulveda è nato in Cile nel 1949 e vive in Spagna, nelle Asturie.

lunedì 4 maggio 2015



COME SI MANGIA UN RISOTTO
A CASA MIA
Non aspettatevi una ricetta

Mio nipote a tavola se ne esce così “sono innocente”.

Scena:
Tutta la famiglia al completo: nonna, nonno, nipote Birba di 5 anni, mamma, papà, zia, bisnonna Uffa di 97 anni.
Tutti sono a tavola con davanti un piatto di risotto fumante.
Bisnonna Uffa comincia a dividere a metà ciò che ha nel piatto, che ci sia poco o molto la sua regola è, mangiarne la metà.
Nonna: Birba stai attento che brucia.
Nonno (che non ascolta mai cosa dice la nonna): Cucciolo stai attento che brucia.
Birba non si preoccupa molto e comincia a schiacciare il riso nel piatto.
Nonna: Io comincio sempre a mangiarlo dall’esterno girandoci attorno, perché è la parte che si raffredda prima.
Zia: anch’io lo mangio così.
Mamma: io quando avevo la tua età invece facevo una croce.
Tutti cominciano a commentare come si mangia e mangiano un risotto, sono così impegnati, in questa interessantissima discussione, che non si preoccupano più di Birba, che può fare, in santa pace quello che vuole con il suo risotto.
Birba, comincia a mangiarlo come faceva da piccola sua madre, con un impegno quasi meticoloso nell’affondare la forchetta nel riso e nello scavare un percorso.
Zia: stai facendo una strada?
Birba: no scavo un tunnel.
Zia: a sììì…
Birba concentrato, continua il suo minuzioso lavoro e  risponde: sto evadendo.
Zia: eee… perché sei in prigione?
Birba: sì, sono innocente.
Nonna, stupita: EVADIII? Sei innocente?
Birba: sì!
(Mio nipote a tavola se ne esce cosìììì?!.... Evade dalla prigione!)
Tutti sorridono.
La nonna non è sicura che sia una bella fantasia… prigione… evasione…
Ma i momenti tranquilli in quella casa, che permettono di rielaborare i dubbi, sono pochi, perché il nipote con la foga di fuggire, ha già attraversato con la forchetta il risotto ma… all’ultima forchettata malefica, gli parte un grumo di riso, che va ad atterrare bello bello, sul groppone del povero e tranquillo gattone Cesarone, che se ne sta seduto sul pavimento vicino al tavolo, in attesa degli agognati croccantini:
un saltone fa il gattone e
 in tondo comincia a girar…
togliersi il riso lui vorrebbe,
ma a quel risotto sul groppone,
non riesce arrivar…

Che fare?...Inutile… la nonna dovrebbe sgridare… ma sta già ridendo insieme a tutta la famiglia, così pulisce il pelo del povero e innocente micione.

Perché mio nipote se ne è uscito con queste parole: Evadere, innocente.  
Questo è l’effetto dei cartoni animati che vede, in questo ultimo periodo, mentre cucino, lui guarda i fratelli DALTON. I protagonisti sono in un penitenziario, e in tutti gli episodi mettono in atto tentativi di fuga catastrofici.
Non sono molto sicura che sia un cartone positivo, si emula dei ladri, dei malfattori, ma le mie figlie sostengono che no, non è negativo, in fondo quando erano piccole lo guardavano anche loro.
Davvero???
Loro in coro: Sììì!
E io ve lo facevo vedere?
La figlia mamma: Sì, c’era il sabato sera, era il cartone con Lucki Luke.
Io nonna: e Luki il personaggio positivo che arrestava sempre i ladri dove è finito?
Mamma: in pensione.

I  fratelli DALTON sono una serie televisiva Franco-canadese a cartoni animati,
La storia si basa sui fratelli Dalton, nemici ricorrenti di Lucki Lucke.
Autore  dei fratelli Dalton con Lucki Luke  è Morris prima apparizione 1958.
Morris è lo pseudonimo di Maurice de Bèvére (1923-2001) fumettista belga.
Nel 1946 ideò il suo personaggio più conosciuto Lucki Lucke.
Nel 1988 gli fu assegnata a Ginevra la medaglia dall'Organizzazione mondiale della sanità per aver sostituito la sigaretta in bocca a Lucky Luke con un filo d’erba.

Ecco un episodio  con Lucky Luke come lo vedevano le mie figlie da piccole
https://www.youtube.com/watch?v=uyXnBtNxGtQ

I Dalton ora

 Non c’è che dire sono simpatici… ma sono positivi?

IL PARERE DELLA PSICOLOGA
Da Fattoremamma network

I DALTON CARTONE BEN FATTO PER I NOSTRI BAMBINI

 Per quanto il tema centrale del cartone sia trovare l’escamotage per evadere dal carcere, e quindi tratti di una morale poco educativa, i Dalton sono un buon prodotto televisivo.
Nonostante la ripetitività degli intenti e la semplicità della trama, il cartone non stanca e - anzi – sembra coinvolgere gli spettatori (generalmente maschi). L’utente, che sia piccolo o adulto, trova un senso di solidarietà nei personaggi che tentano inutilmente di evadere dal penitenziario. Le avventure sono numerose e sempre diverse, così pure le occasioni e i mezzi per attuare il piano giornaliero, come pure il celebre cartone di Willy il coiote, in cui le possibilità di stanare il picchio risultano infruttuose, anche nei Dalton si trovano tali insuccessi e si riscontra una sorta di affinità con gli antagonisti della  storia, come riscatto degli indifesi. Un modo per scaricare la frustrazione e di liberarsi, è il caso di dirlo, dai conflitti e dai pensieri.
Il cartone è dunque piacevole
Francesca Orlando
Psicologa e psicoterapeuta


Poi come se non bastasse Vasco Rossi si mette anche a cantare

SONO INNOCENTE MA...


Ma allora ditemelo… ce la avete tutti con me? Mi siete tutti contro?…

Però… già sorrido pensando alla scena del riso… mai alimento ha avuto nome più appropriato.